sabato 28 giugno 2014

La ragazza con l'orecchino di perla


La mia vita di adolescente è stata davvero strana, specie in quelli che sono stati i primi anni. Non starò qui a raccontarvi perché, dato che come storia non è molto interessante, ma è una premessa che andava fatta. Così potrete capire come mai a dodici anni mi sono ritrovato a fare delle letture e delle visioni che forse non erano adattissime alla mia età. Fra le prime c'era stato il romanzo La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier, che mi piacque un sacco, e che mi spinse a quindici anni a leggere La vergine azzurra della stessa autrice. Non ricordo cosa mi portò a quel libro, ma rammento la gioia che provai nel leggerlo e le emozioni che una storia così statica ma al contempo molto avvincente aveva saputo infondermi - senza contare che la scrittrice lo aveva pubblicato a sedici anni. Un anno esatto dopo però il mio paesino, lo stesso che ha diffuso le voci che per pubblicare il mio libro ho dovuto svendere il culo a un editore, aveva insignito una rassegna di film estivi che coinvolgeva la proiezione di quelli che erano i maggiori successi dell'anno. Non so perché ma nel 2003 era stato inserito persino questa trasposizione, quindi ero andata a vederla memore del fascino dell'originale cartaceo. Non sapevo però che il cast comprendeva un nome che sarebbe ripercorso spesso nella mia vita di adolescente...

1665. Griet, una ragazza di umili origini figlia di un pittore di ceramiche, viene assoldata per fare da domestica a casa del pittore Jan Vermeer. Il pittore però viene affascinato dalla naturale predisposizione all'arte della ragazza e la incorona come propria musa ispiratrice. E sarà grazie a lei che riuscirà a compiere il proprio capolavoro: il dipinto Ragazza con turbante.

Non ci vuole molto a capire che il nome in questione è Scarlett Johansson, anche se poi col tempo Colin Firth - che qui interpreta Vermeer, e mamma mia come sta male coi capelli lunghi - è finito col diventare uno dei miei attori preferiti. Già all'epoca l'avevo ritenuta un'attricetta molto mediocre, eppure non potei negare che fosse davvero una gnocca da paura. Poco tempo dopo divenne una costante nei miei pensieri e, film dopo film, l'avevo ufficialmente eletta come mia donna ideale. Poi scoprii Julianne Moore e capii la differenza fra vere donne e pupattole, ma sapete com'è, il vero amore non si scorda mai. Curioso però il notare come ho serbato bene il ricordo della dolce pulzella ma sono andato a dimenticare quello del film, e se non fosse stato per il fatto che a forza di cose ho dovuto riordinare la libreria di casa mia, trovando il romanzo da cui questo film ha avuto origine, non ci avrei pensato per ancora molto più tempo. Perché a conti fatti questo Girl with a pearl earring non lascia molto, se non a livello visivo. E vorrei vedere se con un professionista come Eduardo Serra non ti venga fuori una fotografia da paura, ma qui il maestro si è superato e riesce a dare al film una visione che sembra proiettarti davvero nei quadri della pittura olandese, vero bacino rivoluzionario di quella che è stata l'arte europea. La vera colpa è invece della sceneggiatrice Olivia Hatreed, che prende i fatti salienti mettendoli ordinatamente in fila, alleggerendone altri e togliendo parte della carica ansiogena di certi passaggi, mettendo un lavoretto fatto a tavolino e che mina seriamente tutto il pathos che l'originale cartaceo lasciava nel finale, con quella parentesi decennale che faceva percepire il dono degli orecchini in maniera molto più dolorosa. E anche il fatto che il libro fosse narrato in prima persona dava un tocco in più non indifferente, perché il film non sembra un racconto di formazione proprio perché appare fin troppo distaccato e scostante dagli avvenimenti principali, che a parte per quanto riguarda il fan service verso le opere pittoriche di Vermeer trasposte con fedeltà assoluta, non sa cogliere i momenti salienti o almeno innalzarli con qualche tecnica di regia degna di nota. E se togli quel particolare, la maturità che la giovane Griet acquisiva da quegli avvenimenti, allora quello che rimane è poco più di una storia per casalinghe arrapate, perché non è tanto il canovaccio on sé a determinare la bellezza di una storia quanto le riflessioni e la maturità che i personaggi acquisiscono al suo interno. Il regista Peter Webber poi non è un artista, ma un prosatore che spera di eguagliare i meri maestri con la vana certezza che il ricalcare quelle che sono state le loro opere fondamentali possa portargli un poco di fortuna. E tornando a quanto detto poco prima, forse la bellezza delle pagine della Chevalier era proprio nella loro forma letteraria, così distanziata dall'aspetto visivo e quindi avulsa da un eventuale paragone con le visioni di Vermeer, lasciando tutto lo spazio a disposizione dei personaggi. Sarò magari per il semplice fatto poi che la Johansson porta avanti il personaggio con una convinzione quasi autoparodistica, con mugugni e sospiri che manco la mia gatta quando si era fatta ingravidare dal persiano dei vicini, ma la sua Griet, per quanto pisellabile a oltranza, appare davvero fredda e incapace di trasmettere alcunché. E quel finale piazzato un po' alla cazzo di cane, oltre che per i motivi citati all'inizio, fa sprofondare un film dalle gradi potenzialità mal sfruttate.

Si fa guardare per la presenza di una Scarlett Johansson bella come non mai. Ma se lei non è il vostro genere di donna, dubito che del resto vi resterà moltissimo.


Voto: ★★

4 commenti:

  1. Della Chevalier ti consiglio anche L'innocenza :)

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    1. Segnato! :) devo dire che è un'autrice molto interessante, anche se non l'ho mai approfondita troppo.

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  2. Ecco! Ho pensato lo stesso anche io di questo film però io l'ho visto anche due o tre volte per colin (che va beh i capelli lunghi non gli donano, ma lo sguardo che ha praticamente in tutto il film...se ci ripenso mi sciolgo). Quindi concordo a pieno! A volte la scelta degli attori cade proprio a paraculo xD

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    1. Ma Colin è bravo, eh, più che altro per le sue fattezze fisiche non ce lo vedevo molto.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U