venerdì 23 novembre 2012

On the road

Come tutti gli adolescenti ho attraversato quel vago percorso esistenziale noto come 'il tempo della ribellione', dove anziché fare un poco di autoanalisi si era soliti incolpare dei propri problemi una società bigotta e moralista e si cercava di mantenere una parvenza di trasgressività, pur facendosi mantenere dalla mamma e papà e andando a rifugiarsi dietro di loro quando le cose si complicavano. Cose che hanno provato tutti quanti, e che in quanto esperienza passata vanno ricordate per proseguire nella propria maturazione di persone adulte. Se non altro mi fu utile perché riuscii a incappare nella figura di Jack Kerouac, scrittore simbolo del movimento letterario della Beat Generation oltre che autore del magnifico libro Sulla strada, dal quale è stata tratta questa pellicola.


Siamo nell'America del Dopoguerra, e Sal Paradise è un giovane aspirante scrittore che cerca la storia in grado di renderlo un grande della letteratura. Vagando in giro coi propri amici poetucoli ha modo di incontrare Dean Moriarty, ragazzo dalla vita dissoluta e sregolata col quale decide di intraprendere un viaggio per l'America. All'insegna del vagabondaggio e dell'arte dell'arrangiarsi, questo pellegrinaggio formerà il carattere dei due ragazzi, e fra orge, sbronze, scopate clandestine e fumate, Sal troverà la storia che tanto cercava.

Pur avendolo amato, mi sento in dovere di fare delle precisazioni su quella che è la natura del romanzo di partenza, che non ha da intendersi come una storia classica avente uno sviluppo, una parte centrale e una fine, quanto più un diario di viaggio che racconta le varie esperienze effettuate da Kerouac e dall'amico Neal Cassady (Sal e Dean sono due pseudonimi). Walter Salles se ne intende bene di biografie, e dopo il buon I diari della motocicletta, dove a essere presa in analisi era la vita di Ernesto Guerava prima che divenisse «il Che», stavolta tocca a uno degli scrittori più curiosi che l'America abbia saputo offrirci, figlio di un periodo di rinascita dove tutte le regole classiche venivano stravolta a nome di un nuovo modo di intendere e vivere la vita. Cosa che forse sarebbe da affibbiare solo a chi conosce a menadito il periodo in questione, o a chi l'ha direttamente vissuto, perché il rischio di incappare nello stereotipo facile è dietro l'angolo. E purtroppo è proprio questo il difetto principale del film, ovvero quello di reggersi su quelli che altro non sono che degli stereotipi di un periodo che per certi versi cercava proprio di rifuggire dal luogo comune. Sono ovviamente degli stereotipi affascinanti, ma che fanno capire anche che chi ha fatto questa pellicola non ha capito proprio un beneamato cazzo di quello che era il movimento contraddittorio per eccellenza che rispondeva al nome di Beat Generation. I personaggi scopano, fumano, fanno tutte quelle cose che una classica società 'bene' vieta, ma io li ho trovati solo e unicamente irritanti, il riflesso di una ribellione che più che dalla mente di due persone adulte, da dei professionisti del settore cinematografico, sembra essere stato partorito dalle fantasie fattone di due quindicenni, di quelli particolarmente odiosi che hanno i genitori pieni di quattrini e si comprano le canne coi soldi di mamma e papà, ma che andando in giro ostentano un modo di vivere da straccione mentre ascoltano i Nirvana sull'Ipod. Cose che effettivamente fanno parte del modo di vivere selvaggio e senza regole del movimento, ma il libro di Kerouac non era solo questo. L'America attraversata è quanto di più cartolinesco abbia avuto modo di vedere sul grande schermo, offrendo anche nelle facce delle persone incontrate delle ridicole macchietta decisamente stereotipate. Da questo punto di vista il film si è profilato un'immensa delusione, affiancata poi a una lettura con tanto di voce fuori campo dei punti salienti del romanzo, che non so perché mi è sembrato svillire ancora di più il materiale di partenza, già trattato in maniera molto blanda. La regia si mantiene però solida ed efficace, e riesce a imbastire un senso della narrazione compatto pur non seguendo una struttura precisa proprio come il libro, e da quel punto di vista quindi si può solo complimentarsi col regista. Ciò che è davvero carente è la sceneggiatura, oltre che una componente attoriale davvero anonima. I due protagonisti maschili sono bravi, pur non eccellendo e rimanendo piuttosto sulle loro, mentre Kristen Stewart forse riesce a intuire di non essere quel gran tocco d'attrice che pensa di essere e quindi decidi di mostrarsi nuda in più di un'occasione - non che ci sia molto da vedere poi, ma sempre meglio che nulla. Davvero sprecati Kirsten Dunst, Steve Buscemi e l'immenso Viggo Mortensen, destinati a delle parti fin troppo brevi e poco memorabili.

Non un film brutto, quanto moscio. Non ci sono veri e propri punti salienti e tutto prosegue con una calma fin troppo piatta. Ridicola a oltranza invece la componente tematica, che affascinerà i classici anarchici quindicenni figli di avvocati, ma che per tutti quelli che hanno una testa in grado di funzionare lascerà piuttosto freddi e distaccati.


Voto: ★★

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