lunedì 22 dicembre 2014

L'amico di famiglia


Mentre sto scrivendo, mancano tre giorni a Natale. Io e la mia ragazza, dato che diversi impegni ci impediranno di poterci vedere prima, abbiamo quindi deciso di scambiarci i regali con un po' di anticipo - curioso poi come due non credenti usino il Natale come scusa per farsi regali, ma sto divagando. Io le ho regalato l'ultimo libro di Licia Troisi (a me le saghe del Mondo Emerso proprio non piacciono, ma lei ci teneva tanto) mentre lei, invece, mi ha donato la magnificenza di due dvd: La grande bellezza e Otto e mezzo. Due titoli che mi sono piaciuti entrambi e che non vedevo da tempo, per quanto quello di Fellini dia uno dei miei dieci film preferiti. Ma l'occasione è stata ghiotta anche per poter rivedere il tanto discusso film di Sorrentino e, nonostante condivida ancora i difetti che ho annotato nell'apposita recensione, a una seconda visione il film mi è piaciuto ancora più di prima. E mi ha fatto andare con la memoria alla passato filmografia di Sorrentino, regista tanto citato con quel suo ultimo film, e che però viene dimenticato per le sue vecchie produzioni. Produzioni che di certo non potevano vantare il budget ingente della 'giga-bellezza', ma che comunque avevano una loro personalità. E Sorrentino lo si può anche legittimamente odiare come artista, d'altronde il mondo è bello perché vario e ognuno intende un'opera alla propria maniera, però non gli si possono non riconoscere degli effettivi meriti che, ahimè, qui in Italia nella settima arte hanno davvero in pochi.

Geremia de' Geremei, uomo grottesco con la fissa per i cioccolatini e le donne, è un sarto, ma la sua vera fonte di profitto è un'altra: lui fa l'usuraio. Presta piccole quantità di denaro, ma solo in casi scelti appositamente e dove è sicuro di ricevere per tempo gli interessi, venendo chiamato così 'cuoredoro'. Le cose cambiano quando deve pestare un'ingente quantità di denaro per il matrimonio di una giovane e avvenente ragazza...

