mercoledì 19 novembre 2014

A dangerous method


David Cronenberg è uno dei miei registi preferiti. Chi mi legge credo l'abbia capito da tempo, come credo che abbia capito che già questo sia stato il principale presupposto di molte mie turbe psichiche. Il fatto per cui lo stimo così tanto, però, non è solo la mera bravura (che comunque, avercene!) ma anche il fatto che non si è mai adagiato sugli allori, evolvendosi insieme al proprio cinema e dando sempre una nuova immagine di sé. Tutti infatti lo conoscono come il re de body-horror, genere che ci ha dato un capolavoro come Videodrome, ma una volta raggiunto questo status, se si esclude quel piccolo esperimento che è stato eXistenZ, ha virato per tutt'altro genere. La sua poetica è rimasta intatta ma non si è fossilizzato sullo stile per cui tutti, me compreso, avevano imparato ad amarlo. E anche con Divorati, il suo esordio letterario, ha fatto una cosa similare: ha ripreso le sue perversioni per la carne e le mutazioni fisiche, immettendoli però in un contesto del tutto nuovo e analogo. Il libro comunque non mi ha convinto del tutto, ma forse sono io che non l'ho capito del tutto, perché alcuni passaggi mi sono rimasti un po' oscuri - anche se alcune scelte linguistiche le ho trovate, in tutta onestà, di inaudita bruttezza. Ma è stata comunque un'opera che, pur non essendomi piaciuta al cento per cento, mi ha lasciato dentro qualcosa, che sia meraviglia, inquietudine o schifo. E così è stato per tutti i film del Davidino. Ma un idolo può mai deludere?

Nel 1904, lo psichiatra ventinovenne Carl Gustav Jung decide di ispirarsi al lavoro dell'illustre collega Sigmund Freud, usando il metodo sperimentale della psicanalisi. Il fato lo porta così a prendersi cura di Sabina Spielrein, giovane donna molto aggressiva e con una latente schizofrenia. Il prendersi cura di lei lo porterà, oltre che a stringere i rapporti con Freud, a intessere un'intensa relazione con la paziente, cosa che sconvolgerà la sua vita.

