mercoledì 27 febbraio 2013

Pinocchio


Di Pinocchio da piccolo ne avevo fatto una mania. Mi avevano regalato per Natale, quando avevo ancora quattro anni, la VHS del vecchio cartone della Disney, e dopo averlo visionato per triliardi di volte ero andato persino a cercarmi il vecchio sceneggiato di Luigi Comencini, fino a che a sette anni ero andato a noleggiare il libro nella biblioteca del mio paesino. Crescendo poi in televisione ho avuto modo di imbattermi persino in un film francese omonimo, e in altre varie versioni animate (compresa la versione del libro illustrata dal mitico Jacovitti), fino a che non arrivò il semiterribile film di Benigni e il fumetto-decostruzionista di Ausonia nel 2006... insomma, Pinocchio ha fatto parte integrante della mia infanzia per molto tempo, fino a che crescendo io, che bambino vero c'ero nato, non sono andato a dimenticarlo. C'è voluto Enzo D'Alò, quello che ha fatto dei cartoni come La gabbianella e il gatto e La freccia azzura (ma volgiamo dimenticare quel Momo alla conquista del tempo di endiana memoria?) perché, a ventidue anni, la mia mente ritornasse al classico di Collodi.

La storia è sempre la stessa. Il falegname Geppetto trova per caso un aquilone che perse da bambino, che inspiegabilmente rende in grado di parlare un ciocco di legno, dal quale ne ricava un burattino che prenderà vita. Pinocchio, questo il nome del burattino, combinerà guai a non finire, e il film seguirà un libero adattamento delle sue avventure, fra personaggi poco noti fino ai passaggi che tutti abbiamo imparato a conoscere.

A sentire il regista Enzo D'Alò questo doveva essere il film della sua vita. Ne aveva realizzato un promo nel 2000, e solo ora è riuscito a completarlo, C'è voluto più di un decennio di lavorazione e una coproduzione con Belgio, Francia e Lussemburgo. Il tratto del fumettista Renzo Mattotti (che di Pinocchio aveva già illustrato una versione libresca della Rizzoli) si sposa perfettamente con quello tipico dell'animazione francofona, creando così dei tratti decisamente lontani da quelli delle produzioni americane o nipponiche ai quali siamo abituati. Il che si sposa alla perfezione col mondo immaginifico che prima fu di Collodi, e che ora è restituito al pubblico con nuova linfa da D'Alò. Lo stile del regista infatti è similare a quello delle sue pellicola precedenti, quindi le atmosfere bambinesche e vagamente ridanciane la fanno da padrone, ma pure gli adulti troveranno questa pellicola davvero gustosa e piena di spunti interessanti. le animazioni non eccellono, ma fanno comunque un ottimo lavoro,m grazie ai variegati utilizzi che si fanno delle stesse. Non lasceranno indifferenti infatti alcuni sperimentalismi, come quello dove Pinocchio fa un incubo, che vede un animazione fatta con dei tratti spessi e asimmetrici in grado di trasmettere tutta l'ansia che un sogno simile può trasmettere in una mente bambina. Le animazioni computerizzate sono presenti, la cosa è inevitabile se si vuole lavorare in questo campo oggigiorno, ma fortunatamente sono ridotte al minimo a favore di una sana animazione manuale in grado di dare a carta ed inchiostro tutto i sapore dell'artigianato. E la cosa da parte mia fa acquisire a questo progetto tutto il rispetto possibile, perché il rifarsi a un modo di lavo-rare simile in un tempo di industria e mercato di prodotti veloci fa acquisire all'intero progetto una veste nuova, in special modo per certi particolari effetti. Mi riferisco alla scena in cui il Gatto e la Volpe cercano di dare fuoco all'albero sul quale si è nascosto il Burattino (i giochi delle ombre, uniti alla canzone che cantano, mi hanno fatto venire i brividi) o quella nella quale Geppetto, all'interno della pancia del pescecane asmatico (nel libro ricordo che era tale), 'racconta una storia' al proprio figlio di legno. Purtroppo però non ci sono solo lati positivi in questo progetto, e il tutto va a riscontrarsi purtroppo in una sceneggiatura abbastanza frettolosa. Certi passaggi infatti sono liquidati con insolita rapidità (ma bisogna vedere se la cosa non sia andata a scontrarsi con delle esigenze economiche che non riuscivano a coprire eventuali costi delle animazioni) ed i dialoghi sono davvero minimali, anzi, alcuni sono presi pari pari dal libro. Stando unicamente a questa versione animata poi non si capisce bene la funzione di alcuni personaggi come il Grillo Parlante e la Fata Turchina, che si limitano solo a comparire e scomparire senza spiegazione alcuna sulla loro natura. Difetti piccoli, ovvio, ma vanno comunque annotati. A surclassarli però basta la bellissima colonna sonora scritta dal compianto Lucio Dalla, che qui si ritaglia una particina dando la voce al Pescatore Verde che cerca di mangiare il (pesce)burattino. Da annotare anche un gruppo di doppiatori d'eccezione, come i consolidati Carlo Valli (voce ufficiale di Robin Williams) e Mino Caprio (Peter Griffin, per intenderci), e delle superbe 'new entry' come Rocco Papaleo e Paolo Ruffini, che fanno degnamente le loro brevi comparsate animate con due personaggi, rispettivamente Mangiafoco e Lucignolo, che calzano loro a pennello.

Alla fine posso ritenermi più che soddisfatto, non solo perché per ottanta minuti sono riuscito a sognare ed a scaldarmi il cuore, ma anche perché l'Italia, la Terra dei Cachi, ha avuto modo di spiccare in un piano artistico così particolare e sottovalutato. C'è da essere fieri di questo, eccome!


Voto: ★★★

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