mercoledì 2 gennaio 2013

Pusher


Non ho mai avuto molta simpatia per i remake, ma vanno fatte anche qui le dovute specificazioni. Un remake, il rifacimento di un film già esistente, posso ben apprezzarlo quando si usa la base di partenza della pellicola interessata per ottenere qualcosa di totalmente diverso, sia in termini di storia che di aspetto visivo. Il primo caso a venirmi in mente è quello de La mosca di Cronenberg, anch'esso un rifacimento, ma che rispetto a L'esperimento del dottor K di Kurt Neumann andava a parare in tutt'altra direzione. La rabbia in questo caso però mi è salita alacremente quando ho saputo che Luis Prieto, regista del mocciano Ho voglia di te [e qui due dita in gola me le metto per principio], avrebbe fatto il remake di Pusher: l'inizio, opera prima del regista culto di questa mia seconda decade degli anni zero: Nicolas Winding Refn.

La trama si attiene in larga parte a quella del prototipo originale. Frank è un piccolo spacciatore che sopravvive facendo dei lavoretti per i vari boss dell'Inghilterra. Un giorno operò decide di alzare il tiro dopo essere stato ricontattato da un 'ex collega', ma l'operazione finisce male, ed è costretto a far sparire la droga. Solo al mondo, e con un ingente quantità di soldi da restituire al boss serbo Milo, Frank dovrà fare una corsa contro il tempo se vuole sopravvivere.

Una cosa la devo proprio ammettere, ovvero che mi aspettavo decisamente di peggio. Non bastava il nome del buon Refn fra i produttori esecutivi per tranquillizzare il mio animo inquieto, perché so della malasorte che molti remake si portano dietro. Avevo paura infatti che il lavoro grezzo e così godibile dell'esordio del danese venisse decisamente infighettato e perbenizzato... e in effetti la cosa è decisamente avvenuta, ma non nella maniera così gravosa che mi immaginavo. Lo script di Matthew Read come ho spiegato nella sinossi al paragrafo secondo si attiene in maniera abbastanza fedele all'originale, discostandosi però per quella che era l'anima più volgare e decisamente realistica del prototipo di partenza. La strada degradata di Copenhagen sono state sostituite con quelle più british della Londra bene, e gli scambi adesso avvengono in lussuosi night club con musica elettronica martellante. Lo scambio iniziale coi due stranieri che vedevamo nella pellicola danese infatti è sostituita con la medesima scena in una lussuosa villa, mentre lo sfogo di rabbia di Frank verso Tony avviene in uno strip club anziché in una bettola del centro. Tutte cose che fanno capire come questa sia un'idea della criminalità molto idealizzata, decisamente patinata e per questo meno incisiva di quello che dovrebbe. Anche la regia crea quella che è una presa di posizione davvero modaiola, con questa fotografia davvero contrastata e dei trucchi di montaggio che, se per le scene di trip possono ricreare certi particolari effetti, in quella più urbane donano allo spettatore la strana sensazione di essere decisamente fuori luogo, forse troppo. Si cerca di estremizzare tutto, tranne la violenza, che a parte per una scena [quella della morte del negoziante di animali] si fa inghiottire dal vortice truzzetto acquisito dal tutto, e causa anche una macchina da presa non sempre presente al momento giusto, certi scazzotta-menti sembrano molto più lievi di quello che dovrebbero sembrare. Anche nella scena finale della tortura di Frank. La regia inoltre offre anche una ruffianata colossale, impregnando nel proprio stile autocompiaciuto la presentazione iniziale dei personaggi, ma dove Refn esercitava il tutto con quel fare casereccio che era il marchio di fabbrica della sua passata cinematografia (cosa fra l'altra richiesta dal genere) qui diventa tutto un giocare di luci fosforescenti ed effetti visivi di regia/montaggio più vicini alle caratteristiche del videoclip che del lungometraggio. Nonostante tutto la pellicola mantiene un ritmo narrativo buono, e per coloro che nei film non vogliono eccessiva ricercatezza ma solo un qualcosa che faccia passare loro un'ora e mezza in compagnia di sequenze consecutive, questo filmetto potrà andare anche bene. O almeno, se si pensa che il regista è reduce dalla trasposizione di un romanzo dell'autorone romano Federico Moccia, questo film è un successo colossale. A voi se vedere il bicchiere pieno per metà o per tre quarti. Se non altro, potete godere della bellissima biondocrinuta ragazza del protagonista, che... seriamente, mi sono quasi innamorato di lei!

Alla fine non si è commesso l'obbrobrio che mi aspettavo (anche se la scena dove Frank cerca di riconciliarsi con Tony, aggiunta in questa versione, sarà dura da dimenticare) ma l'amarezza rimane. Spero solo che la diffusione di questo titolo nel resto del mondo - perché da noi in Italia è ben lungi dall'arrivare - faccia conoscere la trilogia che ne sta alla base, e con essa anche il nome di un grande regista.


Voto: ★★


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