sabato 14 giugno 2014

Chinatown


Quando mi appassionavo a un autore, facevo una cosa particolare: mi informavo su tutti i titoli che aveva fatto e cercavo di reperirli il prima possibile, sparandomeli in una settimana, in modo da immergermi nelle atmosfere che voleva mettere in scena con le sue opere. E così se i film di Christopher Nolan o di Guillermo Del Toro li ho esauriti in poco tempo, pur volendone sempre di più, quelli degli autori più 'datati' me ne sono sempre avanzati in gran quantità, finendo per non vederne alcuni un po' per irreperibilità e un po' per pura, semplice pigrizia. Quindi anche se Roman Polanski è stato uno degli idoli della mia adolescenza, con quei suoi film grotteschi e molto macabri, ammetto che certe sue creature mi sono state inedite fino a poco tempo fa. Ed è per questo motivo che in queste notti neo-estive ho deciso di spararmi questo controverso film, anche perché ultimamente ho voglia di thriller e non ho ancora letto l'ultimo Dennis Lehane, motivo in più per rifarmi con una firma che il più delle volte - ammettiamolo, di Oliver Twist non ne vogliamo ancora - è una garanzia di qualità.

Fine degli anni Trenta. Il detective privato Jack J. Gitties è assunto dalla moglie del magnate Hollis Mulwray, ingegnere che si sta opponendo alla costruzione di un bacino idrico, per un presunto caso di corna. Guardacaso la donna che l'ha assoldato non era la vera moglie dell'uomo, il quale viene trovato morto pochi giorni dopo. Qui gatta ci cova, e quando Gitties inizia ad indagare per conto della vera signora Mulwray scopre che, come vuole la miglior tradizione, in ballo c'è un mistero molto più grande.

Film che in qualche maniera riprende la tradizione hard-boiled di un certo Raymond Chandler - c'è l'investigatore cinico ma ideologico con un passato nella polizia, la femme fatale, gli intrighi e gli scagnozzi bifolchi - mischiandola però maggiormente con le atmosfere del noir, rinunciando però alla voce fuori campo e lasciando che siano solo le immagini a parlare. E' un film strano, questo, perché nonostante si possa classificarlo bene in un genere finisce per diventare tutt'altro mano a mano che ci si addentra nella visione. A tratti può essere considerato un film politico, a tratti una semplice storia di intrighi e investigazioni, e ancora un sofisticato studio su quello che è il lato oscuro dell'animo umano. La macchina da presa vola leggera sugli scenari, aggiungendo mano a mano che la narrazione va avanti un sacco di particolari e lasciando quindi che siano le immagini a parlare, rinunciando a inevitabili ma molto noiosi spiegoni che potrebbero rendere la visione noioso e fin troppo didascalica. Qui invece vediamo il nostro povero investigatore avanzare fra un indizio a l'altro, verrà picchiato e gli sfregieranno persino il naso (e lo farà Polanski stesso!), fino a scoprire un segreto macabro e sicuramente spiazzante nella sua crudezza. E tutto ricondurrà a Chinatown, posto emblematico totalmente esterno alla vicenda ma dove quasi tutti i protagonisti, a causa del loro passato, sono portati. E' lì che Gitties ha visto la parte marcia del mondo, cosa che lo ha spinto a lasciare la polizia ed a intraprendere la carriera di detective privato, ed è lì che tutto si concluderà nella più atroce e crudele delle maniere. Maniera atroce voluta proprio da Polanski, che ha modificato di persona l'happy ending della sceneggiatura di Robert Towne (premiato con l'oscar proprio per questo lavoro, fra l'altro) a causa del terribile periodo personale che stava passando in quei giorni, immediati all'uccisione della sua Sharon Tate da parte di Charles Manson e della sua Family. La vita privata quindi influenza l'arte, e difatti il film è qualcosa di molto cupo e drammatico, un affresco per nulla rallegrante circa quella che è la natura umana, bestia sanguinaria che ha il suo unico esercizio solo ed esclusivamente nell'arrecare dolore al prossimo. Non c'è consolazione alcuna, solo la coscienza che il dolore esiste e continuerà ad esserci, vero lascito di una specie animale sul mondo in cui vive, dove corruzione e violenza la fanno sempre da padroni. E non basta essere sbruffoni e con la battuta pronta come Gitties, perché alla fine pure lui rimarrà senza nulla da dire una volta che quello che aveva già sperimentato sulla propria pelle si ripresenterà nuovamente davanti a lui. Alla fine gli occhi di Jack Nicholson, in una delle sue interpretazioni più 'diverse' e riuscite, diventeranno tristi e consapevoli come quelli della bellissima Faye Dunaway, comprendendo quanto del mondo si sappia sempre troppo poco. Chinatown diventa quindi un luogo, un gioco delle scatole cin(atown)esi che sembra racchiudere il male assoluto del mondo, qualcosa che racchiuderà dentro di sé alla fine tutte le forze in gioco per la resa dei conti. Solo che la resa dei conti non è mai giusta o imparziale, perché queste sono due caratteristiche che nel mondo degli uomini non sembrano esserci. «Lascia stare, Jack, è Chinatown», diranno alla fine al povero detective sotto shock. Perché il male non bisogna solo conoscerlo, ma si deve avere il coraggio di guardarlo bene il faccia. Il difficile, però, è sopravvivere a esso.

Forse inizialmente potrà non convincere, ma una volta che i titoli di coda iniziano a scorrere si avrà l'impressione di essere travolti dalla corrente di un fiume. Perché l'acqua, come crea, può anche  distruggere.


Voto: 

6 commenti:

  1. Film splendido, uno dei miei noir preferiti.

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    1. Ed io che colpevolmente lo vedo solo ora... sigh!

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  2. Uno dei più bei film noir in assoluto. Il finale ti lascia impotente e senza speranze.

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    1. In effetti mi devo ancora riprendere...

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  3. capolavoro assoluto, imprescindibile, poi qui Roman Polanski è al suo meglio xD

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    1. Il suo film che preferisco rimane "Rosemary's baby" e "L'inquilino del terzo piano", ma qui si volicchia parecchio alto.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U