martedì 18 dicembre 2012

Pusher II - Sangue sulle mie mani


La trilogia criminale danese [pusher, ricordo, è il nome che si da a coloro che spacciano la droga nei quartieri] continua dopo l'eccellente esordio del regista Refn col primo tassello della saga. Non è stato un qualcosa di lineare, e in mezzo ci sono stati altri due film (Bleeder e Fear X) che con risultati altalenanti hanno formato la conosciuta verve creativa del regista danese - premio a Cannes 2011 per la migliore regia con Drive. Si poteva dire altro sui personaggi comparsi precedentemente? A quanto pare sì, e lo si poteva pire dire molto bene, senza risultare artificiosi o facendo puzzare l'intera faccenda come solo alcuni sequel non strettamente necessari sanno fare. Infatti questa del Pusher non è una saga che pretende una certa linearità sulla storia, perché è concentrata principalmente sui personaggi e sulla loro evoluzione, cosa che rende visibile tutte e tre le pellicole anche senza un precisissimo ordine - e infatti questo film fu il primo ad essere distribuito da noi in Italia.

Tony, dopo le cazzate combinate nel primo film, è uscito finalmente di carcere. Ma le cose sono cambiate da quando è stato incriminato. Il padre, un grosso ricettatore d'auto rubato, lo rinnega, e gli amici lo esclu-dono addirittura dal giro. Scopre addirittura di avere un figlio, cosa che lo costringe a una responsabi-lizzazione che però non è in grado di ottenere, e che sembra sempre più lontana da quando l'amico Kurt lo invischia in uno sfortunato affare di droga.

Refn rasenta il capolavoro con questo proseguendo della sua particolare trilogia, mettendo in scena un comprimario presentato nel primo capitolo: il Tony personificato da Mads Mikkelsen. Un perfetto perdente che in quanto tale ha una particolarissima poetica da esporre, facendolo con immensa dignità. Non si può negare di come sia un personaggio totalmente negativo (ma ammettiamolo un attimo, in questa trilogia di derelitti ce n'è uno che si salva?), visto anche il tradimento del quale si è macchiato nella pellicola precedente, e per tutta la prima parte lo vedremo immischiarsi in faccende che con solo un poco più di ragionamento si sarebbero potute comodamente evitare. L'istintività [o la coglionaggine, se preferiamo] è la caratteristica principale di questo personaggio, oltre al tatuaggio di pessimo gusto sul cranio rigorosamente rasato a zero, ed è proprio quella che lo ha semrpe cacciato nei guai più grossi, come mostra anche il prologo prima dei titoli di testa. Non è un personaggio col quale è facile provare una certa empatia, ma non è questa l'intenzione primaria di Refn, che ci fa annegare in questo suo mondo totalmente sbagliato fino a nausearci, mostrando solo negli ultimi minuti la redenzione tanto cercata e negata dalla famiglia stessa che così male accoglie la sua venuta nel mondo libero. Il tutto avviene senza retorica o sentimen-talismi di bassa lega, ma attraverso una lenta consapevolezza che la sua mente distrutta dalle droghe e da una demenza di fondo concepisce con oscena lentezza. Il personaggio quindi raggiunge forme davvero monolitiche nel confrontarsi con la sua bambinesca follia in un mondo di adulti coscienziosi che però non si dimostrano molto meglio di lui, a conti fatti, in primis il padre autoritario che arriva a rinnegarlo in due momenti diversi della pellicola. Proprio con il confronto paterno si raggiungono forme edipiche nella narrazione, immettendo una stato d'essere tipico della psicologia più spiccia ma ampliato in maniera completa e compatta con due rapidi discorsi, del tutto naturali e quasi anticinematografici, che fanno denotare quindi tutto il talento del Refn 'umanologo' oltre che del Refn regista. Il linguaggio cinematografico adottato per questo proseguendo è similare a quello precedentemente visto, con queste inquadrature sporche regalate da un uso costante della telecamera a mano, stavolta agevolato da un gruppo di attori più esperti e da un budget notevolmente più consistente che permette qualche piccolo sfizio che al suo esordio il regista non poté permettersi. Mikkelsen domina lo schermo con una presenza scenica, surclassando tutti gli altri attori con un istrionismo che lo ha fatto diventare la stella che ora può vantare di essere. Fortunatamente il film però non conta solo e unicamente su un bravo attore, perché questo talentuoso interprete è al servizio di una storia scritta magnificamente e girata col cuore.

Il genere gangster forse può non piacere, ma qui si vola oltre, esplorando le emozioni umane di un prota-gonista davvero atipico nelle pellicola di questo tipo. Un seguito fatto con testa e cuore, cosa rara nel mondo odierno della settima arte.


Voto: ★★★★


2 commenti:

  1. Serie molto bella. Secondo me questo è l'episodio più riuscito. Sembra un qualcosa di pulp e tarantiniano, ma è invece incredibilmente vero e struggente. L'interpretazione di Mikkelsen è superba. Refn ha fatto proprio bene a continuare il primo capitolo. Secondo me anche un tv drama di alcune stagioni sarebbe venuto un capolavoro.

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    1. Sarei curioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori nell'ultimo caso. Sicuramente l'avrei guardato XD
      Comunque si vocifera che Refn voglia fare un quarto episodio...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U