domenica 11 novembre 2012

Big Bang Love, Juvenile A


La cosa bella di un autore a mio parere è quella di riuscire sempre a dire non solo cose nuove, ma con un linguaggio e un genere nuovo. Cosa che per alcuni è impossibile, e si ritrovano quindi a esprimere unicamente gli stessi concetti con le solite rodatissime formule - vedi Tim Burton - e che alla lunga, magari dopo un iniziale apprezzamento, finiscono per stufare. Il bello invece di autori come Takashi Miike è che, se per certi versi riesci sempre a capire dov’è che vogliono andare a parare, per altri riescono sempre a stupirti perché non hanno un proprio stile specifico, quindi in ogni loro opera non sai cosa trovarti. Anzi no, Miike una caratteristiche che contraddistingue tutti i suoi lavori, riuscito o no, ce l’ha: è l’estremismo. Estremo ad ogni costo, anche se la cosa faccia crollare un intero progetto, ma a lui non la si fa. Prendere o lasciare, queste sono le sue leggi.

La vicenda è ambientata in un carcere dalla struttura quasi kafkiana, ma prima veniamo introdotti dalla ripresa di un ballo tribale effettuato da un uomo variopinto. Qui abbiamo modo di fare la conoscenza dei due protagonisti: Jun Aryioshi e Shiro Kazui. Il primo è arrestato per aver ucciso un uomo durante una rissa nel bar gay dove lavorava, è un ragazzo timido e che non si ricondurrebbe mai a una simile azione; il secondo invece è un teppista dedito quotidianamente alla violenza, e prende sotto la sua ala protettrice il povero Jun. Fra i due si instaura un’amicizia molto particolare, fino a che Shiro non viene trovato morto... peccato che tutti gli indizi però sembrino collegare a Jun.

Film di difficile collocazione, come tutte le opere del regista nipponico. Qui però il maestro dell’assurdo si è liberamente sfogato, premendo l’acceleratore sulla propria visionarietà romantica e conferendoci delle sequenze di pura goduria visiva. Si allontanano dalle sequenze splatter alle quali ci ha abitato, e anche se la violenza è presente in maniera massiccia è filtrata attraverso un occhio quasi fiabesco, non arrivando mai a schifare come nelle sue altre opere poiché non è quello l’intento. L’ambiente carcerario è costruito tramite una struttura mai specificata del tutto, senza rivelare nemmeno se il mondo in cui la vicenda ha modo di svolgersi è propriamente quella che siamo abituati a vedere ogni giorno, lasciando un alone d’incertezze che si protrarrà per tutta la durata. Le indagini sono portate avanti con in ritmo lento ma ugualmente sostenuto dai vari intermezzi metanarrativi, arrivando così a scoprire come tutti in quell’ambiente sarebbero stati beneficiati dalla morte del violento Shiro, classico bulletto dal cuore d’oro nonostante l'apparenza sterminatrice e malignamente istintiva. La pellicola non esprime mai chiara-mente quali sono i propri intenti, scavando però in delle psicologie malate e sporche come solo una prigione sa essere, vera allegoria di chiusura non solo fisica ma anche mentale verso quella che è una condizione umana troppo spesso ignorata, pur senza fare della denuncia sociale spiccia o approssimativa. Si potrebbe stare a parlare di questo film per ore, senza però riuscire a cavarne un proverbiale ragno dal buco, e qui sta davvero gran parte della sua forza nonostante tutto. Fra interni freddi e bui ed esterni infiniti e per questo ancora più paurosi, il tema che si snoda dopo mille peripezie mentali è uno soltanto: l’amore. Amore inteso come morte e rinascita, come viatico per una salvezza che non arriverà mai nonostante quanto si sia lottato per essa, perché alla fine morte e amore arrivano ad assumere il medesimo significato, e spesso la morte è in grado di dare la nuova vita che l’amore da solo non riesce a regalare. Uno sguardo alto, come il missile che ogni giorno parte dal giardino esterno alla prigione, che guarda questo universo giovanile senza speranza e identità, incapace di distinguere quello che realmente vogliono diventare e senza sapere come attraversare le barriere quotidiane. Un discorso non semplice e che in più punti rischia di girare in tondo, cadendo poi nel vuoto, ma riscattato proprio dalla fattura della quale il film è matrice e al contempo risultato. Fra un inizio dove vediamo un aborigeno fare una danza di guerra, inter-mezzi animati, e altre escalation nell'assurdo e nell'imprevedibilità visiva, il film si imprime nella memoria. Può piacere o no, ma di sicuro non si dimentica in fretta, se si ha la pazienza e la volontà di farlo entrare. Definito dal regista stesso come il proprio capolavoro, la pellicola può godere di tutto quello che un film può vantare. Vi sono anche dei parallelismi visivi dove subentrano anche degli stacchetti animati, in grado di shockare fino all’ultimo. Non piacerà a tutti, e molti potranno trovare irritante un’ambientazione così poco dettagliata, ma alcuni - come il sottoscritto - potranno lasciarsi ingenuamente portare da questa poetica così disturbantemente delicata e commovente.

Alla fine Miike mi piace proprio per questo: è un regista che ha un suo stile e che lo reinventa ogni volta. E mi pare strano che il suo nome, visti i numerosissimi film fatti, sia conosciuto solo da una netta minoranza.


Voto: ★★★ ½

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