martedì 18 giugno 2013

Millennium actress


Oggi uscendo dalla libreria presso la quale ho iniziato a lavorare ho visto la rassegna anime che la Dynit sta facendo durante l'hanno. E per quanto il periodo da otaku l'abbia passato da un pezzo e che, nonostante il lavoro da recensore per VGNetwork, gli anime non siano più una cosa così preponderante nella mia vita, i ricordi affiorano. Certo ogni tanto capita ancora che mi guardi una serie subbata, ma la parte più accanita [che consiste in interi pomeriggi sui forum a discutere su quale sia la mossa più figa, piazzare immagini di tal cartone a destra ed a manca sul pc e raccogliere informazioni su ogni cosa] fortunatamente ha cominciato a scemare in maniera preponderante verso i diciotto anni. Resta però la passione più basilare e artistica verso quelle opere che deci-samente meritano attenzione. E resta quindi la passione per le opere di quel geniaccio di Satoshi Kon, purtroppo venuto a mancare troppo presto, lasciandoci unicamente cinque capolavori, quattro dei quali cinematografici. E doveroso quindi proseguire col secondo, ricordando quel supercazzuto esordio che fu Perfect blue.

Un regista decide di fare un documentario-intervista sull'attrice simbolo del cinema giapponese, nonché suo idolo da che era un ragazzino. Si ripercorreranno così tutti gli anni della vecchia cineasta, fra rivelazioni shock e segreti inconfessabili, ripercorrendo così mezzo secolo di storia giapponese per immagini.

Lo ammetto, trattenere le lacrime con questo film è stata un'impresa ardua. Perfino per me, che solitamente sono un terribile cuore di pietra. E figuratevi che questa non è neppure l'opera migliore di Kon, quindi... il regista nipponico, comunque, dopo le allucinazioni a sfondo thriller del suo esordio decide di fare un vero e proprio colpo di scena: cambiare registro narrativo e passare a quello della storia d'amore. Ma una storia d'amore secondo le sue regole ovvero un qualcosa che tutto può dirsi tranne che un racconto tutto pucci pucci e sigh sigh. Perché il bello di Kon è proprio quello di vedere come sviscera le cose alla propria maniera, facendo così tutto il contrario che il normale rigore narrativo imporrebbe. Qui tutto il film si svolge su un tavolo da té, ascoltando una vecchia bacucca che parla del proprio passato, e il passato si manifesta vissuto in prima persona dagli stessi protagonisti. Non solo dall'attrice del millennio del titolo, ma anche dal regista e dal suo fidato cameraman che la seguono di epoca in epoca con tanto di commenti circa ciò che stanno vedendo, anzi, a tratti addirittura immedesimandosi fino all'estremo nel fatto che stanno vedendo. Ma dato che è proprio di cinema che si parla, ecco che sarà proprio la settima arte a farla da padrona, e verranno presi in analisi tutte le pellicole alle quali la protagonista ha preso parte. Il regista quindi fa il suo personalissimo omaggio al cinema, celebrando tutti i generi - chissà se all'epoca era conscio di quanto la sua produzione sarebbe diventata discontinua e variegata - in una sola pellicola che vorrebbe diventare il simbolo stesso della settima arte e di ciò che essa rappresenta negli spettatori. Ed è proprio qui che subentrano i primi difetti, in un film che pur essendo molto bello non può certamente dirsi perfetto. Il bello dell'esordio del caro Satoshi era proprio quello di essere un thriller canonico, però girato con un'inventiva e una raffinatezza senza precedenti per quello che poteva essere il mondo dell'animazione giapponese. Qui invece il voler essere atipico ed inventivo a tutti i costi crea diverse fasi di stallo con un ritmo che non prosegue sempre liscio come dovrebbe, mettendo in difficoltà gli spettatori meno pazienti e più 'materialisti'. La narrazione in bilico fra il sogno e la realtà (entrambi i casi intesi sia nella fase onirica che cinematografica) crea diversi momenti davvero belli, poetici e struggenti come non mai, ma anche delle sequenze che a una prima visione non sono decisamente chiarissime e rischiano di dare parecchi WTF? moent. A bilanciare però tutte questi aspetti che sarebbero risultati fatali per tutti gli altri, abbiamo invece delle sequenze uniche e indescrivibili, capaci di donare un'emozione senza pari che danno il vero senso di esistere alla pellicola, insieme a molti spunti creativi animati in maniera magistrale e un finale davvero ben studiato e commovente - la sola frase finale merita l'ascolto. Si può ben ammettere quindi che questa pellicola nei propri momenti meno convincenti trova anche tutta la propria forza, riuscendo a ritrarre una classica storia d'amore in un metodo che merita più di un'analisi. Forse sarebbe stato un qualcosa che era meglio prendere a piccole dosi, ma non si può non ammettere di essere toccati almeno in parte da questo piccolo racconto, così modesto nelle intenzioni ma così esagerato nella realizzazione, che finisce per farsi ricordare in maniera non indifferente, sia nel bene che nel male. Se non altro il regista col codino dimostrava una maturità sempre crescente, e la strada al capolavoro adesso era aperta. Nessuno poteva più fermarlo. Qualcosa però, purtroppo, ce l'ha fatta...

Un film atipico e forse non imperdibile, ma che di sicuro non lascia indifferenti. Potrebbe essere un'ottima prima visione per imbattersi nella cinematografia di un regista così particolare.


Voto: 

2 commenti:

  1. Il mio film preferito di Kon, adoro il modo in cui non fa quasi distinguere la realtà dalla finzione, dalle musiche di Hirasawa ai cambi di ritmo repentino, dai ricordi romanzati di un personaggio inarrivabile nella sua umanità alla presenza quasi comica del regista e il suo compagno.

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    1. Mi fa piacere che apprezzi :) io lo considero il suo film meno riuscito... ma 'sticazzi!

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U