mercoledì 21 novembre 2012

Antichrist


Non sono mai stato un grande amante di Lars Von Trier. Avevo iniziato la sua visione con l’estasiante Dogville, ma poi si è profilata una delusione dietro l’altra. Ma all'epoca avevo atteso questa pellicola con estremo entusiasmo, forte anche dei sonori fischi ricevuti al Festival di Cannes, perché si sa che per quanto ce se ne lamenti alla fine le cose brutte attirano. Infatti anche nel vedere delle cose molto disturbanti faccio notare che si suole distogliere lo sguardo unicamente dopo aver assistito al summenzionato spettacolo. C'è qualcosa che attira nelle cose brutte, cosa che denoto dal fatto che tutti gli haters, nonostante siano tali, finiscono quasi sempre per parlarne. Quindi forse il brutto è fatto apposta per attirare, e se passassimo più tempo a pubblicizzare le cose che ci piacciono anziché quelle che ci fanno schifo, credo che ambo le parti ne gioverebbero. Tutto questo giro di parole per dire che il sentire parlare così male di questo film anche da parte di chi Lars lo ha sempre adorato, mi diede una strana e insensata aspettativa, poiché pensavo fosse stata la volta in cui potessi iniziare e rivalutare il danese.

Mentre marito e moglie fanno l'amore con trasporto sotto la doccia, il loro bambino scende dalla culla e, gironzolando per l'abitazione, finisce per cadere dalla finestra. Lui, freddo psicologo, dopo un forte dolore iniziale affronta il tutto con fredda autoanalisi; lei invece è in preda a una depressione perenne, che rende la vita di entrambi invivibile. Il marito quindi decide di prenderla in analisi e di condurre la sua cura in una villa isolata nel bosco. Ma la donna reagirà in maniera estrema e crudele...

Nato dopo un lunghissimo e apparentemente eterno periodo di depressione provato dal regista, questa pellicola doveva essere quella che permetteva al mondo di vedere un Lars Von Trier nudo e crudo, un film dove l'autore si spogliava di ogni presunzione e si dichiarava al proprio pubblico, esponendo tutti i tormenti e le angosce che lo hanno accompagnato nel corso della sua vita. Personalmente trovo tutte queste parole di circostanza, e ritengo questo film una fantozziana cagata pazzesca. Sarà che forse non sono un grande amante del regista danese, ma proprio tutto quello che odio nella sua cinematografia qui lo trovo estremizzato oltre ogni previsione e senso del buon gusto narrativo. Sarà che come ho detto all'inizio di questo paragrafo qui si tratta di una vera e propria esternazione di sentimenti, più che di un'opera destinata al mero consumo, ma proprio non riesco a capacitarmi di quello che ho visto, e penso che se mi fossi trovato presente alla proiezione della kermesse francese mi sarei ritrovato insieme agli altri a fischiarla sonoramente. Ho sempre detestato l'alone elitario che Von Trier, anzi, Lars Trier ha elargito nella propria produzione, e qui la cosa raggiunge i massimi livelli. La vicenda narrata arriva ad ottenere delle parafrasi davvero fastidiose comprendenti scene con animali partorenti e parlanti, insieme a un'apposita pioggia di ghiande il cui senso continua tutt'ora a sfuggirmi. A questo poi dilunghiamo la pazzia in cui andrà a versare la moglie, durante la quale si ritroverà a picchiare fino allo svenimento il marito, continuando a infierire sul corpo esanime del consorte masturbandolo fino a fargli eiaculare sangue, per poi forargli un piede e attaccarci un macino, e inseguendolo fino al nascondiglio che lo sventurato si troverà colpendolo con una pala. Tutto questo si concluderà con un'autoinfibulazione (taglio del clitoride, per chi non lo sapesse) ripresa a distanza ravvicinatissima. La misoginia al potere, e nel continuare a vedere come l'autore continua a premere l'accele-ratore sul discorso che la donna è l'apoteosi del male nel mondo diventa davvero impossibile non provare uno straniante senso di antipatia verso tutto il film e, di conseguenza, anche contro l'autore stesso. Resta innegabile il gusto estetico del cineasta davvero innovativo e raffinato, come dimostrano il prologo in bianco e nero sulle note di Handel o i momenti pseudoanalitici che tanto ho odiato, ma non basta questo a risollevare qualcosa che è nato dalla depressione e alla depressione sembra voler tornare. Von Trier vuole fare l'enigmatico, ma è allo spettatore che spetta la scelta di seguirlo nel percorso al quale vuole farci da guida, e io personalmente alla lunga mi sonio rifiutato di stare al gioco di un personaggio che gioca a fare l'enigmatico per sopperire alla mancanza di argomentazioni che sta alla base della sua opera, sia in senso attuale che generalista. Il coraggio di certo non gli manca nello spargere sullo schermo ogni tipo di efferatezze, ma a conti fatti hanno davvero un senso artistico o sono unicamente degli sfoghi personali? Degni di sole lodi invece gli unici due attori protagonisti, che portano avanti i loro personaggi senza nome con fiera professionalità e compostezza. William Dafoe abbandona i panni del bad guy che l'hanno reso celebre per portare una maschera di orrore e paura, ma è alla eccelsa Charlotte Gainsbourg (premiata con la Palma d'Oro per la propria interpretazione) che vanno tutti i meriti per il ruolo emotivo e fisico che le è toccato. Ognuno di certo intende il cinema come meglio può, ma il rischio di farsi abbindolare a parer mio è molto alto. Qui non abbiamo di fronte una visione, ma un qualcosa di confuso e tormentato che costringe a una terapia di gruppo. Il continuare a contorcersi volutamente su se stesso non fa di questo Antichrist un capolavoro, ma il delirio di un cineasta desideroso di provocare a tutti i costi, divenendo però unicamente gratuito.

Il bello del cinema però è anche questo, ovvero che tutti lo intendono alla propria maniera. Poi a ognuno la sua, ovviamente, ma questo decisamente non fa per me.


Voto: 

4 commenti:

  1. Visto una sola volta e non riesco ad esprimere un giudizio. Una parte mi dice "fa cagare" mentre l'altra suggerisce "aspetta, riguardalo, forse non hai capito un cazzo del film". Giudizio in sospeso, dunque.
    Condivido con ciò che dici riguardo il "provocare a tutti i costi", Trier dovrebbe capire che il pubblico ormai è cambiato e questo modo di fare non funziona quasi più. Ormai chi si indigna davanti ad un film? I bigotti bacchettoni continuano ad esserci, ma ora sono la minoranza.

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    1. Ma il bello è che Trier è un grande cineasta, solo che usa il suo talento per prender per il culo il pubblico, anziché per fare bei film.

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  2. Cavolo, io ero arrivato stamattina per resuscitarlo e me lo ritrovo già in piedi grazie a Vincenzo...
    Meglio, almeno evito di dir cose :)

    Comunque, anche se con termini diversi, almeno le prime due righe di Vincenzo sono anche mie

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    1. Ma in minima parte anche le mie, solo che un tale uso della violenza lo trovo gratuito, irritante e, a tratti, anche ipocrita.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U