venerdì 4 gennaio 2013

Lasciami entrare


Anche volendo, è impossibile negare che i vampiri abbiano preso gran parte dell'immaginario odierno. E saranno forse i tempi asettici che la nostra società ci impone, sarà il sentirsi estranei al tempo in cui si ap-partiene, sarà che la milf per eccellenza Stephanie Meyer con Twilight ha saputo defibrillare il cervello del-le odierne ragazzine, sarà che nelle discoteche Halloween si festeggia molto più di una volta, sarà che molti come me hanno scoperto il fascino delle darkettone vestite in latex e pizzi... insomma, i motivi possono es-sere quelli che volete, ma alla fine la certezza resta. I vampiri sono una moda, e sia in letteratura che sul grande schermo attirano molto più di una volta. Che poi ci sia da incriminare il due Edward & Bella per la poca dignità di cui oggi possono vantare non è cosa che mi compete, io ho già fatto le recensioni dei film, e se proprio voglio fare qualcosa di utile mi godo i libri della Rice. O quelli di John Ajdive Lindqvist, che ha scritto il romanzo dal quale questo film è tratto e ne ha steso pure la sceneggiatura.

Stoccolma, 1981. Oskar è un timido bambino, quotidianamente tormentato dalle angherie di un gruppetto di bulli suoi coetanei. Tutto questo accade nell'indifferenza comune degli adulti, compresi i suoi genitori, separati da tempo e ognuno di loro ancorato nelle loro vite che si sono costruiti. Un giorno conosce Eli, strana ragazzina dai lineamenti gitani che cammina a piedi scalzi nella neve, con la quale instaurerà una particolare amicizia. Amicizia che è forse destinata a crollare, perché Eli in realtà è una vampira...

Parliamoci chiaramente, quanti di voi avrebbero dato una lira a un film come questo? L'odore di cazzata cosmica si sentiva a chilometri di distanza, e le analogie con la saga occidentale che ho citato nel primo pa-ragrafo erano pericolosamente prevedibili... invece si è sfiorato il capolavoro. Per una serie di strane circostanze [che ricordo solo in maniera confusa, non so perché] avevo avuto modo di leggere il libro di Lindqvist, edito qui da noi dalla Sellerio (casa che sembra andare a letto con gli svedesi quanto la Iperborea), e me ne ero innamorato. Rimaneva comunque la paura che la trasposizione filmica potesse essere soggetta a diverse perbenizzazioni che avrebbero smontato l'opera originale, ma la presenza dell'autore originale come sceneggiatore della pellicola però ha permesso che lo spirito originale non andasse perduto, e il regista Tomas Alfredson è riuscito a imbastire una messa in scena davvero perfetta per questo genere di storia. Nonostante sia possibile godere della superba fotografia di Hoyte Van Hoytema, questo non è il classico film horror pregnante di atmosfere lugubri. Anche perché non è un film horror, O almeno, non lo è nell'intento più spudorato. Come accade nelle migliori tradizioni, il genere narrativo è un pretesto per raccontare il dilemma interiore dei personaggi, e i piccoli protagonisti qui presentati sono davvero eccelsi. Ambedue sono degli outsiders, degli emarginati dalla società. Una perché è un mostro, l'altro perché è invisibile agli occhi degli adulti e fin troppo presente a quelli dei coetanei. Ma nella loro diversità hanno modo di trovarsi, di formare un legame puro e di immensa comprensione reciproca, oltre che di infantile curiosità. I paesaggi glaciali della Svezia aiutano a fare da cornice a una storia di esclusione e rinascita, un apologo davvero delicato e insolito sulla diversità. Qui l'atmosfera è più realistica che mai, non ci sono stilizzazioni di sorta, e per quanto eccelsa la fotografia riflette unicamente quella che è una realtà fredda quanto il clima che la caratterizza. Un ruolo molto importante è giocato anche dai comprimari, quasi tutti degli adulti impacciati nelle loro relazioni e nel gestire la propria vita, che non poco faranno per farsi odiare dallo spettatore (su tutti, il ciccione che pensa di insegnare a tutti cosa fare), riflettendo i due piccoli protagonisti come le uniche persone salvabili in quella comunità. Va detto però che, nonostante la bellezza del tutto, lo stile di regia di Alfredson è molto lento, e per quanto sia risaputo che questa pellicola non è un blockbuster, molti potranno trovare davvero difficile il proseguire della visione di un qualcosa che è davvero lento in più punti. Ma va dato comunque un particolare merito al regista per aver saputo trovare delle soluzioni visive così eleganti (una su tutte, il massacro finale nella piscina) nonostante il budget davvero esiguo a disposizione. Non credo che piacerà a tutti, sia per il ritmo lento ma anche per il fatto che i più partiranno alla visione prevenuti per via del trattamento che la figura del vampiro ha subito negli ultimi tempi. Questa categoria può decisamente attaccarsi al carroccio, giacché sono sicuro si troveranno impossibilitati nel commentare coerentemente, mentre gli altri sono sicuri che rimarranno piacevolmente deliziati dalla visione. 

Io questi personaggi li ho lasciati entrare dal primo all'ultimo, e non me ne sono pentito. Come non mi sono pentito di aver visto il remake americano Blood story, incredibilmente superiore alle aspettative e che, pur non raggiungendo i vertici estremi di questo film, ci si avvicina pericolosamente.


Voto: ★★★★

2 commenti:

  1. Ritmo lento, ma capolavoro. Chi avrebbe mai dato due lire a questo film? Io! Del resto sono uno che aspetta con ansia l'arrivo al cinema di Warm Bodies. :)

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    1. All'epoca ispirava anche a me, ma va tenuto conto che l'influenza di "Twilight" era onnipresente nell'aria. Su "Warm bodies" non dico nulla, troppo presto, e il trailer non mi ha detto granché, devo ammettere

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U