Il problema principale del cinema italiano, a mio parere, sta in quello di non saper rinnovare il proprio linguaggio. Sorrentino magari a livello di tematiche non sarà andato più al di là di quello che hanno fatti molti altri, magari anche più bravi di lui, ma ha sempre usato una metodologia narrativa non convenzionale in grado di farlo risaltare e di farlo sbarcare addirittura in America. Anche la sua tanto rinomata bellezza, credete che avrebbe saputo fare così tanto discutere se non fosse stata diretta in quella maniera particolare? Io no. E che il buon Paolone avesse un modus-operanti davvero particolare me ne ero accorto anche prima, quando svevo avuto modo di vedere, quasi per sbaglio, questo L'amico di famiglia, uno dei film che più hanno saputo disagiarmi negli ultimi anni. Perché non sembra, ma è un film che mette un disagio non indifferente. Gran parte del merito poi va data all'attore protagonista, il meridionale Giacomo Rizzo, che non solo riesce ad avere un controllo assoluto della mimica facciale e fisica (quest'ultima impedita per gran parte della durata del film da un braccio ingessato che, da quello che ho letto in giro per l'etere specializzato, si era rotto nella vita reale, costringendo a far slittare le riprese, ma Sorrentino decise di aggiungerlo come particolare per dare un sentore ancora più grottesca al suo personaggio) ma anche da una strana aura che è in grado di emanare. Non so come spiegarmi meglio, ma si tratta di un qualcosa che va al di là di quello che puoi esprimere con la voce o con un'espressione, e infatti questo attore l'ho visto anche in qualche commedia e non mi ha sortito quell'effetto. Lì appariva per quello che è, una persona normale, mentre qui sapeva farsi carico di uno squallore totale, un essere gretto che rende la sua sola vista quasi insostenibile. Già questo basterebbe a renderlo un grande interprete, perché solo i grandi riescono a raggiungere questo livello di oltre nella propria arte, e il film ne beneficia grandiosamente. Da solo riesce ad oscurare persino Laura Chiatti, la protagonista, femminile, e ci si ricorda di lei quasi solo come una figura esigua, anche se occupa lo schermo per un bel po'. E forse basterebbe questo a delineare bene a differenza fra un attore e un grande attore, ma vedi che è una sorte che tocca a tutti i comprimari, perché il cast è composto anche da Fabrizio Bentivoglio e il mio adorato Marco Giallini, che sortiscono la medesima sorte della bionda protagonista femminile Ma tornando al modo di raccontare di Sorrentino, qui si può ben capire dai titoli di testa che questo non sarà un film normale. Non ci si lascia andare a troppi manierismi di stile, il regista napoletano non si fa prendere troppo la mano ma, al contempo, sa tracciare perfettamente l'atmosfera morbosa e malata dell'intera vicenda, con i suoi atipici movimenti di macchina che da soli valgono più di mille parole. E ci raccontano un'umanità sperduta dalla sua voglia di volere troppo. nascosta dietro a costumi che in realtà servono solo a nascondere la vera identità. E' un film che punta tutto sul doppio, perché nessuno è quello che dice di essere. Geremia stesso fa finta di essere un amabile e sagace (e che sagace, certi dialoghi sono magnifici!) sarto, quando in realtà è una persona egoista che maschera i propri veri intenti; il suo amico Gino è perso nel suo amore per il country, a mascherare molto probabilmente un vuoto di vivere che è impossibile da non notare; persino la sposina bionda usa il vestito bianco-virgineo per un piano più grande, così come il colpo di scena finale porterà alla vera identità dei collaboratori degli ingannatori... che nella loro vera vita campano vestendosi da centurioni. Tutti quindi cercano di essere quello che non sono e tutti cercano di ottenere qualcosa di più grande, anche a costo di minare la propria moralità. E alla fine di questo viaggio, Geremia non ci sembrerà molto diverso da tutti gli altri. Pure i comprimari alla fine sono come lui: squallidi, brutti, egoisti... e molto soli. Alla fine sembra proprio la solitudine il fil rouge che ci unisce tutti. Perché magari Geremia ci regala il mondo quando ci dimentichiamo di possederlo, un mondo che avevamo trovato già fatto, ma che ce ne facciamo del mondo se lo abitiamo da soli?

Forse anche migliore delle pippate mentali del buon Gep Gambardella, ma il marcio che sta sotto la patina è un qualcosa che lo può rendere ostico per alcuni. Ma in fondo sta proprio lì la sua grandezza.


Voto: ★★★★

8 commenti:

  1. Bella recensione. Sorrentino orgoglio nazionale, sempre e comunque. Per me, questo e "le conseguenze dell'amore" rappresentano l'apice del regista. E comunque le saghe del mondo emerso fanno schifo anche a me.

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    1. Ecco, con Sorrentino per una volta non mi schiero nel 'mezzo', ma tendo verso il positivo, anche per questioni che vanno al di là del semplice risultato finale. E film come questo ne sono la prova.

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    1. E infatti, stranamente, pure gli accaniti sostenitori de "La grande munnezza" non lo conoscono, perlopiù. Un titolo bellissimo a finito leggermente nel dimenticatoio.

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  3. mi hai fatto venire voglia di recuperarlo.....lo vidi all'uscita ma poi è finito nel dimenticatoio....:-)

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    1. Ma infatti noto che è un film che pure gli estimatori di Sorrentino non citano spesso. Ed è un peccato, perché lo trovo davvero molto bello!

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  4. vero.....forse perché è stato bravo a distaccarsi da quello che aveva fatto prima, "Le conseguenze dell'amore" "L'uomo in più", e allora come spesso accade con le aspettative ci ha spiazzati.....

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    1. No, proprio non se l'è sfangato nessuno, a mio parere. I misteri del cinema italiano...

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