venerdì 14 novembre 2014

A history of violence


Certe è volte è vero che il tempo migliora, a differenza di quanto diceva il personaggio di Alec Baldwin nel semi-fallimentare To Rome with love. Ricordo infatti che non riuscii a vedere questo film al cinema, quando usci nel 2005, e che dovetti aspettare l'anno dopo per reperirlo i dvd. A una prima visione, non mi piacque. Trovai che la storia non andava a parare da nessuna parte, che era prevedibile e senza il giusto mordente. Quanto si può essere coglioni, eh? Ma capitemi. Avevo quindici anni e non avevo ancora imparato a guardare il cinema in una certa maniera. Ero ancora troppo ancorato a quella che era una trama bella per cercare di comprendere che spesso, le pellicole migliori, si fanno ricordare per ben altro - qualcuno ha nominato 2001 - odissea nello spazio? Ma se c'è una cosa che nessuno può dirmi, è quella di essere una personcina poco curiosa. E infatti, leggendo in giro di come la gente lo elogiava, ho cominciato a cercare di capire perché fosse così rinomato proprio quel film che a me non aveva detto nulla. E così, a forza di leggere, informarmi e pensare, arrivò il momento che mi trovai il dvd a soli tre euro in una bancarella dell'usato. L'occasione giusta per prenderlo e replicare la visione che tanto mi aveva lasciato perplesso...  e una volta rivisto, tutto mi fu chiaro.

Tom Stall è un mite gestore di una tavola calma. Conduce un'esistenza tranquilla con la moglie e i due figlioletti, ma un giorno la loro tranquilla routine viene infranta. Una coppia di balordi armati fa irruzione nel suo locale, minacciando di sparare ai clienti, ma Tom ha la prontezza di ucciderli entrambi sul colpo. L'uoo diventa così un eroe locale, ma il suo intervento porta in città Carl Fogarty, un brutto tizio convinto che Tom in realtà non sia chi dice di essere...

