lunedì 8 dicembre 2014

Gli spietati


Per quanto concerne la mia passione cinematografica, posso ben dire di non averla ereditata dai miei genitori. Che di film ne hanno guardati e sanno capire che i cinepanettoni sono un insulto all'intelligenza, ma certi meandri, tipo quelli coreani, me li sono dovuto esplorare ben da solo. Parlando del mio rapporto coi film mi viene spesso in mente mio padre, che non vuole cose troppo impegnative e, come ogni esponente della sua epoca, è cresciuto coi western. E a me i western sono sempre piaciuti poco, eccetto alcuni casi. Però dato che quella era la passione paterna, alle volte gli ho fatto compagnia durante qualche riproposizione televisiva, che mi ha permesso di scoprire dei capolavori come la Trilogia del Dollaro di Sergio Leone e, di conseguenza, di conoscere Clint Eastwood, l'uomo che ho sempre desiderato di diventare. Per dire, l'uomo più uomo che esista, uno capace di esprimere un'estrema virilità ma anche una sensibilità di grande rilievo, come dimostrarono poi i suoi film da regista. Film che, anche nei casi peggiori, mi hanno sempre colpito, conferendomi un'idea di cinema che, nonostante la mia natura onnivora, non mi sento mai di abbandonare. Clint è l'icona di un'epoca ma, e qui sta la sua grandezza, riesce a trasferirla in ogni decade in cui si è ritrovato a lavorare. Non male per quello che, a detta dello stesso Leone, aveva solo due espressioni: con e senza cappello.

Una prostituta, durante l'esercizio della propria professione, si ritrova a ridere della virilità di un cliente, il quale si vendica sfregiandola in volto. Lo sceriffo del luogo punisce l'aggressore costringendolo a donare cinque cavalli al titolare del bordello ma le college della ragazza, per vendicarla, mettono una taglia di mille dollari. Risponde alla richiesta, insieme a un vecchio socio e a un novellino, Will Munny, un ex bandito che, dopo la morte della moglie, si è isolato in una casetta insieme ai due figlioletti.

Diciamo pure che Clint Eastwood con il genere western è un po' come Daniel Radcliffe con Happy Popper: che gli piaccia o no, verrà sempre ricondotto a quello. La differenza fra questi due interpreti però è che il Nostro si è saputo reinventare incredibilmente, dandosi sempre quel marchio di duro & ganzo (fra l'ispettore Callahan e Walt Kowalski c'è una minima affinità, va detto) ma traslandolo sempre in contesti diversi, riuscendo così a diversificarlo. Un po' come i vecchi anime sui robottoni, alla fine la storia era sempre la stessa e le dinamiche erano molto somiglianti, ma com'è che allora vivevano tutti di luce propria? Questo perché ogni storia si fa portavoce di un certo messaggio e della visione di un determinato autore - altro esempio molto terra-terra, com'è che Spider-man è così bello mentre The amazing Spider-man è così scadente? Eastwood non è mai stato un grande attore, l'ho detto anche nel primo paragrafo, ma è comunque una persona dotata di un certo carisma e, cosa ancora più importante, di una sensibilità non indifferente. Il suo ritornare a maneggiare le colt ed a cavalcare cavalli nelle verdi praterie provoca sì un naturale senso di deja-vu, ma è proprio il suo saper fare un discorso preciso e articolato a farti dimenticare tutto ciò che aveva detto prima in materia. E questo indossando nuovamente un cappello e non delle corna. Perché è riduttivo dire che questo film è un semplice western. Infatti, come accade sempre nelle migliori storie, il genere di appartenenza è solo un contorno per far ribadire meglio un concetto. Quello che conta è il discorso che si fa al suo interno. E per capire quello che si fa in questa pellicola è meglio conoscere quello che era il titolo originale in inglese. The unforgiven, ovvero i non perdonati. Uomini a cui non è stato concesso alcun perdono, e alla luce delle riflessioni che questo titolo comporta, possiamo bene dire che manco quello italiano stona del tutto. La sceneggiatura di David Webb Peoples, uno che ha sceneggiato cosette come Blade runner e L'esercito delle dodici scimmie, mica il primo idiota che passa, dirama una storia molto semplice ma che nasconde la propria profondità fra le proprie stesse pieghe. Non ci sono colpi di scena sensazionali, non ci sono twist esplosivi che vanno tanto di moda adesso. C'è una certa linearità e, più che sulla propria stessa storia, si fa perno proprio sul tema cardine, che accomuna sia il protagonista che i semplici comprimari. Tutti sono uomini senza perdono, sia i gaglioffi che hanno torturato la prostituta - che non vengono mai condannati del tutto dallo stesso narratore, mostrandoli come degli uomini vittime del loro stesso temperamento - che i killer assoldati per finirli e riscuotere la ricompensa. C'è un taciuto pietismo verso tutti loro, perché è stata la vita stessa a schiacciarli. Will Munny è l'esempio più lampante di questo discorso, un uomo che nella sua vita ne ha fatte di tutte, che ha rapinato treni e trucidato sia donne che bambini, ma che all'inizio della propria vecchiaia sente il peso delle proprie azioni, e risulta così incapace di darsi una quiete nonostante stia cercando di reinventarsi. Questo perché l'umanità stessa è incapace di stare calma, perché l'uomo è un animale e sente l'odore del sangue. Sarà unicamente quando si compierà la carneficina finale che Munny tornerà a mostrare in barlume di vita, una luce in quegli occhi stanchi per l'eco delle proprie azioni passate. Eastwood, che si era dichiarato stanco dei western idealizzati, racconta questa storia con il suo classico stile asciutto ma non per questo banale, racconta una riscoperta del male e, al contempo, perdona gli stessi esecutori, perché forse non è nemmeno colpa loro se tutto ciò è stato fatto. E' la loro natura di uomini violenti, è l'epoca in cui sono vissuti che li ha cresciuti così e, forse, è proprio la stessa epoca che, pur evolvendosi, non lascerà scelta manco ai loro discendenti. Alla fine, che differenza c'è fra un cowboy che delinque e un poveraccio che deve rubare per fame? Sono ambedue il rovescio di un sistema che cerca di darsi una perfezione ma che, alla fine, si dimostra tanto peggio di coloro che condanna - magnifico a tal proposito il personaggio di Gene Hackman, contrapposto perfettamente con quello di un Peter O'Toole gestito in maniera ancora più esemplare. Forse a fine film resterà sempre aperto la domanda su cosa abbia mai trovato la signora Munny in un tipo così violento, ma al pubblico, molto probabilmente, capiterà di trovare qualche affinità con un personaggio simile. Perché la violenza e la cupidigia fanno parte di tutti noi, ma la si può combattere solo accettandola.

