martedì 6 novembre 2012

La collina dei papaveri


Nella vita bisogna cercare di essere buoni e, parte di questa elargizione di bontà, sta nel riuscire a dare delle seconde occasioni. Ma bisogna farlo con tutti, anche con coloro che hanno fatto delle cose molto brutte. Sì, anche se queste cose sono brutte quanto I racconti di Terramare. Quindi è così che arriva la seconda prova per Goro Miyazaki, figlio del celebre e inimitabile Hayao, il creatore di capolavori come Princess Mononoke e La città incatata, stavolta con un genere totalmente diverso rispetto al suo esordio fantasy e, si spera, maggiormente nelle sue corde. Abbandonata la (tentata) epica fantastica del mondo marittimo della LeGuin si lascia andare alle romantiche e nostalgiche atmosfere del Giappone del dopoguerra, adattando l’omonimo shojo manga di Tetsurō Sayama e Chizuru Takahashi - per chi non lo sapesse, si indica col termine shojo quella narrativa giapponese più comunemente destinata a un pubblico femminile - facendosi aiutare dal padre, che a quanto pare ha smesso di smadonnare dietro al primogenito, per quanto concerne la stesura della sceneggiatura. Una congiunzione familiare avvenuta cinque anni dopo i primi dissapori (si diceva che il sensei Hayao non ritenesse il figlio adatto ad esordire e che si fosse addirittura rifiutato di vedere il film una volta finito) e che porta quindi anche a un risultato decisamente più felice e riuscito, pur non esente da difetti.

Yokohama, 1963. Il Giappone si stava totalmente riprendendo - sia economicamente che spiritualmente - dalla Seconda Guerra Mondiale. Uni è una giovane ragazza che vive con la nonna, i fratelli più piccoli e due affittuarie su una casa in collina in cima al porto. La madre è un’insegnate universitaria spesso in viaggio per lavoro, mentre il padre è morto durante la Guerra di Corea a causa di una mina navale. Ogni mattina la ragazza quindi issa delle bandiere di segnalazione marittima, che vengono avvistate sempre da Shun, ragazzo di un anno più grande. I due ancora non lo sanno, ma i loro passati sono intrecciati...

A tutto questo fa sfondo il Giappone degli anni Sessanta, in preda a quella che è una piena rivolta studentesca che ricorda il nostro Sessantotto (o una versione soft della rivoluzione culturale cinese), cosa che diventa la vera cornice del film in più punti, oltre che il motivo d’incontro fra i due giovani protagonisti. Ed è proprio questo che crea il problema più grande della pellicola, ovvero quello del non sapere con esattezza quello che si vuole effettivamente raccontare, vero grande lascito dall’opera prima del povero Goro. Di grande impatto emotivo ed umoristico sono le ingenue prese di posizione degli studenti - il filosofo è quello che ho preferito, mi sarebbe piaciuto che si materializzasse in sala per dargli una pacca sulle spalle - che danno il vero brio alla storia, mentre la vicenda dei due giovani e del loro segreto ha un qualcosa d’insapore che a lungo andare si perde. Il tutto ci mette anche un discreto quantitativo di tempo ad avviarsi e non sarà un caso se passato il primo tempo in molti non riusciranno bene a capire dove il tutto voglia andare a parare. Predomina un’ottica giapponese legata al tempo che fu e alle tradizioni che duramente si scontrano col necessario progresso che il paese deve obbligatoriamente attraversare per il bene comune, e come dicono sovente durante la pellicola «come si può pensare di costruire un futuro se si dimentica il passato?» Tutte risposte che attanagliano il Giappone pure adesso, e alle quali il film però non sembra riuscire a dare risposta. Certo, la pellicola appartiene a un genere narrativo che non predilige le trame particolarmente ingarbugliate, quindi è ovvio che la vicenda abbia una svolgersi particolarmente lineare, ma qui proprio non si capisce cosa abbiano voluto dirci con esattezza padre e figlio, giacché i due personaggi principali sembrano particolarmente castrati nelle loro emozioni e neppure nei momenti che più lo richiederebbero le esprimono con un pathos convincente. Certo si piange, si fanno sogni onirici e quanto di meglio la tradizione drammatico-romantica impone, ma non si arriva mai a toccare un certo estremo neppure quando il segreto si viene a scoprire la prima volta. Anche la risoluzione finale dell’inghippo avviene con sorprendete ed eccessiva linearità, lasciando chiarire unicamente come per Goro la figura paterna abbia influenzato non solo la sua vita – un padre maestro di un determinato settore artistico è pur sempre uno scomodo biglietto da visita – ma anche la sua vocazione artistica, e infatti era l’assassinio paterno a dare il via alle vicende del principe Arren nel suo primo lavoro. Magnifici i colori ed i fondali, come da consuetudine da quelli dello Studio Ghibli, e pure le animazioni hanno sempre il buon livello al quale questo studio giapponese ci ha sempre abituati – anche se il maremoto di Tōhoku ha rallentato e reso difficile non poco la produzione. Di certo però non è collegabile a una catastrofe naturale il fatto che la Lucky Red abbia distribuito questo film nelle sale unicamente per un giorno, ovvero il sei novembre 2012, esattamente un anno dopo l’uscita nei cinema Giapponesi. Ma si sa, in Italia c’è crisi... ma se non altro, il successo di questa iniziativa ha spinto varie case a rilasciare, sempre per un giorno, film che un tempo sarebbero destinati unicamente al mercato home video. Di questo almeno c'è da darne atto, così come però bisogna fare altrettanto con questo film, che nonostante tutto può dirsi riuscito solo in parte, a parer mio.