Con Oldboy avevo avuto modo di dire come la trasposizione cinematografica fosse di gran lunga superiore alla controparte fumettistica. Mi tocca fare lo stesso discorso in questo caso, perché della graphic novel di John Wagner e Vince Locke (quest'ultimo famoso non tanto per l'omonimia col film Locke, ma per aver realizzato le cover degli album dei Cannibal Corpse, band brutal-death metal che ho simpaticamente snobbato al Gods di qualche anno fa per potermi gustare meglio i miei amati Manowar) non ho un lietissimo ricordo. Certo, tutt'altro che un brutto fumetto, ma gli mancava veramente quel quid per poter avere lo status di grande opera a cui cercava di ambire, nonostante un'idea finale davvero stomachevolmente perversa. Il film di David Cronenberg lavora su tutt'altri binari, complice anche la sceneggiatura di Josh Olson che semplifica notevolmente molti passaggi e lascia volutamente sul vago quello che è il passato di un certo personaggio, eliminando così anche il perché del dito mozzato del protagonista (totalmente assente nel film) e citando solo rapidamente come Fogarty, il personaggio interpretato da un Ed Harris inquietate come non mai, ha perso l'occhio sinistro - altro esempio della vaghezza citata poco fa. Cosa rende allora questo film così grande, se la trama appare così [volutamente] approssimativa? Questo ci ricollega a quanto detto nel primo paragrafo, a quanto una bella trama non sia sempre necessaria per creare un buon film a dispetto di una resa visiva eccelsa (Drive o Pacific rim dovrebbero ricordarlo tutti i giorni) o un significato di base molto profondo (Ghost in the shell o Dogville i primi che mi vengono in mente - e badate che ho messo un film di Von Trier!). Cronenberg non è mai stato un manierista della macchina da presa, lui si è sempre basato sul contenuto filosofico delle sue opere, e qui la cosa si evince più che mai. A history of violence non è altro che il manifesto, nero e pessimistico, di come l'uomo non sia mosso altro che da un istinto basilare: la violenza. D'altronde noi siamo animali, una parte non indifferente del nostro carattere viene anche da un istinto naturale che, inevitabilmente, nonostante l'illusione di una società civile che ci siamo costruiti intorno, viene sempre a galla. «Sei tu il maschio alfa, il capobranco», dice il figlio Jack al bulletto all'inizio del film, nella scena degli spogliatoi, e alla luce di questa riflessione non sembra una battuta messa casualmente. D'altronde ogni evento e ogni personaggio conduce proprio a quello, alla violenza. E' una storia di violenza che rompe la monotonia degli Stall e che riflette su di loro i riflettori della stampa. E' perché attratti dal risuonare di quella storia di violenza che gli 'uomini cattivi' vengono a portare i veri guai e, sempre con una storia violenta, Stall si libera di loro, per concludere tutto con un'ennesimo episodio violento, l'ultimo di tanti, molti dei quali non ci è dato sapere del tutto, né ci verranno mai detti. Non si prova quasi mai empatia con Tom Stall, ma ci si sente maggiormente vicini agli altri membri della sua famiglia, il figlio maggiore e la moglie, costretti a sopportare il dubbio se l'identità dell'uomo che hanno conosciuto come marito o padre sia vera. La violenza fa parte anche di loro, nessuno si salva. Jack si libererà del bullo con un'azione prevedibile ma istintiva, da bravo animale-umano quale è; la moglie invece vede il proprio epicentro nel rapporto sessuale consumato sulle scale: prima è restia, respinge il marito e ne è quasi disgustata, ma quando questi arriva a darle una sberla tutto cambia e diventa totalmente partecipe a quella danza. La violenza chiama violenza, la violenza quindi, come l'amore, coinvolge le persone. Forse la violenza è l'unico sentimento che ci caratterizza e, di conseguenza, è pur'esso una manifestazione d'amore. Cronenberg suggerisce tutto, però senza mettere mai la parola definitiva, lasciando allo spettatore il compito di portare avanti le dovute interrogazioni, immettendo così quel seme/germe che si diffonderà, rendendo questa visione un'esperienza sfiancante pur nella sua semplicità. Ma sfiancante nel senso positivo, badate bene. E forse è proprio questo quello che dovrebbero fare le grandi opere. lasciarti un qualcosa e, se lo fanno in maniera scomoda, ancora meglio. Sono quelle che, proprio per la storia violenta che ci faranno strascicare dietro. si ricorderanno meglio.

Da vedere assolutamente in qualunque modo. E se non avete la mia fortuna di trovare il dvd a tre euro, basterà attendere una delle millemila repliche a buffo fatte da Rai Movie o da Rai 4.


Voto: ★★★★

8 commenti:

  1. Il penultimo, credo, Cronenberg da vedere...almeno per quanto mi riguarda, le cinque stelle ci stanno tutte...

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    1. Cinque stelle sì, assolutamente. Però conta che io sono uno di quelli che ha adorato "Cosmopolis" e che ha mezzo-salvato "Maps to the stars" :-P

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  2. Un Capolavoro assoluto, e forse il miglior Cronenberg di sempre.
    Con Mystic river, uno dei ritratti più amari dell'America degli Anni Zero.

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    1. Per me non solo dell'America. Quei due film parlano di temi universali che coinvolgono tutti, sta proprio lì la loro grandezza!

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  3. Che filmone incredibile. Azzarderei capolavoro! Comunque, anch'io inizialmente lo avevo sottovalutato, e parecchio anche.

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    1. Eravamo giovani e molto stupidi. Poi fortunatamente crescendo si migliora... forse...
      ... credo...

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  4. Non lo vedo dai tempi dell'uscita cinematografica. Ricordo che mi piacque ma non quanto avevo sperato... credo dovrò riguardarlo anche io!!

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    1. Eh, ma te speravi di vedere The expendables :-P

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U