Un capolavoro che va assolutamente visto se ci si definisce amanti del cinema. E questo lo dice anche uno come me, che a differenza del proprio padre i western non li ama molto.


Voto: ★★★★

10 commenti:

  1. È un capolavoro in tutto e per tutto, qui la parola non è per nulla abusata.

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  2. Uno dei miei film preferiti.
    Cerco di vederlo ogni anno il giorno del mio compleanno, e ogni volta sono brividi.
    Capolavoro.

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    1. Da te non mi aspettavo nulla di meglio!

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  3. La lapide di celluloide per il genere western. Tutti i personaggi sono negativi. L'unico positivo è la moglie di lui: che è morta e che rappresenta la bontà. In un mondo di spietati la bontà è morta.
    Capolavoro.

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    1. Oddio, ma questa analogia è bellissima! Non ci avevo mai pensato!

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  4. Nemmeno io amo i western, ma in certi casi chissene del genere. Filmone incredibile.
    Volevi diventare Clint, invece sei diventato Robert.

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    1. Già... la gnocca al posto della gloria.
      Ci si accontenta.

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  5. Forse è meglio che resti alla gnocca...
    Come si fa scambiare Robert Harris con Peter O'Toole?
    L'ho dovuta leggere due volte la critica-recensione-opinione prima di capire che non hai capito niente del film.
    Il senso intero dell'opera di Eastwood è nel dialogo tra il vecchio Will Munny e il giovane Kid mentre aspettano la ricompensa: il primo rappresenta la verità, il secondo il (falso) mito. Scontratosi con la brutale e violenta realtà, Kid a terra distrutto dal rimorso impara su di sé che le storie sui mitici 'vecchi tempi' erano una miriade di balle, che non c'è mai stato niente di eroico o mitico: i vecchi tempi erano solo pervasi da cosi tanta eccessiva, inutilmente eccessiva violenza che si poteva sopportare solo con dosi massicce di alcool (Bevi Kid!). E neanche la auto-assoluzione serve nè funziona - se lo meritavano quelli! dice Kid - perché Munny sa, lui più di tutti lo sa, che 'ce lo meritiamo tutti'. Questo bagno di realtà è il filo conduttore del film, i non-perdonati come da titolo originale, sono appunto tutti, tutti non si meritano il perdono, ovvero tutti sono in qualche modo colpevoli e comunque nesuno è disponibile al perdono. Eastwood smaschera tutti, li mostra nella cruda realtà di individui spietati, incapaci di perdonare, tutti uguali nelle loro miserie e responsabilità (non come scrivi tu che sposti le colpe sulla "loro natura" o sull'epoca in cui sono vissuti). Per questo si può convenire che questo sia davvero la fine di un genere: se escludiamo il metodo Tarantino con Django, non sarebbe sbagliato pensare che non vedremo altri film western di questo spessore. L'epopea mitica iniziata da John Ford si chiude con The Unforgiven che smaschera il mito e lo chiude. In questo sta il capolavoro.
    E ovviamente non avendo capito il film, non hai capito perché c'è stata una signora Munny... che ci ha trovato lei in lui.. Ovvio, un'anima da salvare. Da quanto detto sopra è chiaro che lei rappresenta l'umanità (non nel senso di genere umano ovviamente): lei è stata disposta a perdonargli i suoi innumerevoli peccati, e lui ha trovato in lei una nuova possibilità.
    Ma che pretendo da chi confonde Harris con O'Toole...

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