lunedì 10 giugno 2013

Holy motors



La Francia ha uno dei panorami cinematografici più interessanti del momento e, a mio modesto parere di ignorante, può essere considerato secondo unicamente alla Corea del Sud. Come i cugini americani infatti non hanno remore dal passare da un genere all'altro. Nel corso degli anni dal popolo più snob e raffinato di sempre abbiamo avuto modo di vedere film comici, drammatici, horror (e che horror, oserei dire!) e thriller. Certe volte si è trattato delle peggio fetecchie possibili e in altri casi di capolavori. Poi ci sono casi come questo, dove sono dediti al puro sperimentalismo, con tutte le conseguenze che la cosa può comportare. In questo caso le conseguenze sono state che è stato distribuito da noi con un anno e mezzo di ritardo e solo in dodici sale (il mio Trentino è stato totalmente escluso), ergo per reperire la visione ho dovuto arrangiarmi coi mezzi che avevo. Il che è un ero peccato, perché per un film simile sette euro e mezzo li avrei spesi anche molto volentieri.

Il film narra le ventiquattrore della giornata di Oscar, un uomo il cui scopo nella vita è quella di girovagare per la città in limousine, dentro la quale svolge i preparativi per interpretare vari ruoli. Diverrà un barbine, un guerriero virtuale, un killer e molto altro, muovendosi in un mondo assurdo ma stranamente riconoscibilissimo.

Non nego che ho avuto un poco di difficoltà nel capire nella sua totalità il senso di questa bellissima pellicola, e che il leggere la recensione dell'amico Matt mi ha aiutato non poco. Perché questo film non è una pellicola che va vista come mero passatempo, e ammetto anche che, nonostante il voto massimo che gli ho dato, non ho saputo apprezzarla fin da subito. Ho dovuto smaltirlo nella giornata, pensarci e rifletterci sopra. Il che per molti la cosa potrà comportare un problema, per me invece è segno che la pellicola merita, perché non è funzionale solo e unicamente alla mera fruizione, bensì è un qualcosa che ti accompagna per ore anche dopo che lo schermo si è spento. Specifico fin da subito quindi che parlo senza mezzi termini di un capolavoro, e che ci ho pensato molto prima di affermare un qualcosa di simile. Ma innanzitutto... qual'è il senso di questo film? Apparentemente nessuno, se ci si basa solo sulle immagini e la sequenzialità, perché le varie esperienze passate da Oscar sono totalmente slegate fra loro e hanno dei passaggi a tratti davvero vagamente nonsense, che in più di un'occasione potranno far dubitare della sanità mentale dell'autore - ma per fortuna della sanità mentale la gente come me non se ne fa nulla. Questa è innanzitutto una disquisizione filosofica, morale e sociale su quello che i nostri tempi stanno passando, sul nostro bisogno di mostrare un qualcosa e sull'evoluzione che le tecnologie stesse stanno passando. Di Oscar non ci è dato sapere nulla, lo vediamo passare da un luogo all'altro e travestirsi in base al ruolo che deve interpretare. Ruoli che interpreta con estrema serietà, immedesimandosi fino all'assurdo in essi e coinvolgendo anche gli ignari passanti che ne diverranno, in alcuni casi, vittime inconsapevoli. A collegare i vari episodi c'è unicamente la bianca limousine che lo trasporta da una meta all'altra, guidata dalla sua fidata assistente con la quale però ha unicamente dei contatti superficiali perché sono perennemente separati dai vetri della vettura. E fin qui dobbiamo rassegnarci, perché di come mai Oscar fa così si saprà sempre poco [dice che lo fa per "Il gusto del gesto"], e anche su quale sia la sua vera identità non avremo mai una dichiarazione precisa. Lo vedremo salutare dei bambini all'inizio, prelevare una ragazzina a metà film e riunirsi a una famiglia di scimpanzé verso la fine. Quale delle cose che abbiamo vista è vera? Ci sono dei veri spettatori ad assistere a tutto quello? L'illogicità di certi momenti (in due occasioni Oscar viene ferito a morte, ma si riprende come se nulla fosse poco dopo) fa decretare che tutto quello che avviene è finzione? La risposta non verrà mai, ed è proprio qui che sta la forza della pellicola. Carax illustra così una realtà sempre più straniante dove il confine fra realtà e finzione è sempre più labile (a tal proposito molto significativa la scena della motion capture iniziale) dove in primis è l'uomo ad aver smarrito la propria identità. Ce ne sono molte fra le quali scegliere, ma alla fine fra tutti quei travestimenti ce ne sarà mai una reale? Molto bello che in certi punti, soprattutto all'inizio, il film sia frammezzato da degli spezzoni del cinema muto, come a significare che anche per il cinema l'evoluzione esiste, ma uomo e macchina alla fine sono una cosa ben differente. E sarà proprio alle macchine che verrà data l'ultima parola quando la guidatrice porterà la propria limousine al deposito assegnato [il motore sacro del titolo, appunto], scendendo a una vita reale (o no?) che non ci viene mostrata, ma anche qui indossando un'opportuna maschera. Perché la società ci impone molte maschere, ma sta anche annoi in parte decidere quale scegliere - o non scegliere. L'attore Denis Lavant è immenso nel suo perenne trasformismo, così come tutti gli altri attori - particolarissimo poi il cammeo di Michel Piccoli. Fanno la loro straniante presenza anche Eva Mendes (che effettivamente non recita, ergo la pellicola ne guadagna e basta) e la cantante Kylie Minogue (si, proprio quella di Can't get you uotta my head). Lo so che forse questi ultimi due nomi possono avervi fatto cambiare idea, ma date retta al vostro recensore di fiducia e fiondatevi a vederlo!

Avviso però che vista la sua estrema particolarità non potrà piacere a tutti. Ma se siete disposti a pensare ed a vedere come il cinema sia ancora in gran forma, non fatevi spaventare dalla apparenze. Gettate la maschera e tuffatevi!


Voto: 

5 commenti:

  1. Leos Carax è cineasta unico! io lo adoro follemente!Per me il numero 1 del 2012!( perchè quando l'ho visto non si sapeva neanche che usciva in italia)

    RispondiElimina
  2. Filmone totale, denso ed ammaliante. Una delle visioni più interessanti dello scorso anno.

    RispondiElimina
  3. Che dire capolavoro assoluto, non è per gente che sta troppo a rifletterci e a cercarci un senso, le cose più belle difatti un senso non ce l'hanno.

    RispondiElimina
  4. Grazie per la citazione, come mai ancora non avevo commentato questa recensione letta tanto tanto tempo fa?

    RispondiElimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U