martedì 8 gennaio 2013

Il coltello nell'acqua


Questo è l'esordio di uno dei più grandi registi che la storia abbia mai avuto. Non mi dilungherò su quelli che poi sono stati i gossip legati alla sua vita privata, perché quando possibile tendo a differenziare quella che è l'opera e quello che è l'artista. Se facessimo così così dovremmo tutti bruciare le opere di Picasso perché era un corni-ficatore fedifrago, oppure mettere al rogo gli scritti di del divin marchese De Sade, senza contare quel maledetto pseudo nonsocosa di Griffith... insomma, Polanski ha fatto dei bellissimi film, e di questo gliene sarò molto grato per sempre. Ma il suo genio aveva avuto modo di certificarsi anche col suo sorprendente esordio, ovvero il film qui preso in considerazione, che se a una prima occhiata può apparire un qualcosa di insulso e incompiuto, con qualche ragionamento in più si riveste di una immensità tutta sua.

Un giornalista sportivo e sua moglie sono in procinto di andare a fare una gita in barca, quando sul loro tragitto incontrano un giovane autostoppista. I due si offrono di dargli un passaggio fino al porto in cui loro devono andare, per finire poi a invitarlo a fare un viaggio con loro. Quella breve convivenza di ventiquattro ore metterà a nudo i caratteri di tutti e tre gli individui coinvolti, mostrando nuove dinamiche...

Non aspettatevi di certo un film molto adrenalinico, anche perché il tutto si svolge a bordo di una barca ed il ritmo è anche di conseguenza molto lento. E non aspettatevi manco l'estetica curatissima ed oscura del Polanski più famoso, perché qui l'autore era ai suoi esordi, e i mezzi a disposizione non erano di certo elevatissimi. Nonostante tutto però la pellicola può dirsi decisamente riuscita in quello che è un sadico gioco di potere che ribalta le prospettive della famiglia borghese di allora a favore di un sopraggiungere degli istinti più animali e recenditi dell'animo umano: ovvero quello del dominio, sia sull'elemento più giovane che sulla donna. Con un ambiente seminesistente e tre soli personaggi (infatti non vi sono altri interpreti o comparse in questo film), Polanski insieme alla sua squadra di sceneggiatori riesce a imbastire una storia davvero profonda e provocatoria che mette alla berlina quello che era l'insieme dalla famiglia e dell'uomo di successo nel dopoguerra polacco. Andrea, il marito, è fiero di quella che è la sua posizione e di quanto abbia lottato per averla, cosa che cerca sempre di mettere in luce in tre quarti dei propri discorsi con il ragazzo e la moglie decisamente sottoposta in più di un'occasione. Il giovane autostoppista invece appartiene a un nuovo pensiero, molto tipico di quegli anni Sessanta, e che per questo si trova in attivo confronto con quella che è la mente e la filosofia del cronista sportivo. Questo creerà il maggior contrasto fra i due, in un furioso susseguirsi di battibecchi che hanno la funzione di segnare una linea di demarcazione d'orgoglio da non oltrepassare, oltre che l'apparire più forti e meritevoli agli occhi della donna. Ma sarà proprio quest'ultima, alla fine, con un gesto di estrema lascività a fare luce sul gioco psicologico che si è venuto a forma-re. Alla fine, per quanto sia il divario che il presente mostra fra il cronista Andrea e il giovane ragazzo vagabondo (il cui nome non verrà mia rivelato, a favore di questa rivelazione), raggiunta l'età adulta quest'ultimo andrà a diventare come il primo. Anche Andrea era ribella da giovane, ma il crescere in un certo tipo di società e il vedere certe certezze venirsi a concretizzare avevano fatto in modo do fargli avere una nuova ottica sul mondo e su come comportarsi, definendo l'individuo non certo amabile che abbiamo conosciuto fin dall'inizio della pellicola. Per quanto le parole del giovane siano belle e piene di belle speranza, con tempo andranno a spegnersi, decre-tando la fine di una giovinezza speranzosa e l'inizio di un'età adulta che non lascia scampo a quelle che sono le ambizioni giovanili. L'uomo è dominatore, e il senso di domio si rispecchia non solo sulla donna ma anche i suoi simili. E' questa l'eredità che un passato belligerante e bellicoso ha lasciato alla società, ed è così che chi vi vive dentro ha modo di agire. La speranza è flebile, ma davvero poca in questo quadro agghiacciante della psiche umana, enfatizzato dalle elaborate inquadrature in bianco e nero. Tutte cose che, nel lontano 1962, avevano fatto in modo che questa pellicola venisse nominata agli Oscar come Miglior Film Straniero, anche se la statuette andò [giustamente, non me ne vogliate] a Federico Fellini col suo 8 e mezzo. Di certo però non sono stati nominati a molti premi gli attori, perché a parte per i dittatoriale marito e cronista, gli altri due non potevano vantare alcuna esperienza recitativa, né al cinema né a teatro.

Un film fatto da un Polanski quando né la critica, né il pubblico e neppure la legge se lo cagavano molto. Ma che dimostra come la sua genialità e la sua versatilità fosse lampante fin dagli esordi, tutte cose che hanno giocato un ruolo essenziale nella sua futura carriera di cineasta.


Voto: ★★★ ½

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