giovedì 8 novembre 2012

Accordi e disaccordi

Una delle mie principali pecche è quella di aver sviluppato un senso di rigetto nei confronti della musica. Non me ne volgiate, non ho detto che la odio, anzi ho un MP3 pieno di roba (sia buona che pessima) e non posso fare a meno del mio ascolto quotidiano... però vivo in una zona dove i musicisti proliferano, senza contare che io stesso ho provato a suonare con scarsi risultati. Insomma, lo sfociare della musica in quella che è una delle mie passioni principali – il cinema per me sta a pari livello della letteratura e dei fumetti – alle volte tende a darmi un po’ sui nervi, ma ci sono delle felici eccezioni dove la cosa non sembra toccarmi. Ci voleva il genio assoluto di Woody Allen, che con questo Accordi e disaccordi ha saputo creare un film decisamente godibile nonostante il naturale rigetto che mi verrebbe solitamente. E tanto per cambiare, i millantanti musicisti da me conosciuti ovviamente non lo conoscono...

La vicenda è quella di Emmet Ray, chitarrista americano vissuto nell’epoca d’oro del jazz, e dei suoi continui tentativi di salire di notorietà. Da tutti però, perfino da sé stesso, è considerato l’eterno numero due. Il numero uno tanto decantato è il leggendario Django Reinhardt, chitarrista zingaro senza due dita realmente esistito, il cui bagliore è tale che provoca a Emmet degli svenimenti ogni volta che ha modo di incontrarlo. Ad aprire gli occhi e il cuore di Emmet ci penserà Hattie, ragazza muta molto ingenua, anche se non in maniera convenzionale.

Woody Allen durante la sua decennale carriera ha saputo rappresentare infiniti ritratti di personaggi sui generis, tutti quanti affetti da un particolare disturbo o nevrosi che li estraniava dal mondo in cui erano costretti a muoversi. In molti casi era l’autore che parlava di sé stesso, scrivendo di suoi similari – ebrei, depressi e pluridivorziati – nel mondo della borghesia newyorkese, fra party, inviti ad eventi esclusivi e discussioni filosofico-artistiche. Stavolta il panorama scelto dal genietto con gli occhiali è quello dell’America non tanto bene, quello che si confà a una macchietta dalla morale non particolarmente integra che fra una bevuta e l’altra riesce a tirare fuori anche delle bellissime canzoni di vita vissuta. Un personaggio un po’ bohèmienne verso il quale è impossibile provare una naturale simpatia, complice anche la magistrale interpretazione e la faccia da simpatica canaglia di Sean Penn. E come al solito uno specchio dell’autore, da sempre secondo perché da sempre si vede con quest’ottica; a Emmet accade verso Django, ad Allen verso i suoi miti di sempre Fellini e Bergman. Da sempre due secondi perché non si sono mai aperti alle persone, e infatti Emmet colleziona una lunga serie di relazioni sbagliate, fra le quali spicca quella con la scrittrice interpretata da un bellissima Uma Thurman, che però riesce a offrire uno dei sipari più divertenti dell’intera pellicola. A farla da padrone sono però le musiche, perfette e assolutamente imperdibili, delle quali nessuna nota cade mai a vuoto. Funzionano bene sia come accompagna-mento alla vicenda, che come motivo rilevante della scena, quando magari la macchina da presa sta ferma e sono le note a dover parlare. Non so dire che si confanno a colui che dovrebbe essere il numero due al mondo, ma certe volte è bello guardare questo film ad occhi chiusi lasciandosi guidare unicamente dalla musica. Le battute sono sempre graffianti ed incisive, come da sempre il miglior Woody ci ha abituati, ed un sorriso agrodolce ci accompagnerà per tutta la visione senza mai annoiarci. Ad arricchire tutto il progetto però è la presenza di alcuni critici musicali, fra i quali compare lo stesso regista, che commentano l’evoluzione artistica di Emmet (che ricordo, è esistito solo e unicamente nella fantasia del mio regista giudeo preferito) quasi stessimo assistendo ad una docufiction. Musica e non solo, quindi, perché come la miglior tradizione vuole, in questa narrativa l’argomento è solo un tramite per narrare delle emozioni umane. E per quanto io sia per l’arte che narra della passione di fare determinata arte, ho amato questa pellicola. Perché alla fine, qualunque sia la forma d’arte designata, è l’aprirsi alla gente che ci rende delle persone (e degli artisti, in certi casi) migliori. Ed Allen esprime tutto questo senza perbenismi, banalità o semplificazioni di sorta.

Ma la vera scontatezza sarebbe narrare quanto Allen non sia particolarmente incline a questo genere di ruffia-nerie. Resta solo da recuperare questo film, forse minore, ma ugualmente godibilissimo. E come tutti i divertimenti intelligenti, non lascia mai la mente vuota a fine visione.


Voto: ★★★ ½


Nessun commento:

Posta un commento

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U