giovedì 17 gennaio 2013

Kotoko


Non posso dirmi certo un esperto del cinema orientale... anzi no, manco di quello occidentale... manco di quello per bambini. Non posso dirmi manco un esperto nello scoreggiare se è per questo, e forse la cosa giustifica in pieno i miei pessimi giudizi in materia cinematografica. Posso dire però che il cinema orientale mi affascina. E 'sti cazzi, è dal Rinascimento che si guarda all'oriente con un velo di curiosità e malizia erotica, ma a quanto pare la storia si ripete non solo nel proprio scorrere ma anche sui propri abitanti. Ma tralasciamo queste mene pseudofilo-soficheggianti che mi servono solo a comporre il paragrafo introduttivo, e iniziamo a parlare di questo particolare film del paerticolarissimo regista Shinya Tsukamoto, che abbandona deliri cyberpunk e gli horror mistici per fare quella che dovrebbe essere una sana pellicola drammatica. O almeno, sana per i suoi parametri... paura eh?

La Kotoko del titolo è una ragazza madre particolarmente disturbata. Vede dei 'doppi' delle persone, solo che questi hanno delle effusioni violente, e quindi si scaglia si di loro per difendersi. E' autolesionista, perché non comprende come mai il suo corpo si ostini a vivere nonostante la vita grama che le è toccata. Ed ha anche una bellissima voce. Un giorno però le cose cambieranno, in special modo quando suo figlio verrà affidato alla sorella e conoscerà un particolare scrittore innamorato di lei...

Non posso dire di essere [ancora] un superfan di Tsukamoto, del quale ho visto due film in croce, ma comunque decisamente pregni di quella sua poetica strana e straniante. Decisamente è un autore curioso che merita di essere approfondito, per quanto possibile dato che quasi tutti i suoi film sono inediti da noi in Italia e disponibili solo subbati nella rete, e l'aver trovato presso altri blogger recensori dei pareri così entusiastici verso questo film mi aveva spinto a cercare questo titolo giacché stasera non avevo un beneamato cazzo da fare. Quella che stavolta il regista nipponico ci vuole offrire è una storia drammatica, cosa che forse si allontana decisamente dai suoi titoli più famosi, ma che non tralascia il suo gusto per il malato e l'eccesso che da sempre lo caratterizzano. Non si può di certo dire che il personaggio protagonista sia un qualcosa di usuale nella narrativa in generale, così come le paturnie ed i disturbi mentali che essa offre nella sua instabile psicolabilità. Questo è un punto decisamente a favore della pellicola, che si beneficia di uno stile registico davvero grezzo e sporco che fa somigliare certe parti a un documentario, cosa che permetterà allo spettatore di immedesimarsi maggiormente con la protagonista canora. Non viene mai specificato se la pazzia di Kotoko è un qualcosa che è avvenuto dopo essere stata abbandonata dal padre di suo figlio o dopo che la piccola creature che tanto ama è stata concepita, ma non è su questo che il film vuole concentrarsi. Anzi, questo piccolo alone di mistero permette di mantenere l'attenzione attiva su quello che è l'aspetto fondamentale del lungometraggio, ovvero la tormentata protagonista e i suoi numerosi momenti di puro delirio psicosomatico, che metteranno a dura prova gli stomaci più sensibili. Ma qui però si evidenziano anche i momenti più malriusciti del tutto, giacché molte cose di più grande importanza vengono lasciate all'oscuro. Non si dice mai da che tipo di famiglia Kotoko proviene, né che rapporto abbia con essa; non sapremo mai che lavoro la povera protagonista svolge... piccole cose che forse possono anche non essere conosciute, ma che impediscono di assumere alla pellicola un determinato realismo che le storie trattanti degli emarginati dalla società comportano. Cosette trascurabili, ma si sà, il diavolo si nasconde nei dettagli. Dettagli che qui però non fanno crollare il film, che nonostante non sia esente da questi piccoli difettucci si porta avanti con estrema dignità, risultando in alcuni punti anche una visione decisamente godibile, nonostante l'estremità che caratterizza quest protagonista. Partico-lare anche la storia d'amore con lo scrittore, interpretato da Tsukamoto stesso, che ha anche modo di auto omag-giarsi dicendo di aver scritto il libro Bullet ballet - titolo di un celeberrimo lungometraggio del regista nipponico - e che porta avanti quella che è una relazione distruttiva nel vero senso della parola, riuscendo ad esprimere una vera e propria macabra tenerezza. Ed è proprio qui che sta il bello di questo film, e della sua protagonista, quella di una donna respinta e che reagisce a tutto, anche all'amore, respingendo con la distruzione, infliggendola agli altri ed a sé stessa, perché quella è l'unica cosa che ha mai conosciuto e che sempre conoscerà. Solo proprio figlio riesce a darle la pace, proprio perché è l'unica cosa che ha mai creato in quanto donna e che come tale ha mai amato. Forse non tutti i nodi vengono al pettine, e un certo sopraggiungere del finale potrà sembrare un mero esercizio di stile... ma solo una certezza rimarrà: Kotoko è una madre, e tale resterà per sempre.

Film fortemente voluto anche dall'attrice protagonista dopo aver perso un figlio, la cantautrice nipponica Cocco [una che fa cosette come questa, tanto per capirci, mica pizza e fichi], già collaboratrice di Tsukamoto per la colonna sonora di Vital e che riesce a dare la giusta dignità a un personaggio simile, esibendosi anche in un paio di canzoni molto belle ed orecchiabili.


Voto: ★★★ ½


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