martedì 12 agosto 2014

Ghost world


Penso che nella mia vita i fumetti, insieme al cinema e alla letteratura, abbiano avuto una forte influenza. Ho iniziato ad appassionarmici seriamente durante i primi anni delle superiori, iniziando coi manga. L'esordio fu col Naruto di Masashi Kishimoto [i primi trenta tankobon erano qualcosa di spettacolare, sappiatelo!], per arrivare poi a Angel sanctuary, toccando le vette estreme in seguito con Akira e Berserk. Crescendo mi avvicinai anche alla Marvel e alla DC, scoprendo poi una serie di autori occidentali da capogiro. Su tutti c'è il mitico Alan Moore, autore di miracoli come Watchmen e From Hell, poi arrivò Neil Gaiman con Sandman e il libro di American Gods. Altri autori che stimo sono Scott Snyder, Gipi, Roberto Recchioni, Claudio Chiaverotti, Garth Ennis, Brian Michale Bendis, Inio Asano, Brian Azzarello e quel simpatico nazista di Frank Miller. Ma c'è sempre stato un autore poco noto che, nel suo piccolo, ha sempre avuto un piccolo posto nel mio cuore, ed è Daniel Clowes - che fra le altre cose, ha disegnato il video I don't wanna grow up dei Ranones. Lui, che ha uno stile di disegno e di impaginazione semplice ed essenziale, così some semplici ed essenziali sono le sue storie. Perché lui parla di gente comune, lo fa con un tocco delicato e malinconico, senza lasciarsi andare a sboronate di scrittura ma anzi, sposando la linearità e la semplicità. Sembra strano che uno come lui mi piaccia così tanto, così come è strano il suo capolavoro Ghost World, dal quale hanno tratto questo film, rivisto casualmente ieri mentre facendo zapping.

Enid e Rebecca sono due adolescenti che si sono appena diplomate e che devono quindi decidere cosa fare della loro vita. La prima è una ribelle, ha un carattere cinico, ama vestirsi da punk e fare battute sarcastiche a tutti, mentre la seconda è decisamente più conformista e bilanciata dell'amica. Un giorno, su idea di Enid, fanno uno scherzo a un uomo che ha messo un annuncio su un giornale, scoprendo che...

La prima cosa che sale alla vista vedendo questo film è l'azzeccatissima scelta del casting. Thora Birch è perfetta nel ruolo di Enid, è molto bella e, sinceramente, è uno di quei tipi di ragazze un po' pazze per le quali ai primi anni delle superiori avrei perso la testa; pure la Johansson, nonostante le doti recitative non alla pari della collega (che però, purtroppo, non s'è più vista) è una Rebecca perfetta, non tanto per la somiglianza con i disegni di Clowes ma proprio per l'attitudine che riesce a dare al personaggio. Il film però, che gode della sceneggiatura dello stesso Clowes, non ha la stessa spinta e distinta potenza dell'originale cartaceo, paragone che forse non andrebbe fatto ma che qui dimostra cosa separa un grande narratore come Clowes a un semplice raccontatore di storie come Terry Zwigoff. Per certi versi possiamo dire che la trama nel fumetto di Ghost world era quasi assente. C'era, per carità, ma a chi lo leggeva molto distrattamente poteva sembrare che per novanta pagine si ritraessero alla cazzo unicamente le lamentele di una ragazzina viziata che non voleva saperne di crescere. Vero solo in parte, perché quello che Clowes voleva ritrarre con una non-storia era l'incapacità di certe persone di crescere e di compiere una, ahime, omologazione necessaria per poter andare avanti nella vita - e sta parlando uno che ai tempi aveva i capelli lunghi fino al culo. Ed è un po' quello che succede anche in questo film, che per carità, è bello, diretto con garbo, recitato magnificamente e con una narrazione solida, ma che però alla fine finisce per standardizzarsi in un comune way of life che gli impedisce di decollare come dovrebbe, specie per chi ha letto il comic e non riesce a separarsi da un immaginario visivo che mal si supporta a quel tipo di storia. Perché mancano i colori sull'azzurrino delle pagine di carta, che fanno ben intendere la vacuità del mondo moderno fatto solo di apparenze e perbenismo - da qui il fantasma del titolo - ed è presente un eccessivo didascalismo che mal si sposa col finale, mantenuto solo in parte e leggermente fiaccato per potenza espressiva. Perché del fumetto si rispetta solo un tratto, giustamente, e da che lo scherzo telefonico è avviato si parte per tutt'altro frangente. Un frangente che sa leggermente di già visto ed offre un personaggio come Seymour, tizio a suo modo anticonformista ma che, a conti fatti, mi è sembrato un povero cristo come tutti gli altri abitanti di quella cittadina. Un personaggio che a mio parere sarebbe quello che rischia di diventare Enid se non abbandona un poco i suoi modi, estraneo a una società alla quale non sa integrarsi perché ha fatto di tutto affinché sia così. Perché certe volte non si tratta unicamente di piegare la propria personalità, quella resiste sempre dentro di noi. Non basta metterci una giacca e una cravatta per andare in ufficio per castrarci, perché certe cose sono molto più radicate e profonde. Quello è un semplice maturare, e come ogni cosa fa parte della vita. Questo è quello che vorrebbe dire il film e, a suo modo, lo fa bene. Senza eccellere, ricorrendo a qualche semplicismo e a una parziale caricaturizzazione che a tratti diventa eccessiva, anche se necessari a dimostrare come a conti fatti la normalità non esista. Ma riesce comunque, anche se con meno enfasi e crudeltà dell'originale, a far pensare a quella che è stata la nostra esistenza. Quanto siamo cambiati da che eravamo adolescenti? Cosa abbiamo abbandonato e cosa ci siamo trascinati dietro? Quanti, come Enid, hanno preso un pullman verso il non-ritorno e quanti, come Rebecca, hanno saputo cosa scegliere, magari annullandosi? Alla fine tutto è un inganno, perché nonostante sia ritratto come una commedia, di base mantiene uno dei canovacci più tristi possibile. Perché la vita è triste, ma certe volte possiamo scegliere da che parte prenderla e riuscire a vedere tutto con un cinico divertimento.

Sul finale molti stanno discutendo ancora oggi, ma io consiglio di leggere questo articolo per avere una visione di quella che era la potenza originaria di questa storia. E per capire perché amo così tanto Clowes.


Voto: 

4 commenti:

  1. Il fumetto non l'ho letto (ma visto che ne parli così bene, mi sa che lo recupererò), ma il film mi era piaciucchiato parecchio. E concordo su Thora Birch: mi aveva impressionato molto più della Johansson, peccato che poi non abbia fatto carriera...

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    1. Quello recuperalo, che ne vale assolutamente la pena! Il film alla fine è bello, ma l'originale cartaceo è qualcosa di così fondamentale che mi è un po' impossibile vederlo con occhio obiettivo - sto scoprendo poi che per molti la pellicola è un cult.
      Sulla Birch... beh, brava davvero molto, e anche bella. Quando la vidi in "American beauty" [complice anche una certa scena...] me ne ero innamorato.

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  2. beccai il film (credo tipo in terza serata) la scorsa estate, e fu una chicca piacevole e inattesa. Thora Birch riesce a essere notevolmente credibile nel ruolo, con quel misto d'incompiuto e malinconico che si trascina dietro dall'adolescenza. difficile non empatizzare con il suo personaggio.

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    1. Si empatizza fino a un certo punto, però, a mio parere. A lungo andare mi ha dato il senso di una ragazzina tremendamente viziata.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U