domenica 6 luglio 2014

Revolver


Avere una ragazza che guarda film in maniera decisamente meno appassionata di te può essere un gran vantaggio. Lo diventa sicuramente quando la inviti a casa tua, perché quasi sicuramente quasi qualsiasi titolo che le propino non l'ha visto e posso approfittare della cosa per rivedermi pellicole oramai sedimentate nella memoria. Poi ci sono anche degli immancabili svantaggi, perché non le piacciono gli horror e le scene troppo violente la impressionano, poi non ama i film coreani [già due elementi che mi fanno bestemmiare clamorosamente] e nemmeno i supereroi. Quindi la lista si assottiglia e quello che dovrebbe essere sulla carta un compito facile si rivela invece quanto di più difficile possa esserci. Poi una sera abbiamo scoperto che su Rai4 davano tal Revolver, film che avevo visto ancora da adolescente e del quale ricordavo poco, se non qualche piccolo spezzone e la strana sensazione che mi aveva lasciato a visione conclusa. E dato che alla signora Jean Jacques le storie come quella garbano assai, è stata un'ottima scusa per farsi un bel riepilogo di un film curioso e che però andrebbe analizzato più e più volte.

Jack Green, scaltro giocatore d'azzardo, dopo sette anni passato in isolamento carcerario è deciso a vendicarsi di Dorothy Macha, il boss malavitoso che ha ucciso la moglie di suo fratello. Dopo averlo umiliato al tavolo da gioco però ha un malore e viene slavato da due strani individui, che lo informano che ha una rara malattia del sangue che gli lascia solo tre giorni di vita. I due poi lo convinceranno a entrare in uno strano giro e...

Film che viene dopo uno strano percorso del regista che, mentre stava per divorziare dalla moglie Madonna [esatto, il buon Tizio ha condiviso il talamo con la regina del pop], doveva riprendersi da quel disastroso flop che era stato il remake americano del film della Wertmuller, Travolti dal destino. Perché si sa, quando c'è da rifare i film, gli americani sono peggio dei cinesi nell'intaroccare le cose. Aveva così deciso di ritornare alle atmosfere gangsta dei suoi film di partenza, però cambiando le carte in tavola e, pur restando nei circuiti a lui familiari, cercando di fare qualcosa di totalmente diverso. Restano sempre le storie arzigogolate piene di personaggi e fattacci e tramacci, resta la cura maniacali dei dialoghi, resta la regia abbastanza schizzata ed i personaggi sui generis, ma cambia qualcosa di molto profondo. Cambia l'atmosfera. Che da cazzona passa a seriosa, estremamente seriosa, e questo è proprio il punto di forza del film ma anche il suo punto più debole. Ancora più di un Jason Statahm che non molla cazzotti e prova a fare l'attore serio [riuscendoci, incredibile ma vero!] o di un Ray Liotta con le sopracciglia sempre più checcose. Io ricordo che quando lo vidi per la prima volta, a diciassette anni, mi lasciò la sensazione di una canzone fighissima dopo che però l'avevo ascoltata troppe volte, ovvero quella di un film bello ma che peccava di un sovraccumulo allucinante di tematiche. Non è facile capire di cosa voglia parlare o, più precisamente, dove voglia andare a parare. Nonostante la storia dell'ambiente criminale si imbastisce di una serie di metafore concettuali e numeriche che da una pellicola simile non ti aspetteresti - tranquilli, non arriva ai livelli di Solo Dio perdona - e che inizialmente ti colgono in fallo, perché ti aspettavi qualcosa di più 'normale' da un film che si presentava sotto quell'aspetto. Certo, la regia offre delle chicche mostruose, non è mai banale e usa la fotografia e la scenografia in maniera davvero azzeccata, donando allo spettatore delle immagini che non se ne andranno facilmente dalla memoria - e infatti c'è un motivo se certe sequenze non le avevo scordate anche a distanza di anni - e gli si riesce a perdonare una sequenza a cartoon abbastanza gratuita che ricorda molto Kill Bill volume 1 senza tanti problemi - solo perché c'entra un giapponese, e stranamente Spike Lee non si lamenta di questa trovata quasi razzista - ma a tutto c'è un limite. Il binomio fra la truffa e il gioco degli scacchi è azzeccato, ma è un qualcosa di molto geniale che si perde in mezzo a tante altre genialità, finendo per riempire di tematiche pesanti la pellicola e impedendole di spiccare il volo come vorrebbe o potrebbe fare con un certo alleggerimento. E sia chiaro, non dico che bisogna placare le proprie ambizioni artistiche, ma è una questione di coerenza: se fa una storia devi farle seguire uno scopo ben preciso, se punti a esplorare troppe tematiche, alla fine il più delle volte si finisce per fare un gran casino. Qui il big mess non accade, per fortuna, ma si sente che non tutto va liscio come si vorrebbe e che il ritmo non riesce a essere costante come nel magnifico primo tempo. Complice anche la scena di sdoppiamento della personalità, diretta e interpretata magistralmente, e la bomba dell'inaspettato finale, che gli danno una potenza che non tutti potrebbero sopportare e un finale difficilmente comprensibile a una prima occhiata superficiale. Alla fine Revolver parla dell'ascesa, della cupidigia umana, della ricerca della salvezza o del binomio fra il bene e il male? Difficile dirlo, ma posso affermare che lascia abbastanza interrogativi da farci un altro film a sé stante. E se la mente rimane attiva, questo non è mai un male. Anche se è per un 'essere strano' gratuito e in alcuni punti addirittura ricercato fino all'eccesso.

Alla fine alla mia ragazza è piaciuto e rivederlo mi ha permesso di fare al meglio questa recensione. Ma non nego che in un futuro prossimo gli concederò un'altra occhiata, anche per cercare un po' di idee, perché è una di quelle storie che mi piacerebbe poter scrivere un giorno.


Voto: 

2 commenti:

  1. Non l'ho mai visto...dovrò recuperare. ;-)

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    1. Sono curioso della tua opinione, anche se non mi sembra il tuo genere :-P

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U