domenica 11 novembre 2012

Ghost in the Shell - l'attacco dei cyborg


Avevamo parlato di quel superbo film d’animazione nipponico (o anime, che dir si voglia) intitolato Ghost in the Shell? Se non avevate avuto modo di leggere la mia recensione allora andate a fare in compiti che adesso parliamo del seguito, e non fate ironia sulla benzina della Shell, tanto grazie… Scusate tanto per questi blandi tentativi di fare dell’ironia grassa, ma dinanzi a un film di questa portata bisogna cercare di sdrammatizzare prima di iniziare a recensirlo, onde evitare il serio rischio di farsi seriamente del male. Perché se il film precedente rasentava la perfezione, questo ci si avvicina, pur con dei grandissimi difetti che, ironia della sorte, sono quelli che rendono difficile una valutazione serie e obiettiva dell’opera. Si vola comunque molto alti, ma in certi punti si rischia unicamente una planata, per quanto audace essa possa essere. Eppure per certi versi, proprio per queste sue imperfezioni – che ironicamente lo rendono umano come i cyborg protagonisti vogliono essere – io tendo a preferirlo al primo film, cosa che mi fa litigare continuamente coi cultori del progetto originario.

Batou, il fidato braccio destro di Motoko Kusanagi, spera ancora nel suo ritorno e continua a svolgere i propri compiti come emissario della Sezione 9 con blanda monotonia. Un giorno però si ritrova a indagare sul caso di alcune ginoidi (robot da compagnia dalle fattezze femminili) rivoltatesi contro i propri padroni, uccidendoli. La cosa strana è che la Locus Solus, l’azienda produttrice dei robot, è riuscita a trovare un accordo onde evitare una denuncia dai familiari delle vittime. Non ci vuole un genio per capire che qualcosa sotto questa faccenda non quadra, e così il cyborg corazzato inizia una lunga e misteriosa indagine che...

Bissare il successo artistico e tecnico dell’opera precedente non è una cosa che tutti possono fare, nemmeno un genio come Mamoru Oshii. D'altronde parliamo di un film che ha fatto storia, un cult movie non solo per chi scrive ma anche per mille altri appassionati di anime e di cinema, e si sa quanto è pericoloso toccare dei prodotti così importanti. Basti pensare a Ridley Scott e al suo magnifico Blade runner, titolo che sovente viene affiancato a questo franchise, e come l'idea di un sequel faccia tremare molti appassionati. Me compreso, ammetto. Stranamente però l'idea che Mamoru Oshii avesse ripreso in mano i personaggi che gli avevano dato successo e visibilità non aveva fatto inquietare moltissima gente, da quel che ricordo, però nella mia testa cominciavano a frullare un sacco di interrogativi. Cosa si poteva aggiungere a un film pressoché perfetto e che sembrava aver già detto tutto quello che era possibile dire sull'argomento? Non era facile giocare al rialzo ma il regista nipponico comunque ha messo tutta la propria abilità in un seguito forse non richiesto ma che, a fine visione, lascia ancora più confusi della precedente pellicola. Questo Innocence è chiaramente una pellicola che il regista ha fatto per se stesso, non ha pensato al proprio pubblico o a chi era in sala a guardare, ha creato un film volutamente complesso e multi stratificato per, come hanno detto molti, accontentare il proprio ego e le sue ormai incrollabili manie di grandezza. E' un film che credo avrò visto almeno venti volte e che ancora non ho capito tutto, perché è impossibile riuscire ad individuare tutti i significati reconditi dietro ogni sequenza, ogni particolare e ogni dialogo. Tutti i personaggi sembrano essersi divorati un tomo di filosofia, anche il più insulso dei comprimari parla per enigmi e ci sono pure delle sequenze che vengono ripetute ma, ogni volta, con un significato diverso. Così come c'è pure la lunga sequenza centrale musicata sul medesimo tema del film originario, piccolo rimando a una cifra stilistica che al contempo fa una strizzata d'occhio ai fan di vecchia data e riutilizza dei vecchi escamotage narrativi reinventandoli. Tutto questo mediante delle animazioni davvero ben fatte, anche se quelle al computer molto spesso si distaccano eccessivamente da quelle manuali (che ogni tanto hanno dei piccoli cali), e una colonna sonora di Kenji Kawaii (guardate qui che bel faccione) che innegabilmente riesce a rendere le magnifiche sequenze visive ancora più evocative di quello che non sono già da sole. Ma alla fine, a conti fatti, cosa dovrebbe spingere una persona a sorbirsi quasi due ore di seghe mentali e sperimentazioni registiche? C'è davvero qualcosa da capirci in tutto questo? Per quel che ho avuto modo di intendere io, questo film si allaccia al precedente portando avanti quella che era la sua tematica portante, e cercando di ampliarla verso una spettro tematico più grande. Qui non si prende in analisi una sola persona che si pone delle domande circa la propria realtà effettiva, si vuole prendere in analisi tutto lo spettro emotivo degli esseri umani. Ogni persona ha un suo modo di vedere e intendere le cose, quindi inevitabilmente il film finisce per essere, a tratti, senza risposte, poiché è impossibile concentrarle tutte in un unica morale finale. Siamo tutti un unico, grande, infinito, stupefacente e complesso ammasso di dati, i quali conducono verso un'unica forma: l'amore. E che sia amore verso una donna, verso un compagno, verso una figlia o verso se stessi, poco importa. L'amore è l'unica cosa in grado di renderci umani e, proprio perché tali, tutti noi siamo destinati a sbagliare ed a fallire in eterno, perché questa è la nostra natura. Amare e fallire, quasi che le due cose siano strettamente collegate, per questo l'immagine finale appare così inquietante ma, al contempo, vera e assoluta.

Unica cosa che però non si riesce a spiegare è perché i distributori nostrani alla magnifica semplicità del titolo originale, Innocence, hanno preferito l’orrendo e fuorviante sottotitolo de L’attacco dei cyborg.


Voto: ★★★★

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