giovedì 28 marzo 2013

La leggenda di Beowulf


I miti nordici hanno caratterizzato gran parte della mia cosiddetta immaginazione giovanile. Ho iniziato, come tutti, con la mitologia greca d'ordinanza, poi l'appassionarmi al metal (e al sottogenere epic) mi portò a scoprire i Manowar, che sarebbero diventati la mia band preferita, e grazie ai quali iniziai a muovere i primi passi fra i miti vichinghi. Odino, Thor, Valhalla, Loki, Yggdrasil, Ragnarok... furono solo le prime parole che imparai, poi mi informai sulla mitologia a esse annessa e da lì in poi fu tutta una discesa. Certo, col tempo poi la mania passa e il tuo essere mentalmente onnivoro ti porta a informarti si varie cose, dimenticando quelle che ti avevano appassionato solo pochi anni prima, fino a che non torni indietro con la mente e ti ricordi di quanto eri fissato con quelle cose. Penso che all'epoca avevo la barba lunga, vestivo il chiodo e portavo i capelli lunghi per tutta la schiena insieme a delle collane dalla forma di spada. Insomma, sembravo proprio uscito dal medioevo. Immaginate quindi l'entusiasmo che a quell'età mi investì quando scoprii che nientemeno che un povero stronzo qualunque come Robert Zemekis avrebbe fatto un film proprio su Beowulf, l'eroe dell'omonimo poema inglese, e che l'avrebbe sceneggiato un altro poveraccio come Neil Gaiman.

Le terre di re Hrotgar sono devastate dalla presenza dell'orrido Grendel, mostro figlio di una temibile demonessa, così forte d essere incontrastabile nelle sue razzie. Per questo il vecchio re chiede aiuto ai regni vicini, fino a che a lui non si presenta Beowulf, il figlio del re dei Geati, che sconfiggerà l'orrida creatura. Ma rimane da sconfiggere la madre del mostro, e quando il prode guerriero s'imbarcherà nella nuova impresa...

Poteva essere il mio sogno proibito, questo film. E non tanto per la regia di Zemekis (sono uno di quelli che è abbastanza stufo di continuare a vedere Forrest Gump in tv) quanto per il tema trattato e le menti che lo stavano narrando. Il che ci conduce agli sceneggiatori, ovvero Neil Gaiman e Roger Avary. Il primo è uno dei miei miti personali, uno di quelloi che insieme ad Alan Moore, Frank Miller, Daniel Clowes, Grant Morrison, Katsuito Otomo e compagni di merenda vari è diventato uno dei miei sceneggiatori di fumetti preferiti. Basterebbe la meravigliosa saga di Sandman per spiegare il perché di cotanta ammirazione, ma poi dovremmo aggiungere anche un signor romanzo come American Gods per far capire perché lo stronzo avrebbe dovuto saper trattare al meglio gli elementi cardine di questa pellicola. Roger Avary invece è famoso perlopiù per aver scritto insieme a un certo Quentin Tarantino (un tizio che non si cagherebbe nessuno, ovviamente) due filmetti come Le iene e Pulp fiction. Dopo questo ditemi se non era doveroso iniziare la visione con un'aspettativa un ciccinino alta... aspettativa che viene messa subito da parte già nei primi quindici minuti iniziali. L'inizio è emblematico, ci fa capire che l'atmosfera per certi versi è anche abbastanza ricercata, ci sono vari riferimenti alla mitologia norrena (sbagliati, perché il drago Fafnir citato all'inizio non fu ucciso da Hrotgar ma da Sigfrido, mentre alcune rune sono proprio messe a casaccio) e l'accenno del cristianesimo che sta prendendo piede nelle terre, quando poi arriva un mostro - mostrato attraverso un piano di regia che da solo vale la visione - e segue una storia sgangherata senza capo né coda. Anzi, un capo e una coda ce l'ha, il problema è che la parte centrale è raccontata davvero molto male. E non per termini di regia, quanto per fattori inerenti alla scrittura. Non che lo script non tiri fuori qualche bell'asso di picche, solo che non lo sfrutta, lasciando quindi che il tutto prenda piede come la classica avventura fantasy da domenica pomeriggio di Italia1. Insomma, un Fantastica avventura con un cast e una regia degni di nota, e un quantitativo di violenza degno di questo nome. Il personaggio principale è molto più sviluppato rispetto a quello del poema, e infatti prende una piega totalmente diversa con questo sue senso di colpa che lo roderà per tuta la sua esistenza, fino alla riscossa finale. Tutte cose davvero fighe, belle e anche di più, peccato che siano davvero messe alla cazzo di cane e infarcite di momenti idioti - uno su tutti, quando nel combattere Grendel si accorgono che è, letteralmente, senza batacchio. Tutto questo condito con una motion capture davvero degna di nota, che per chi non lo sapesse, è uno speciale tipo di animazione che si ottiene facendo recitare dei veri attori, registrandone i movimenti con degli speciali sensori che poi verranno rielaborati al computer. Questo ha permesso di giocare con le fattezze di alcuni interpreti, come il protagonista Ray Winstone, che da ometto basso e grasso è diventato un gigante palestrato, mentre Crispn Glover è diventato il mostruoso Grende. Antony Hopkins, Angelina Jolie, Robin Wright Penn e John Malkovich invece restano pressoché invariati, peccato però che diano le fattezze a dei perosnaggi fin troppo bidimensionali. Ne guadagna unicamente la regia, che ha dei guizzi fenomenali e delle trovate visive che altrimenti sarebbero state impossibili, come le continue censure al batacchio di Beowulf quando combatte nudo contro Grendel, oltre che dei combattimenti davvero esaltanti. Tutto sommato un po' troppo poco per narrare l'umanità che si nasconde dietro la leggenda, e questa atmosfera artificiosa decisamente non aiuta.

Visto come visione altamente tamarra però ci può stare, ma rimane molto amarezza perché, con un tris di autori simile, poteva davvero arrivare ad aprire le porte del Valhalla.


Voto: 

2 commenti:

  1. Credo di non aver mai visto una roba più trash. Ripensando al Grendel rido ancora adesso... ma nulla da dire sulla realizzazione, spettacolare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grendel aveva anche il suo stile... è il modo in cui è trattato, più che altro, e se a fare una cosa simile è Gaiman l'amarezza sale alle stelle.

      Elimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U