venerdì 2 maggio 2014

La congiura della pietra nera


Il cinema è come la magia: non è una scienza esatta. O almeno, sulla magia si diceva questo su un Piccoli brividi che ho letto da piccolo. Ma comunque non si può negare che, a conti fatti, sia così anche per il cinema. Non esiste nulla di esatto, non c'è nulla che possa essere efficace per tutto, perché le variabili (come per ogni formula narrativa) sono infinite. Se una cosa va bene per un'opera, non è detto che in un altro titolo abbia il medesimo successo, così come non è detto che certi stilemi narrativi siano efficaci con altre storie, pur appartenendo allo stesso genere. L'Oriente è un capitolo fondamentale in questo discorso, perché ha portato nel resto del mondo una sua idea specifica di fare cinema, più volte copiata in occidente ma con esiti non del tutto soddisfacenti, confermando ciò che detto qui sopra. Quindi è sempre con gioia che mi godo una pellicola asiatica, perché essendo così culturalmente lontani da noi, hanno un modo diverso di lavorare e di intendere il mezzo, cosicché anche il prodotto più banale arriva, in certi fortunati casi, a risultare come una sorpresa inaspettata ma della quale sentivamo assoluto bisogno

Secondo una leggenda, i resti mummificati del monaco buddhista Bodhi hanno il potere miracoloso di rigenerare organi e arti mozzati. Gli assassini appartenenti alla setta della Pietra Nera hanno trovato quasi tutti i resti di Bodhi, ma una di loro, Drizzle, si ribella, scappando con l'ultimo frammento e cambiando identità. Ma ciò non basta a fermare la sete di potere della setta e dei suoi capi...

Qui si parla di vuxia, ragazzi miei. O vuxiapan, per chi vuole fare il precisino. Si tratta di quel genere letterario nato in Cina e che molti paragonano all'occidentale cappa e spada. Sono storie che vedono dei combattenti senza padrone ce si destreggiano in avventure ai limiti dell'eroico, che rispecchiano tutti i valori orientali con tutte le declinazioni filosofiche che essi comportano, e forse è proprio per questo attaccamento a dei valori fin troppo antichi che furono banditi dalla Cina di Mao Tse-tung. Nella cinematografia possono essere considerati dei vuxia film come La tigre e il dragone, Hero o La foresta dei pugnali volanti, ma non cose come 47 ronin - e non sono per l'etimologia geografica - infatti per il momento nella cinematografia questo genere è stato mantenuto unicamente nei luoghi di origine. Anche se in maniera indiretta lo stile ne ha influenzato la produzione estera, come possono ben dimostrare film come Matrix [ma vabbeh, quello ha copiato tutto], ma se volete godere di storie piene di guerrieri, onore e tradimenti, allora ripiegate sulla cinematografia cinese. O se posso essere ancora più preciso, ripiegate su questo film una delle cose più divertenti e ben fatte che mi è capitato di vedere negli ultimi anni. Certo, la storia non è il massimo dell'innovazione, i temi interessanti sono ben presenti ma vengono appena accennati e gran spazio è lasciato ai combattimenti. Eppure, sotto sotto, mantiene una sua innata coerenza che non potrà che far sciogliere il cuore agli spettatori più romantici e sognatori. Ci sono tutti gli elementi classici come la cattivona che cerca redenzione, la setta guidata da un uomo cattivo cattivo che urla, i vecchi insegnamenti, mosse improbabili con nomi altrettanto improbabili, l'immancabile love-story che complica le cose, tecniche assurde e la resa dei conti finale. Per certi versi già a metà film si intuisce come può finire una baracconata simile, eppure è impossibile staccare gli occhi da un simile lavoro. Perché nonostante la cura maniacale dell'immagini, nonostante una fotografia (curata da cinque tecnici) che fa le scarpe a metà della cinematografia odierna e una regia esatta fino al millesimo, questo non è un film autoriale. E' una pellicola semplice che racconta una storia semplice ed accessibile a tutti, come vuole il genere, solo che lo fa con passione e coscienza di quelli che sono i propri limiti. E spesso questi ultimi due fattori sono ciò che basta per la buona riuscita di una pellicola. A guardare questo Jianyu Jianghiu [letteralmente: pioggia di spade] ci si diverte, non ci si anno domande sull'ingenuità piuttosto evidente di alcuni passaggi e si ride, accompagnati da un raffinato uso dei colori e da delle inquadrature di insolita bellezza. Gran merito quindi all'esordiente - almeno per il genere action, dato che prima aveva fatto solo una commedia giovanile - Su Chao-pin, aiutato in maniera massiccia dal regista-cult e suo mentore John Woo, che dopo la sua 'dipartita americana' ha deciso di mettersi in gioco nella terra natia con un progetto nel quale credeva fermamente, mettendoci così tanto di suo che alla fine è stato inserito nei credits come co-regista. Ma gran parte della figura la fa una Michalle Yeoh in formissima, che ritorna a recitare nella sua lingua madre, e che riesce a dare al proprio personaggio grinta e carisma - che insomma, qui mica si sta a fare la bond girl, perdiana! Buono anche il resto del cast, pur non brillando però in maniera troppo esagerata.

C'è qualcosa di meglio, quindi, di una storia classica, piena di combattimenti e narrata con la maestria tipica di un popolo resosi famoso per il suo particolare gusto estetico? Forse sì. Ma manco questa è da buttare.


Voto: ★½

2 commenti:

  1. Buona! La prima segnalazione valida proveniente da codesto blog. Ringraziamenti. Applausi. Sipario.

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  2. Eh, l'oriente mette d'accordo tutti ;)
    E poi dì la verità, tu sie un mio grande fan, altrimenti non avresti commentato così tate volte :-P

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U