sabato 26 luglio 2014

Smoke


Ultimamente è stato un periodo che ho fatto difficoltà a vedere film. Alcuni mi dicono che è perché ne ho visti così tanti che oramai la mia mente li rigetta per partito preso, anche se i più mi dicono la solita frase: è un periodo. Il fatto è che vedendo le cose al computer, dato che ultimamente mi metto a vedere solo cose da noi inedite, la tentazione di andare a fare la capatina su Facebook o vedere se tal tizio ha risposto alla tua e-mail è tanta. O forse perché, anche nelle produzioni inedite e non distribuite, vedo cose poco interessanti che mi spingono l'attenzione verso altro. Ne stavo parlando con un mio amico durante una serata film e, mentre ci fumavamo la sigarettina rituale, lui mi fa: Vorresti vedere un film che parla del fumare? E così mi passa il dvd di questo Smoke, che manco avevo mai sentito nominare in tutta la mia vita. Ed io accetto volentieri, anche perché se guardo le cose dalla tv, stando ben lontano dal computer, le cose sembrano andare meglio. Se poi ci mettiamo che il film che stiamo guardando è davvero bello, ma bello nel senso che sembra elevarsi dalla massa di cretinate che avete visto negli ultimi tempi, allora le cose sono davvero più semplici.

Auggie è un tabaccaio, coinvolto in un affare non del tutto legale, che scopre dall'ex compagna che forse è padre di una figlia tossicodipendente. Paul Benjamin, il suo migliore amico, è uno scrittore in crisi creativa dopo la morte della moglie, che viene salvato da un incidente stradale da Rashid, un giovane diciassettenne nero scappato di casa per non si sa bene quale motivo. Le loro vite verranno intrecciate come sono nelle migliori storie succede.

Smoke è davvero un bel film. Non un capolavoro, non uno dei cento film da salvare e manco una di quelle pellicola che mi porterò nella tomba. E' un bel film nel senso che sa come arrivare al cuore, sa di cosa sta parlando e riesce a premere con ottimo tempismo i tasti giusti. E verso la fine lo dice anche William Hurt al personaggio di Harvey Keitel: raccontare significa saper premere i pedali giusti nel giusto momento. E' questo quello che ha fatto questo piccolo, grande film. Ha raccontato una storia semplice e decisamente non innovativa, forse un po' retorica e con qualche faciloneria di troppo, ma lo ha fatto davvero con grande stile. Il tutto è tratto dal racconto Il racconto di Natale di Auggie Wren, scritto da Paul Auster proprio dopo aver comprato una scatola di fiammiferi fa un tabaccaio di New York, ed è ripreso nell'ultima parte del film. Paul Auster ha scritto la pellicola - e diretto un seguito, Blue in the face, nello stesso anno - ed è stato accreditato come co-regista insieme al cinese Wayne Wang. Il risultato è un film dal ritmo molto classicheggiante e forse un po' lentino, ma comunque davvero bello e che si fa ricordare. Inizia tutto con uno dei discorsi più simpatici e divertenti che ho mai sentito, circa il tentativo di riuscire a pesare il fumo - il fumo dei sigari, non quello che pensate voi - e prosegue mostrando, racchiusi in appositi schemi, tutti questi strambi personaggi. Che a parte per Paul Benjamin - d'altronde, non molti conoscono di persona scrittori di successo - sono tutti personaggi normalissimi e sopra le righe, ma mai troppo. Personaggi che forse potremmo aver incontrato molte volte, io stesso ho conosciuto gente così, che non si barcamenano su azioni irreali o scenari mozzafiato, ma che si muovono per quasi tutto il tempo in una tabaccheria e nell'isolato circostante. Un isolato dove si muove gente, passa cose e che, per questo non è mai lo stesso. Muta in continuazione e permette alle vite di intrecciarsi, di incontrarsi, come fa intendere la strana mania di Auggie di scattare alle otto di ogni mattina una foto della strada dal solito posto di sempre, collezionando così un'album di quattromila foto tutte uguali ma al contempo diverse l'una dall'altra. E così forse sono anche i personaggi di questa storia. Tutti diversi, ognuno coi suoi problemi e la sua vicenda personale alle spalle, ma alla fine molto simili. Ci accomuna la difficoltà do vivere, l'incapacità di riuscire ad andare avanti e persino la disperazione. Perché tutti soffrono, tutti hanno una storia alle spalle che li ha fatti diventare quello che sono ma, soprattutto, ognuno reagisce in maniera diversa. Il dolore è universale ma il come affrontarlo e subirlo spetta unicamente al diretto interessato. E a tal proposto forse potremmo giudicare un inizio che sembra non condurre da nessuna parte, una parte centrale davvero scoppiettante piena di trovate e un finale che eccede in un buonismo a tutti i costi che ne mina un attimo la credibilità, impedendo di approfondire delle situazione forse un po' più 'scomode' che lo avrebbero sicuramente reso un capolavoro a tutti gli effetti. Ma invece ci tocca tenercelo così, imperfetto e forse riuscito solo in gran parte. Come d'altronde sono le persone. Perché anche il più grande degli individui o il nostro migliore amico una volta nella vita ci ha deluso, questo fa anche parte del'essere umano. E questo film, a suo modo,ce lo rinfaccia, sbattendoci davanti la nostra stessa approssimazione e facendola sua per un poco, anche se in una maniera forse leggermente maldestra. Ma, come già detto, lo fa premendo i giusti pedali ed è per questo motivo che alla fine si finisce per perdonargli tutto. Anche a nome della bellissima storia raccontata alla fine e che prosegue durante i titoli di coda.

Forse la felicità non esiste e, quando questa c'è, avviene solo tramite una menzogna fatta a fin di bene. Ma alle volte, come accade proprio col cinema, spetta a noi la scelta di farci ingannare.


Voto: ★ ½

6 commenti:

  1. Gran bel film.
    Toccante e molto pane e salame.

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    1. Il termine 'pane e salame' manca nella mia recensione e sono sicuro che l'avrebbe reso migliore XD

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  2. A me invece è piaciuto così, in tuttissima parte. ^_^

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  3. Era uno dei miei cult adolescenziali, quando i film i giravano con due soldi. Ho ancora la VHS!

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    1. Io l'ho recuperato solo di recente, ma a sedici anni probabilmente l'avrei amato.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U