mercoledì 19 dicembre 2012

Pusher 3: l'angelo della morte


La trilogia volge così al proprio termine. Il capitolo finale di questi strambi gangster sui generis arriva in pompa magna, consolidando Refn come uno dei registi più curiosi dell'attuale panorama. Non capisco poi perché tutti quelli a cui l'ho consigliata si siano dimostrati piuttosto scostanti dall'iniziare a visionarla... sarà forse per i titoli di testa abbastanza tenebrosi, per le locandine piuttosto caserecce o gli attori letteralmente presi dalla strada... però non capisco come mai sia soggetta a questo inspiegabile astio. Io mi rifaccio qui sul blog, sperando che almeno nell'etere la mia voce raggiunga una certa eco e che il mondo scopra pregi, ma anche innegabili difetti, di questi tre film.

Milo, il boss serbo, sta cercando di redimersi. Vuole provare a disintossicarsi e ad essere un uomo migliore. A sommergerlo di stress però c'è l'imminente matrimonio della figlia e la rivalità di alcune gang balcaniche. Ma la redenzione è possibile in un mondo come questo?

Il ritrovare il boss serbo che tanto aveva fatto penare Frank è un qualcosa d'inaspettato, e il vederlo ora come totale protagonista lascia del tutto basiti. Si nota fin da subito che qualcosa in questo nuovo capitolo del Pusher è cambiato, è uno strano alone che si avverte fin dai primi minuti. La tecnica cinematografica è sempre quella alla quale il buon zio Refn ci ha abituati, ma il senso di ineluttabilità e disperazione è quasi palpabile. Non riesco a capire bene cosa sia, e quindi manco a spiegarlo. Sarà forse merito della fotografia, della regia o degli attori, ma qui si avverte in pieno fin dalle prime scene quello che il regista e sceneggiatore voleva dire con questa pellicola. Si cerca sempre di costruire quello che è un discorso sulla redenzione, tema comune per qualche verso di tutta la trilogia [Frank vuole redimersi con le persone che gli hanno prestato la droga, mentre Tony vuole redimersi dalle colpe mostrando di essere diventato una persona migliore], che qui vede Milo nel cercare di estraniarsi dal mondo di vizi e cattiveria per poter diventare una persona migliore - come avete potuto leggere nel primo paragrafo della sinossi. Ma come sempre è l'ambiente che circonda i personaggi il vero male, e che impediscono loro di migliorare come vorrebbero [a parte Tony che, per l'appunto, scappa]. Milo però cerca di fare di testa sua, di stare al proprio posto e di riuscire a migliorare da quello stretto e claustrofobico interno. Non si può dire chi siano alla fine i veri cattivi, perché il protagonista non è di certo uno stinco di santo, ma  non sono da meno i suoi avversari. Il male quindi combatte il male, e come ci fa intuire la struggente inquadratura finale, così sarà per sempre. Discorso molto intimista e intenso che però non fila dritto per tutta la durata, offrendo anche molti punti morti che la regia di Refn non riesce a sopperire per tutta la durata della pellicola. La scena del matrimonio, con tutti quei particolari che vanno in malora come una sventura cosmica tibetana, finisce per diventare ridondante, come i continui accenni alla dipendenza di Milo, personaggio che per certi versi l'attore non riesce a supportare in questa nuova veste. Da antologia il massacro finale, che metterà alla prova anche gli stomaci più duri, decretando questa trilogia come una vera e propria poesia della violenza di rara bellezza e intensità. Si potrebbe fare l'errore di definire la violenza di Refn come un qualcosa di tarantiniano, ma si va a parare su tutti altri lidi. Qui non è così ben descritta, cinefila e citazionista, qui la violenza è quello che è: violenza. Sporca, disgustosa ma senza particolare effettistica macabra, in grado di dare tutto il marcio che racchiude al proprio interno. Marcio nel quale gli ambienti di Milo e dei suoi avversari sono racchiusi, senza possibilità alcuna di redenzione. Noi siamo quello che siamo, e prima che agli altri o a un'entità superiore, dobbiamo rendere tutto a noi stessi. Con questi temi il regista e sceneggiatore cerca di rasentare il capolavoro, senza però riuscirci. Rimane comunque un ottimo film che, pur con le sue numerose pecche, pur non raggiungendo le vette del secondo capitolo e pur essendo munito di un finale che è un puro voyerismo dello splatter, merita un visione. 

Non convince sino in fondo e pecca di eccessiva ambizione, senza però tracollare come avrebbe potuto perico-losamente fare. La degna conclusione a una trilogia destinata a passare alla storia.


Voto: ★★★ ½


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