mercoledì 16 gennaio 2013

Funny games


Ecco a voi un altro tassello fondamentale della cinematografia, oltre che della poetica di Michale Haneke, uno dei registi più estremi e controversi nel quale ho mai avuto modo d'imbattermi. Con somma gioia, aggiungo, perché è stato forse l'incontro tematico più redditizio della mia vita, o almeno uno di quegli autori che se dovessi stilare un' apposita topten degli artisti che più mi anno influenzato (in cosa poi?) figurerebbe sicuramente fra i primi cinque posti. Un artista così particolare e originale che, guardacaso, ho avuto modo di scoprire attraverso un percorso a me insolito, ovvero attraverso un remake. E dire che io sono quello che i remake li odia. Però in quell'estate del 2008, forse una delle peggiori della mia esistenza, non ho potuto fare a meno durante un classico zapping settimanale di imbattermi nel trailer di un certo Funny games, che scoprii poi essere un remake [fatto dallo stesso Haneke] di un proprio film targato 1997.

Il film tratta delle vicende di una famiglia tedesca borghese formata da marito, moglie, figlioletto e cane che, come tutte le estati, trascorre le vacanze in una propria tenuta sul lago. Non appena arrivati però hanno modo di fare l'incontro con due giovanotti apparentemente educati e perbene, che col proseguire del tempo però si riveleranno tutt'altro che tali. Infatti prima azzopperanno il marito con una mazza da golf, e poi sequestreranno l'intera famigliola, instaurando un sadico gioco: entro dodici ore, tutti loro saranno morti...

Solo dal plot narrativo un film simile avrebbe tutte le carte in regola per destare la mia curiosità e, se gioca bene le sue carte, per farsi amare in quella maniera particolarmente feticista che solo io posso adottare. Funny games però non è un film normale, anzi, travalica il significato di questo termine ignorando le normali regole narrative (non solo cinematografiche) e inventandone di nuove, tutto a servizio di un discorso metacinematografico davvero d'avanguardia e ancora oggi di alta scuola. A essere presa di mira è la borghesia, con tutte le sue ipocrisie e superficialità, ma coinvolgendo solo in parte i personaggi di finzione. Sì, perché la cosa più straniante di questo film non è tanto la trama, già abbastanza claustrofobica e malata di suo, ma il fatto che i due aguzzini nel loro incessante parlare si rivolgano come se nulla fosse al pubblico, agli spettatori che guarderanno [la pellicola si assume questa scontatezza teorica] il film fino alla fine. Perché l'uomo è un essere violento per natura, una creatura nata dalla violenza e che usa la violenza stessa come mezzo d'espressione. Infatti è il richiamo verso la violenza che ha spinto molta gente a vedere un film che pone la propria trama su un gesto di pura prepotenza animale, ed è proprio il godere di essa in una parte remota del cervello che spinge, nonostante l'ansia e lo schifo di certi momenti, a visionare il tutto fino alla fine. E l'ironia della vita prende di nuovo il sopravvento, poiché proprio l'America, uno dei paesi più inclini alla violenza come testimoniano i numerosi casi di cronaca nera (nonché il passato commercio libero delle armi, difeso anche da uno dei loro emendamenti), ha prodotto e incaricato il tanto discusso remake. Ma il discorso non si ferma qui, anzi, fosse stato il contrario ci sarebbe rimasto solo da restare tranquilli. Haneke usa tutto ciò che la sua torbida e sadica mente può partorire per far patire a più non posso gli sventurati, con tutte le peggiori umiliazioni fisiche e morali possibili, con tanto di carnefice che fa l'occhiolino alla macchina da presa verso il pubblico. Pubblico testimone e  padrone di poter distogliere lo sguardo, ma che però decide di proseguire. Poi avviene quella scena, quella del telecomando, che mi permetto di spoilerare poiché necessita di una necessaria spiegazione secondo il mio personale punto di vista. Mi pare naturale affermare che ogni persona che ha avuto modo di vedere questo film (o almeno, quelle più sane di mente) si sia messa a tifare per i poveri borghesi oppressi, e quando l'impavida moglie riesce a sparare a uno degli aguzzini un piccolo senso di giubilo sia entrato nei loro cuori. Ma poi il compagno di merende del neo defunto estrae il telecomando, ed effettua un rewind, appena prima che tutto quello succeda e impedendo così la rivincita della donna. Una scena di gioia comune smorzata per far luce su un semplice fatto: si è gioito per un omicidio, decisamente legittimo e lecito, ma pur sempre un atto di violenza. Tutto ritorna a questo basilare concetto, fino alla fine, che chiuderà questo cerchio perfettamente geometrico col medesimo tratto con cui era iniziato. Ci saranno sempre un Paul e un Peter, con quell'aria da bravi ragazzi, vestiti di questa comune e benevola apparenza, che andranno in giro a fare quanto più riesce loro meglio senza essere puniti. Perché è così che va il mondo e sempre sarà, in questo crudele gioco di uomo-mangia-uomo, anzi, borghese-mangia-borghese, perennemente guidati da questo impulso violento che però fa parte della loro stessa natura di animali evoluti e perfettamente civilizzati, forse la specie predatrice più pericolosa. Poche differenze fra l'originale e il remake, anzi, Haneke ha girato ambedue nella stessa maniera, rispettando in modo maniacale ogni singola inquadratura, quindi potete visionare per prima la versione che più vi aggrada. Si diversificano però le varie performance, e se nella versione del '97 abbiamo perlopiù volti famosi più in madrepatria che qui da noi, il remake ci pregia delle interpretazioni di Tim Roth e Michale Pitt, oltre che di una Naomi Watts sempre bravissima e decisamente più bella da vedere dell'interprete originaria Susanne Lothar, collaboratrice assidua del regista e recentemente scomparsa.

Senza dubbio il film più disturbante e strano che io abbia mai visto. Non per nulla è finito a pieno diritto nella mia fantomatica topten della settima arte.


Voto: ★★★★★

8 commenti:

  1. Parlavo giusto l'altra sera di funny games (quello del 97) con un amico.
    Credo rimanga, ad oggi, uno dei film che più mi ha disturbato, infastidito, innervosito, irritato ecc.
    Ovviamente l'idea di vedere il remake non mi ha mai nemmeno sfiorata per sbaglio!

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    1. Dire che è estremo è limitativo. Pure io ho finito la visione frastornato, e ancora oggi pur considerandolo un capolavoro è una pellicola che mi scombussola sempre.
      Per quanto concerne il remake, guardarlo o no è ininfluente, contando che l'ha fatto lo stesso Haneke.

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  2. Io ho visto solo la versione originale, e sono convinta (anche senza bisogno di vedere quella USA) che gli attori e la loro rigidità teutonica diano ancora più angoscia. Disturbante e estremo come pochi altri!

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    1. Sugli attori non so, questo film è uno di quei casi in cui mi concentro più sulla forma, ignorando il resto.

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  3. Il remake non l'ho visto ma l'originale è un capolavoro.
    Estremo, irritante, crudele e angosciante come poche altre pellicole, beffardo nei confronti dello spettatore bue e ormai assuefatto alla violenza... oddio, è quasi da malati dire che mi piace, lo so ç___ç

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    1. E io che gli ho dato il massimo dei voti che dovrei dire? XP

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  4. L'ho visto da ragazzina, la prima volta. Che trauma, cribbio. Non è un film che riguardo volentieri. Il chè significa che è ben riuscito.

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    1. Io una volta all'anno lo devo vedere. E' una delle poche cose che riesce davvero a scuotermi

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U