martedì 11 giugno 2013

The Village


Donne e signori, segnatevi bene questo titolo. Dopo questo The Village, possiamo dire che Shyamalan lo abbiamo perso definitivamente. Dopo questo [semi]capolavoro, il regista non ne imbroccherà più una. E non sto parlando eufemisticamente, ha veramente dato il suo cervello ai Rettiliani per non so quali esperimenti, perché altrimenti non saprei proprio come giustificare una tale discesa nell'abisso. Io ricordo che lo noleggia [in una lontana epoca dove i film si noleggiavano ancora] nell'intervallo di tempo fra la terza media e la prima superiore e ne rimasi folgorato. In quel giorno decisi che Shyamalan era ufficialmente uno dei miei registi preferiti. Poi ci venne il tempo per farmi credere il contrario, ma per una bella fetta di periodo l'indianone d'America poteva avere questo mio personale primato. E sai che vanto...

Siamo nella Pennysilvania del 1897, nel villaggio semi-luterano di Covington. La gente qui sembra vivere modestamente e in maniera pia, ma deve rispettare delle regole: che sono il nascondere tutte le cose rosse, il vestirsi di giallo quando il male sembra essere vicino, e non andare mai nel bosco altrimenti le creature innominabili verranno a far razzie. Sarà l'amore di Ivy, ragazza cieca figlia del capovillaggio, che per amore sfiderà questa credenza.

Molti mi hanno preso sonoramente per il culo quando ho avuto modo di dichiarare la mia passione smodata per questo piccolo gioiello e lo fanno tutt'ora. Devo anche ammettere che il prendermi per il culo è una cosa che si fa a prescindere dei miei gusti cinematografici, ma nell'ambiente cinefilo questo è stato un bel motivo di sberleffi. Che continuo a non capire, perché per me questo film continua a sembrare davvero ben fatto e, soprattutto, ottimamente scritto. Anzi, ora che ho superato da un pochetto i vent’anni, queste convinzioni si fanno ancora più assodate e certe. La storia inizia bene, immettendoci in un mondo molto pittoresco e con una sua non precisa tradizione, che mi ha subito affascinato. L'ambientazione ottocentesca è puramente azzeccata, e si sposa bene con tutte le tradizioni e le usanze del popolo, e le donnine con quei costumi mi sanno davvero arrapanti. Si, quest'ultimo è un particolare del tutto esterno alla natura cinematografica, ma comunque va annotato ugualmente. A questo poi aggiungiamo un finale ben orchestrato e una rivelazione decisamente azzeccata e funzionale, e il gioco è fatto. Sarò uno dai gusti molto pane e salame, ma quando le storie hanno una struttura che funziona, mi accontento. Ma questo film non ha solo una trama intrigante, al suo interno racchiude un senso che ho trovato molto profondo. Come rivelerà il finale [che non vi svelerò, state tranquilli] in questo film ho trovato una forte critica sociale su quello che era il pensiero dell'America del periodo, che non si era ancora ripresa dal terribile trauma dell'Undici Settembre. Un paese dove magari poteva anche essere bello vivere, ma dominato dalla Paura. Una paura che veniva dal mondo esterno e dalla quale voleva isolarsi a tutti i costi, spesso proprio del delle questioni che veniva invece dall'interno, e ingannando il popolo. Ma soprattutto, al di là della politica che si può trovare all'interno, è un film sulla paura. Nel senso più ampio del termine. Chiamatela paura di vivere, paura di soffrire nuovamente, o paura di che so io. Tutti lì si isolano perché hanno paura di qualcosa, eleggendo il proprio paesello come un Eden inarrivabile che li tenga lontani dagli orrori del mondo. Ma la Paura fa parte della vita, e così come la sofferenza è anche una costante. Non si può combatterla auto imponendosi l'isolamento, ma affron-tandola. E sarà proprio Ivy a farlo, guidata da un amore cieco (scusatemi il terribile gioco di parole) a fare tutto quello che nessuno è riuscito a fare prima: guardare la paura in faccia e affrontarla. Nonostante tutto il finale è vagamente consolante, ma non lo trovo in cattiva linea con quanto detto prima, pertanto mi sento di promuovere persino la scena finale - dove dopo la Paura stessa, si guarda in faccia lo spettatore direttamente. E dopo tutto questo, il film è insulso? Il mondo deve aver qualcosa di sbagliato... E per fortuna non è così il cast. La protagonista è la bellissima Bryce Dallas Howard (si, figlia di quel Ron Howard), che sa far la cieca senza cadere in smorfie ridicole che mandino in vacca la performance. Il suo amato è Joaquin Phoenix, contenuto e credibile, mentre il matto del villaggio è Adrien Brody - insieme alla sua spelonca di naso - che per quanto sia bravo è totalmente oscurato dal capovillaggio William Hurt. Abbiamo invece anche una simpatica prima comparsa di Jesse Eisenberg, oggi attore riconosciuto globalmente, ma allora sconosciuto a tutti quanti. Citerei anche una speciale nota di merito per il fantastico design delle creature, davvero ben studiato e casereccio quanto basta.

Un canto del cigno davvero notevole. Poi è venuto tutto il resto a smerdare la carriera del mio amato regista indiano, che sembra essersi perso in un mare di merda che lui stesso ha creato.


Voto: 

5 commenti:

  1. Ecco questo mi ha fatto stra-cagare (perdonami il francesismo) l'ho trovato veramente un film soporifero, senza ne capo ne coda e con uno dei "colpi di scena" peggiori che abbia mai visto

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  2. Anche a me non aveva fatto impazzire all'epoca, tant'è che non lo ricordo nemmeno più. Ma meglio di quella Lady in the Water e quell'altro orrore di E venne il giorno!!!

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    1. Invece a me E venne il giorno è piaciuto parecchio, mi ha sorpreso trovare scene così violente in un film di Shyamalan e l'idea di base è molto interessante, c'è sicuramente qualche pecca a livello di sceneggiatura, ma è un film che apprezzo

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  3. A me il finale mi ha decisamente stupita, dopo questo film addio al regista.

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  4. L'unico film dei Shallallallalà che mi è veramente piaciuto. Molto meglio dell'osannato e paraculo Sesto Senso

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