domenica 2 dicembre 2012

Three... extremes!


Il cinema orientale è fonte continua di meraviglie, cosa che ribadirò sempre e comunque, lamentandomi di una pessima conoscenza di noi occidentali delle loro magnifiche opere oltre che di una pessima distribuzione dai noi nel Bel Paese delle stesse. Dopo però le critiche entusiastiche ottenute dai vari registi orientali in giro per il mondo, manco da noi in Italia questo Three... extremes! poteva mancare, seppur destinato unicamente per il mercato home video e girato in pochissime copie. Io lo trovai ai tempi in cui studiavo a Torino in una bancarella dell’usato, e nel vedere che in un unico prodotto potevo godere dei nomi di Fruit Chan, del mio idolo Park Chan-wook e del poliedrico e produttivissimo Takashi Miike, beh... non ho saputo trattenermi, ed i miseri cinque euro di sconto non sono stati qualcosa di particolarmente doloroso per le mie finanze. Il tutto comunque si tratta di tre mediometraggi degli autori orientali più estremi, raccolti in modo da formare un solo e unico film che adesso recensirò ‘per gradi’.

Dumplings di Fruit Chan. Il primo cortometraggio ci fa vedere un’attrice di mezz’età che ai tempi fu molto quotata, ma che ora causa l’inevitabile invecchiamento vede un progressivo calo della propria popolarità. Un giorno conosce una donna che le comunica di avere la soluzione perfetta per questa situazione: per diventare più bella dovrà mangiare una speciale zuppa di ravioli fritti ottenuta mischiando all’ingrediente principale dei... feti umani, che la donna si procura praticando aborti clandestini! Un racconto macabro e vomitevole già dalla sinossi e che fa partire con la giusta grinta, forte anche della propria voglia di denunciare un particolare star sistem e una società che vede la donna in secondo piano, dove l’estetica e un certo servilismo minano la posizione femminile a favore dei maschi, perlopiù assenti o davvero superficiali. Tutti discorsi che però sono deficitati dal fatto che questo non sia che il rimontaggio dell’omonimo progetto, che vedeva questa trama asservita ai toni del lungometraggio. Certe parti quindi terminano con eccessiva fretta, e in alcuni punti la regia di Chan si fa davvero approssimativa, rendendo questa prima parte come il punto più basso di questo trittico.

Cut di Park Chan-wook. Un regista coreano si vede rapito insieme alla moglie da una comparsa invidiosa del suo successo. Intento del rapitore è quello di costringere il regista, bello e bravo, a diventare una persona cattiva ammettendo almeno un peccato molto grave commesso in vita; se non lo farà taglierà un dito alla di lui moglie pianista ogni dieci minuti. Questa seconda parte inizia subito con un piano di regia davvero studiato al millesimo nella più intrigante delle maniere, cosa che supporterà per i quaranta minuti di durata il tutto con un ritmo davvero eccelso e delle trovate visive d’antologia – anche se basterebbe quella d’apertura per surclassare molte carriere di certe checche videoclippare. Purtroppo la storia non sempre ha un filo logico, e le motivazioni che fanno agire il rapitore sono molto stupidine oltre che facenti parte di un discorso davvero inconcludente, disseminate qua e là di una violenza estrema e davvero gratuita. Pecca maggiore però sta nel finale, che sfocia nell’esercizio di stile e risultando apparentemente incomprensibile. Tutto sommato un qualcosa di godibile, oltre che un esplicito omaggio al fare cinema.

Box di Takashi Miike. Trattare la trama di questo capitolo finale è qualcosa d’impossibile, e infatti gioca continuamente con essere inclassificabile e insolubile fino alla fine, quando tutte le visioni e gli interrogativi posti alla spettatore avranno il loro macabro risolversi. Il tarantino d’oriente stavolta lascia i suoi panorami esagerati, i titoli emergenti da chiazze di sborra e i rapporti consanguinei/necrofili, per dedicarsi a una favola dell’orrore e della psicanalisi di grande effetto estetico oltre che emotivo. Il punto più alto di questo trittico, e che chiude in bellezza questa parentesi sul cinema orientale con un qualcosa di delicato ma al tempo stesso shockante, come la miglior tradizione cinefila vuole. Il sunto della poetica miikiana in un tempo ristretto, una delle cose migliori fatte dal regista e dal cinema giapponese negli ultimi anni.

Questo è quanto riguardo questo film a episodi, che tratta in maniera veloce e indolore la poetica dei tre registi più estremi d’oriente. Non si può avere una panoramica complessiva su quella che è la cinematografia di quelle part de mondo, ma bastano ugualmente a dire che a suo modo il cinema orientale ha molto da esprimere sotto le più svariate forme.


Voto: ★★★

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