Potrebbe anche arrivare a tre stellette se proprio non fosse per quel piccolissimo sforzo in più che si poteva fare a livello di scrittura, invece ciccia. Io continuo a sperare che un giorno però, a sorpresa, il povero Goro sappia stupirci con un’opera finalmente completa e matura


Voto: ★★ ½

4 commenti:

  1. Evidentemente il film non ti è piaciuto. Questo è chiaro. Se hai addirittura perso il significato delle bandiere (che definisci "di segnalazione marittima") mi sa che dovresti aspettare l'uscita in DVD e rivederlo. Recensioni ribelli non lo conoscevo ma mi pare che la NonCiclopedia l'abbiano già fatta? Perchè cercare di farne un clone?

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    1. Innanzitutto mi fa piacere che tu mi abbia concesso il tuo tempo per leggere la mia recensione e per commentarla. Te ne sono davvero grato!
      In secondo luogo però devo chiederti di moderare i toni. Non sono un esperto di cinema, non ho mai pensato di esserlo e non voglio neppure essere definito tale. L'unica cosa che richiedo - ma che credo debba essere scontata - è il rispetto, cosa che nel commento sinceramente non ho trovato. Non dubito che alcuni aspetti di questo film mi siano sfuggiti, e se è così ti chiedo di illuminarmi in merito.
      Se però i tuoi intenti sono quelli di fare insulti gratuiti, allora devo chiederti di abbandonare questo blog.
      Grazie e arrivederci.

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    2. Caro Giacomo, nel mio posto non ci sono insulti gratuiti ma solo considerazioni personali. Il tono era pacato e discorsivo; non amo sbraitare. Se non riesci a sopportare una critica credo tu debba smettere di fare il blogger. Di certo io smetterò di scrivere sul tuo blog.
      Buona fortuna.

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    3. Ancor più carissimo utente anonimo - perché è facile fare i grandi dietro l'anonimato del web - se leggerai bene la mia risposta noterai che le correzioni sono ben accette. Nel tuo messaggio sono le ultime due righe che possono creare un vago fastidio, oltre che a scatenare dei toni bellicosi anche senza sbraitare. L'umorismo è bene accetto, ma se vuoi usarlo, abbi almeno un poco di criterio.
      Che tu voglia o no proseguire nel seguire questo blog è solo una questione che spetta a te. Ma visti i risultati, non sono proprio sicuro che sia una vera e propria perdita...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U