domenica 20 luglio 2014

Ghost in the Shell: Stand Alone Complex


Con questo franchise ho un rapporto del tutto particolare. Perché forse le avventure della Sezione 9 non sono le mie preferite o quelle che mi hanno cambiato la vita, ma sono state sicuramente fra le influenze culturali più importanti nella mia vita di fumettaro. Tutto iniziò nel 2007, quando vidi lo splendido Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, per proseguire poi col reperimento del seguito Innocence pochi mesi dopo, un film che mi mandò il cervello in frantumi e che ancora oggi non ho compreso del tutto. Ma mi sa che manco Oshii ha capito esattamente quel che voleva dire, quindi poco conta. Comunque, in tutto questo tempo non ho ancora letto il manga di Masamune Shirow [mea culpa] per un semplice motivo: io le vicende del maggiore Motoko Kusanagi e della sua squadra le concepisco solo come prodotti animati. E non è un'affermazione da prendere in maniera assoluta, è semplicemente un mio limite. Il limite di una persona che è rimasta così folgorata da quei due splendidi film animati da essere incapace di immaginarli in altri contesti, tale è stato l'impatto che hanno esercitato su di me. Quindi, anche se le ristampe di quel tassello essenziale della nona arte riposano ancora da un bel po' nella mia casella in fumetteria, non mi sono fatto scappare le serie che hanno poi portato avanti.

Siamo nel Giappone del 2030, dove il confine fra uomo e macchina è stato quasi debellato - infatti molti hanno degli impianti elettronici. Per debellare i crimini di natura informatica vige la Sezione 9, comandata dal maggiore Motoko Kusanagi, donna che di umano ha solo il proprio ghost, l'anima. A questo giro il nemico principale è L'Uomo che Ride, un abile hacker informatico coinvolto in alcune attività terroristiche.

E' impossibile guardare senza serie senza essere minimamente influenzati dai due film di Oshii che l'hanno preceduta e, di conseguenza, aspettarsi un qualcosa di similare. Cosa sbagliata perché, come fa già intendere il primo episodio, qui si va a parare in una direzione totalmente opposta. E qui sta il problema, perché andare ad apportare delle dovute modifiche a un qualcosa che ha fatto la storia in certi casi può essere rischioso. Sarebbe come se qualcuno volesse riscrivere la Divina commedia o fare dei side project coi personaggi di Watchmen. Cosa, dite che dopo il film di Snyder hanno fatto i prequel a fumetti e che sono venuti anche abbastanza bene? Ok, il discorso cambia, però è innegabile che operazioni simili possano creare un ovvio e naturale scetticismo. D'altronde parliamo del film che ha ispirato Matrix e che ha fatto comprende a noi occidentali, dopo Akira, le vette che si potevamo raggiungere con l'animazione, senza relegarla unicamente a un mezzo espressivo destinato ai più piccoli. Questa Stand Alone Complex però si divide da tutto il resto, agendo come sorta di reboot delle vicende e ambientando tutto in quello che dovrebbe essere una sorta di universo alternativo. Un po' come il mondo Ultimate della Marvel, per capirci bene. Quindi non è necessario vedersi gli altri film per capire tutto, il che però non vi giustifica a non vedervi due capolavori come quelli, immancabili per ogni persona che possa definirsi amante delle cose belle. E cosa bella lo è anche questa serie che però, da parte mia, non convince del tutto, anche perché sono troppo legato a quella che era la visione di Oshii - che mi si dice sia leggermente discostante da quella di Shirow - per sopportare questo drastico alleggerimento dei toni. Non si sono più fucine di segherie mentali e i personaggi si concedono anche a dei vaghi siparietti ironici, lasciando gran parte dello spazio all'azione. In tutto questo si barcamena la vicenda dell'Uomo che Ride, davvero accattivante e ottimamente scritta e strutturata, che però non colpisce del tutto a causa di come è stata inserita all'interno della serie. Ci sono i dovuti atti in mezzo ai quali sono stati inseriti una serie di episodi autoconclusivi che, non me ne vogliano i fan accaniti, ma io ho trovato davvero fastidiosi. Certo, sono fatti bene, animati con classe e scritti con intelligenza, ma tali restano. filler. E mi hanno dato solo la sensazione di interrompere quella che era una storia interessante e che avrei seguito tutta di fila con estrema voglia ed entusiasmo se me ne fosse stata data l'occasione. Quello che mi si è presentato davanti quindi è stato sicuramente un prodotto ben confezionato e interessante, ma che si metteva i bastoni fra le ruote da solo in più punti, proprio per questo continuo voler riempire a tutti i costi uno spazio che la storia principale non poteva occupare interamente da sola. Il regista Kenji Kamiyama, assistente dei precedenti due film e, a detta di molti, nuova promessa dell'animazione nipponica, fa quello che può, cercando di dare comunque un suo spessore a una serie decisamente più scanzonata di quello che dovrebbe essere ma comunque dignitosa e realizzata con assoluta perizia. Non si può negare infatti che le animazioni siano davvero di alto livello, specie per essere una serie animata che conta più di venti episodi, e che il livello è sempre molto alto. Ma ancora migliore è stato il lavoro compiuto da Yoko Kanno, che ha composto una colonna sonora eccelsa che anche separata dalle immagini - come la intro Inner universe - possiede una sua forte identità.

Alla fine non sono stato pienamente soddisfatto ma, si sa, io sono un terribile cacacazzi. La serie comunque ha la sua valenza e merita anche più di una visione poiché intrattene con intelligenza e sofisticatezza.


Voto: ★ ½

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