Un'opera deludente non è un'opera brutta, sono due cose totalmente diverse che però non andrebbero mai confuse. Un'opera brutta, anche se tale, fornisce degli infiniti argomenti di discussione. mentre una deludente vuol dire che non soddisfa manco su quel caso. Ad esempio, io mi ostino a dire che Antichrist è un brutto film, ma ne ho parlato all'infinito e qui sta parte del suo merito, ovvero l'aver saputo far parlare di sé e, soprattutto, del proprio autore. A dangerous method quindi è un film deludente perché, pur avendo un ottimo cast, è davvero recitato sotto la media e non riesce neppure a scuotere, cosa indispensabile in un film di Cronenberg. Anche le sue ultime fatiche, quei Cosmopolis e Maps to the stars che tanto sembrano aver deluso, hanno sicuramente saputo far inquietare e porre delle domande, mentre questo film, brutto a dirsi, non ce la fa. Tutto scorre in maniera abbastanza blanda, i dialoghi spuntano fuori dal nulla (seriamente, in una scena c'è Jung che cammina con la moglie, poi ad un tratto si volta verso di lei e inizia a parlare di quello che è il suo studio del momento, cosa che manco gli sceneggiati della Rai) e, soprattutto, una regia totalmente asettica. Ora il buon Cronnie non è mai stato uno che ha brillato per manierismo, dato che la sua è una regia che spinge maggiormente verso i concetti anziché verso una qualche forma di estetismo, ma qui il tutto raggiunge livelli davvero insopportabili. Sembra incredibile che un grande come lui si sia stilizzato verso una forma di cinema così banale, scontata e... vuota. Perché alla fine cosa contiene questo film? Cos'ha di così bello da essere stato diretto da uno dei registi che più mi hanno saputo sconvolgere? Nulla. Avrebbe potuto farlo chiunque e il risultato sarebbe stato lo stesso. L'opera è quindi inutile, perché le uniche domande che riesce a fornire sono derivative dai propri pensieri una volta finita la visione, non le instaura il film. La pellicola dovrebbe parlare del desiderio e delle convenzioni che impediscono di raggiungerlo, cosa non facile, ma che uno con l'esperienza di Cronenberg, che di ossessioni se ne è occupato per tutta la vita, dovrebbe saper fare. Qui il rapporto con la Spielrein è approfondito, certo, ma non si porta dietro quella carica emotiva che dovrebbe lasciare. E si tratta di una storia d'amore proibita che ha rovinato la vita di un uomo, vorrei far notare, eppure sembra incapace di turbare lo spettatore, pur usando i metodi più disparati per cercare di far sconvolgere. Il sesso è estremo, ma è solo accennato, e non si porta dietro la patologia che un rapporto simile dovrebbe trascinarsi appresso. E la povera Knightley ce la mette tutta a dare il meglio di sé col proprio personaggio, ma a lungo andare diventa davvero irritante, con tutto quell'esibire di faccine e deformazioni mascellari. Come se non bastasse poi, a un certo punto, in uno dei colloqui nello studio di Freud, viene annunciata una sorta di preveggenza di Jung, dimenticata per tutto il resto del film e poi annunciata nuovamente verso la fine, quando prevederà l'arrivo di una guerra distruttrice (e Sabina Spielrein verrò uccisa dai nazisti insieme alle figlie). Forse il disastro annunciato è una metafora delle loro stesse esistenze, forse tutto questo significa che ognuno nasconde dentro di sé un desiderio nascosto che però si deve osteggiare per un bene comune. La libertà sembrerebbe non esistere. Oppure si è liberi non tanto quando si fa quello che si vuole, ma quando ci si sente di essere in questo stato. E tutti, che siano culturalmente elevati o meno, devono combattere con queste pulsazioni, perché non guardano in faccia nessuno, né la loro provenienza né il loro status sociale. Con tutto questo materiale sarebbe potuta avvenire l'ennesima maturità di un regista già estremamente maturo, eppure ci ha ricordato che, proprio come i suoi personaggi, anche lui, che è un Maestro, è umano e in quanto tale, fallibile. Ma almeno fallisce sperimentando nuovi lidi e di questo gli va dato merito.

C'è stata una grande delusione anche per una mia amica, che in questo film ha visto i suoi sex-symbol di punta: Viggo Mortensen e Michael Fassbender... però abbastanza imbruttiti per la parte.


Voto: ★★

10 commenti:

  1. Mi piace questa riflessione sulla differenza tra film brutto e film deludente. ;-)
    Detto questo, io trovo che sia questo che Cosmopolis siano entrambi "entrambi", ovvero brutti e deludenti. XD
    Non mi volere male eh? ^____^

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    1. Ma figurati, per così poco :)
      *intanto affila il coltello, pronto a colpirla quando meno se lo aspetta*

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  2. L'unico film di Cronnie che mi manca. Intelligente comunque la distinzione tra film brutto e film deludente.

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    1. O fra film brutto e film non fedele al fumetto :-P

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  3. eppure io lo voglio guardare, magari c'è qualche sfumatura nella storia che non ho colto la prima volta che l'ho visto, è un film diverso da quelli che ha girato, e questo non è necessariamente brutto come giustamente scrivevi tu, ovviamente è nelle opere minori di questo grande artista della settima arte ^_^

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    1. O forse siamo noi a essere troppo stupidi e a non capirne la genialità XD

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  4. Non mi aveva troppo entusiasmata, in effetti. Forse dovrei rivederlo ma non rientra nelle mie priorità al momento.

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    1. Vediti "Maps to the stars" e recensiscilo, uccella padula che non sei altro! :-P

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  5. Beh a me non è dispiaciuto. Riconosco i limiti, ma la prima visione fu fortemente influenzata dal contesto: al festival di Venezia, in lingua originale, dopo aver visto Keira a un metro da, sorridente e splendente, bella come una dea!

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    1. E dici poco! Al tuo posto avrei messo cinque stelle dirette! XD

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U