martedì 30 aprile 2013

Ran


L'oriente è il viatico per la redenzione cinematografica. Non sostengo come molti che tutto quello che viene da lì sia oro (alcune delle peggiori cazzate che ho visto erano proprio orientali) però quando decidono di fare le cose bene, lo fanno. E soprattutto, lì vi sono degli autori che fungono da perenne garanzia. Come Akira Kurosawa, regista osannato a livello mondiale e conosciuto da chiunque dica di saperne almeno un minimo di cinema. Questo regista è entrato a pieno diritto nel mio Olimpo personale, e questo suo capolavoro assoluto può vantare di essere uno dei miei dieci film preferiti [minchia che culo, eh?]. Poi ribadisco, sparerò sicuramente qualche cazzata nel recensirlo, e puntualizzo questa cosa proprio per l'assoluto e infinito rispetto che provo per il film qui recensito. D'altronde, io non ho mai affermato di capirne qualcosa di cinema. Ma se Kurosawa lo conosco, vuol dire che un minimo ne so. Oppure no?

L'anziano signore della guerra Hidetora Hichimonji divide il proprio regno fra i tre Taro, Jiro e Sabuto. Quest' ultimo, il minore dei tre, critica apertamente la scelta del padre, ottenendo però l'unico risultato di venire cacciato. Hidetora si troverà cacciato dalle dimora di Taro e Jiro i quali, per evitare che decida di riprendersi il regno, decidono di attaccare la sua fortezza, dando così inizio a una guerra anche fra di loro. Hideotra, accompagnato dal fedele buffone e dal proprio consigliere, si ritroverà con la mente obnubilata in un mondo in rovina...

Immenso. Fantatsico. Un capolavoro. Epico. Grandissimo. Insomma, Akira Kurosawa! Il regista attinge a piene mani alla cultura occidentale e, basandosi sul Re Lear di William Shakespeare, imbastisce un storia che anche se spostata nella cultura medievale giapponese non stona per nulla. Anche perché a ispirare il grande regista è stato pure il personaggio storico Mōri Motonari, quindi estrapolazione occidentale fino a un certo punto. Ma lasciamo perdere queste pippate quasi nerdistiche per addentrarci all'analisi del film - uno dei miei preferiti, come ho già detto. La visionarietà che Kurosawa ha mostrato con questa pellicola è stupefacente, e pur non addentrandosi in particolarissimi manierismi di regia imbastisce una storia solida,m con dei dialoghi perfetti e un finale ai limiti del pessimismo cosmico come piacciono a me. Il Bardo non avrà nulla da criticare perché tutti i particolari della sua opera originale sono stati rispettati in pieno, e l'ottica orientale accresce certi particolari come l'addentrarsi in un mondo dilaniato dalla guerra o l'analisi della pazzia del vecchio re protagonista. Altro punto di merito assoluto sono le bellissime scenografie, davvero maestose e indelebili, che mi sono rimaste impresse nella memoria dalla prima volta che l'ho visto. Pure le scene di battaglia, nella loro semplice e confusionaria realizzazione (nessuna acrobazia, nessun combattimento coreografato, alcuni cadono solo nella prima carica e questo accentua solo l'estremo realismo del tutto) sono quanto di meglio si sia visto al cinema. Tutti particolari che si invischiano per formulare la perfezione, che alla fine si è fatta pellicola. Questo film rappresenta l'opus magni di un regista assoluto e antologico, e la sua profonda riflessione su quello che è l'animo umano, della sua sete di potere e conquista e della sua voglia di vendetta. In questo mondi di pazzi solo chi è malato di mente può definirsi sano, dice il consigliere al buffone di corte nel vedere in che condizioni vessa Hidetora. Ed è proprio questa frase che racchiude tutto il nocciolo del film. Noi umani siamo una razza violenta, lo siamo dagli albori della nostra storia, e non lesiniamo a combattere un padre o ad uccidere un fratello per assetare la nostra voglia di potere. La pazzia di Hidetora, che nel suo esilio incontrerà nuovamente i fantasmi del suo passato che lui stesso ha contribuito a creare, è la conferma di questo pensiero. Un uomo che ritrovatosi investito dalla realtà, è finito per divenirne l'ideale burattino. E in mezzo a tutto questo si muovono intrighi di corte, complotti, vendette consumate e flebili speranze di redenzione, che però sul finale saranno tutte concluse nella più tragica delle maniera. Non c'è speranza per l'uomo, non ce n'è mai stata. Da qui il titolo Ran, che nella lingua giapponese significa appunto Distruzione. La distruzione che l'uomo elargisce prima agli altri e poi a sé stesso, alle volte volontariamente o perché è inglobato senza saperlo dalle proprie stesse azioni. L'uomo stesso è il male, ma involontariamente pure la cura per guarire da sé stesso, come testimonierò il figlio Sabuto, unico personaggio apparentemente positivo in un film che non lo è per nulla, manco a sforzarsi di immaginarlo tale. L'unica cosa che può rallegrare è la splendida fotografia di Takao Saito e Masaharu Ueda, che enfatizza i colori delle scenografie di Yoshiro e Shinobi Muraki, insieme alle musiche del leggendario compositore Toru Takemitsu.

Se tutto questo non basta a convincervi vuol dire che di cinema ne capite molto meno di me - che già me ne intendo poco. Quindi a buon intenditore, poche parole. Andate a reperire questo must e, se lo avete già fatto, replicate la visione. Alla fine mi direte solo arigato!


Voto: 

8 commenti:

  1. Uno dei massimi Capolavori della Storia del Cinema. Kurosawa al suo massimo. Insuperabile.

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    1. Da almeno una decade nella mia topten! Vorrà pur dire qualcosa

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  2. Concordo con quello che dice James. Qualcosa di inarrivabile. Lo stesso Fellini vedendo i film di Kurosawa diceva di sentirsi come un bambino portato a scuola....

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    1. E se lo diceva uno come Fellini (il suo "Otto e mezzo" è presente nella mia topten, poco prima di questo) che bimbetto non lo era di certo...

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  3. Non si può non essere d'accordo, impossibile non giudicarlo un capolavoro insuperabile. Forse il miglior Kurosawa. Da brividi.

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    1. Ci sono ancora molti suoi film che mi mancano, questo però è quello che a livello personale mi ha davvero segnato.

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  4. Considerando QUANDO Akira San girò questo monumento alla settima arte c'è da rimanere ancora più ammirati.
    Se ti piace il regista vorrei timidamente consigliarti una lettura ed una visione di approfondimento, anche tu mi ringrazierai.. ;)
    (La mia prima, timida rece, sul mio preferito in assoluto:
    http://cinematografiapatologica.blogspot.it/2011/08/dersu-uzala-il-piccolo-uomo-delle.html)

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    1. "Dersu Urzala" mi piace molto, ma "Ran" personalmente lo preferisco mille volte di più. E comunque la rece, fra uno sfottimento e l'altro, l'avevo già letta ;)

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