mercoledì 4 giugno 2014

Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera


Nessuno nasce imparato. Nel mio caso, manco lo si diventa dopo anni di ininterrotta passione e apprendimento. Perché nonostante mi informo e mi appassiono di cinema da che sono in terza media, credo che il mio giudizio e le mie valutazioni siano altamente criticabili, e ciò che ho scritto in più di un'occasione su questo blog ne è la prova certa. Eppure, nonostante adesso il cinema coreano sia un mio piacerissimo piacere, ai tempi non lo conoscevo minimamente. Anzi, manco sapevo che ci fossero molti registi coreani e che avessero raggiunto quella che forse è una delle eccellenze del cinema moderno. Poi si sa, vidi Oldboy e il resto è storia, da lì segui una full immersion nella settima arte orientale in tutte quelle che erano le sue sfaccettature, scoprendo nomi di registi e autori che qui cui scordiamo letteralmente. Ma prima della Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook c'è questo film, la piccola perla di Kim Ki-duk, che noleggiai quasi casualmente in biblioteca e che seppe incantarmi in maniera davvero delicata e sopraffina. Il mio viaggio nell'oriente iniziò a quattordici anni con questo film, e fu un viaggio bellissimo che continua tuttora. Perché l'importante non è arrivare da qualche parte ma continuare a viaggiare.

In un eremo buddhista situato al centro di un lago vivono un vecchio e il suo allievo, un bambino. Il passare delle stagioni e l'arrivo di una giovane donna bisognosa d'aiuto metterà in seria difficoltà il rapporto fra i due, fino a che...

Per capire bene questo film bisogna un attimino conoscere anche la particolare vita del regista. Non tutti sanno che Kim Ki-duk, prima di essere la classica mente da festival che nessuna kermesse si fa mancare ma che il pubblico medio non sfanga manco per sbaglio, era destinato a divenire una sorta di prete. E badiamo, il prete coreano è molto diverso da quello nostrano, quindi risparmiamoci battutine varie che sono decisamente fuori luogo in ambo i contesti. Infatti dopo essersi arruolato in marina per cinque anni fu colto da una crisi religiosa che lo spinse a diventare un predicatore, cosa che in questa pellicola si vede tutto dall'umanità che ci mette nel parlare di una vita particolare come quella dei due eremiti. Non c'è sensazionalismo, non ci sono cadute di stile o facili scappatoie, tutto è presentato in maniera semplice ma non per questa banale. Bastano due inquadrature per far capire quali sono le due personalità anche alle persone esterne alla cultura buddhista o che ne ignorano i crismi, mettendo da parte quello che può essere l'ostacolo culturale. Già questo per me è un sintomo di grande talento che mi ha fatto amare all'impazzata questa pellicola. E si prende in analisi quindi il punto di vista di un prete per parlare di umanità, della voglia di scappare alle regole imposte dalla religione [ma anche da qualunque altra istituzione, pure da se stessi] per respirare quello che è il soffio della vita. Si fa tutto questo attraverso le stagioni, dove la primavera segna l'infanzia del novizio e dove l'inverno è da collegarsi con la sua vecchiaia. La vita è un circolo come lo sono le stagioni e, come gli anni, dopo che una vita è passata ne sussegue un'altra. Questo è un film infinito, perché il finale si ricollega con l'inizio, dando così origine a un loop continuo che può far continuare la narrazione per sempre. Cosa resta in mezzo a quest'onda interminabile? Fondamentalmente la vita. La vita è come un anno, formata da stagione che rappresentano gli stadi di maturità, ma questa maturità non è data unicamente dal solo crescere. Tutti crescono, ma non tutti maturano. Io a ventiquattro anni sto tristemente notando di essere più maturo di certi trentenni che ti snobbano un lavoro qualsiasi perché ritenuto degradante, perché ci sono vari fattori che fanno maturare un individuo. Ed anche qui viene presa in considerazione la vita. Non più come semplice scorrimento, ma come termine vero e proprio, fatto di azioni e momenti cruciali. Alcuni dicono che per diventare bravi scrittori bisogna vivere. Certo, ma non solo. Vivere (e sbagliare, perché come spesso accade una parola è usata per indicarne una meno bella e più scomoda) non basta, sbagliare non è necessario, perché ogni errore è vano se non comprendi ciò che ti ha spinto a fallire. Ed è quello che accade qui. Ogni uomo vive e sbaglia e, quando possibile, impara dai propri errori. La vera prigionia non sembra essere quella della religione, ma l'esistenza stessa. Spetta a noi renderci liberi proprio grazie a ciò che abbiamo imparato nelle varie stagioni che abbiamo attraversato, perché è la conoscenza a donare la maggiore di tutte le libertà. A conti fatti questa pellicola è un puro e magnifico inno alla vita, presentata anche nelle sue forme meno piacevoli e malinconiche, ma rese bellissime grazie al meraviglioso arazzo che andranno infine a formare. Kim Ki-duk (che interpreta la versione anziana del maestro) sbroglia questo racconto con delle immagini e delle inquadrature bellissime, in grado di lasciare senza fiato, che fanno ricordare che, fra le altre cose, da giovane ha passato alcuni anni in Francia per studiare come pittore. Ora non usa i pennelli ma crea delle composizioni perfette - o almeno, qui c'è riuscito - con gli elementi forniti dalla realtà, particolare che rende ancora più prezioso questo magnifico film, che si fa carico di profondi significati e simbologie senza essere mai troppo criptico o pesante.

Casomai siate a digiuno di cinema coreano, vi consiglio di iniziare con questo come feci io da piccirillo. In ogni caso, vedetelo, perché è una visione in grado di scaldare il cuore, o di renderlo almeno tiepido.


Voto: 

2 commenti:

  1. Mi sento profondamente in colpa e ignorante. Devo immergermi nel cinema coreano, e spero di innamorarmene come te. Bellissima recensione fa venir voglia di correre...verso il film. =)

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    1. Quello verso il cinema coreano è un viaggio strano, ma che alla fine sa davvero appagare :)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U