giovedì 11 dicembre 2014

Magic in the moonlight


Mi sto accorgendo che il tempo sta passando e, nel riguardarmi indietro, mi rendo conto di quanto il cinema abbia influenzato la mia vita. E nel mezzo ci sono state anche letture interminabili di libri e fumetti, insieme alla scoperta del peggio underground musicale, ma per facilità di fruizione (premettendo che io le forme artistiche citate le amo tutte alla medesima maniera, ma a vedere un film di un'ora e mezza ci si mette molto meno che a leggere un libro di trecento pagine, ad esempio) la settima arte ha saputo esercitare sulla mia esistenza uno strano e morboso rapporto, che da una parte mi ha saputo arricchire non poco ma dall'altra mi ha impossibilitato la vita coi coetanei. E se avete bazzicato negli ambienti del metal, provate a parlare di Woody Allen a quelli che non fanno altro che vedersi in loop il film dei Tenaciuous D. Ecco, Woody Allen è stato uno degli autori che più mi ha accompagnato nella mia crescita, complice anche una produzione inferiore per numero solo a quella di Takashi Miike, e mi accorgo proprio dello scorrere del tempo nel pensare a quando, in prima superiore, avevo iniziato a visionare le sue pellicole su consiglio di un professore, mentre ora posso dire di averle viste quasi tutte. Tanti film molto simili per tematiche e stile ma, nonostante qualche inevitabile caduta, anche a distanza di anni riesce a stupire. Perché forse è vero, Allen ha sempre fatto lo stesso film ogni volta, ma la sua magia era quello di farlo apparire sempre diverso. E la magia, per certi versi, fa proprio parte del cinema.

Stanley Crawford è un egocentrico illusionista, divenuto famoso esibendosi sotto le mentite spoglie di Wei Ling-soo. Un suo vecchio amico un giorno lo contatta affinché lo aiuti a smascherare Sophie, una presunta medium che si è presa le grazie di una famiglia americana ma le cui 'mague' paiono essere del tutto veritiere. La missione si rivela ardimentosa anche per Stanley, forse perché di mezoz ci si è messo l'amore...

Quel maledetto titolo mi ha fatto risuonare nelle orecchie per tutta la visione la canzone semi-omonima Magic is the moonlight, ma a conti fatti, forse questo è il problema minore del film. Che non è un brutto film, quanto un'opera abbastanza deludente, che parte con ottimi spunti, imbastisce delle tematiche molto apprezzabili, ma si perde mano a mano che va avanti, con un finale che non fa bestemmiare ma ti lascia quello strano fastidio, come quando bevi molta Coca-cola e ti vengono una serie infinita di micro-ruttini. Eppure ci sono tutte le cose tipiche di un film di Allen. Ci sono i titoli di testa su sfondo nero, la colonna sonora jazz, i personaggi complessati e la battute sul senso della vita. Eppure manca qualcosa, quella cosa che fa scattare la scintilla e che ti ha fatto amare le sue opere capostipiti. Ma sottolineo, non è un brutto film, perché le cose brutte sono altre, è piuttosto l'opera di uno che dopo aver lavorato forse più del necessario si ritrova a un passaggio inevitabile della sua vita: lo stallo creativo. Perché la storia funziona, o almeno, il suo plot principale invoglia alla visione e l'inizio spinge lo spettatore a cercare di scoprire come si concluderà questa stramba indagine, ma il problema è il suo proseguire. Se, come diceva il cult movie L'odio, il problema non è la caduta, ma l'atterraggio, qui il vero problema non sono i vari elementi narrativi, ma come vengono piazzati all'interno della pellicola. Dopo quaranta minuti di visione, ovvero quando tutti i protagonisti ci vengono presentati (che comunque, il regista ebreo è sempre un maestro nel descrivere le pedine del suo gioco) c'è qualcosa che fa inceppare il percorso, e per quanto la fotografia sia bellissima, forse la migliore avuta da Allen per un film e la più degna per illustrare la bellezza della Costa Azzurra, il film si avvia verso il tracollo. Complice anche una regia fin troppo statica - ma Allen è sempre stato più attento alla sceneggiatura che a dove piazzava la macchina da presa - certi passaggi non hanno il mordente giusto, fra scoperte/dichiarazione piazzate a caso e perdoni svolti in fretta e furia, lasciando tutto il peso sulle spalle degli attori, che però non possono fare nulla contro una tempistica totalmente sbagliata e dei dialoghi che in un film non sono assolutamente credibili - così come non erano credibili i discorsi più 'proletari' di Blue Jasmine, ma qui si raggiunge l'apoteosi. Forse come opera teatrale sarebbe funzionata benissimo, ma come film proprio no. Anche se i messaggi che veicola sono pregni delle migliori intenzioni. Tutti possono di certo affermare che, come il protagonista, si saranno ritrovati a mettere in dubbio la loro esistenza. Crescere vuol dire anche questo, mettere in dubbio le proprie certezze in modo da averne di nuove, ma fare tutto questo mette una certa paura perché può farci scoprire di aver sempre riposto le nostre certezze in un'illusione facilmente smentibile. E tutto il film fa perno sulle illusioni, non solo perché il protagonista fa il prestigiatore, ma perché nell'esibirsi veste i panni di un'altra persona, creando così un'illusione nell'illusione. Ma le illusioni sono davvero necessarie? O forse la cosa davvero superflua è la realtà? Tutte cose a cui il film cerca di dare una risposta, finendo però a fare la fine di un cane che si rincorre la coda. Certo, restano diversi momenti buffi e anche un paio di battute che fanno centro, ma è tutto il contorno a non funzionare. Come un quadrio senza cornice. Che non è per forza una brutta cosa, ma ti è impossibile attaccarlo al muro e farlo vedere ai tuoi ospiti. Forse questo film (sicuramente) non è l'estrema delusione detta da molti, ma è come fare un pranzo scadente dall'amico a cui hai detto di no molte volte quando, nella casa vicina, fanno un bel barbecue: magari l'amico riesce a fare qualcosa di decente, ma l'odore che entra dalla finestra ti fa capire cosa ti stai perdendo.

Alla fine, brutto da dire, un 'semplice film'. Anche se molti potranno godere della visione di Emma Stone - che per quanto sia una brava attrice, a livello fisico a me non ha mai detto molto.


Voto: ★★ ½

6 commenti:

  1. L'ho trovato grazioso. Firth e Stone sono bravissimi. È una commedia che ti fa star bene mentre la guardi e per un paio d'ore dopo la visione (non a tutti evidentemente).

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    1. Più che altro è fuori tempo massimo, come film. Ma è innocuo, si fa vedere, per questo non l'ho bocciato del tutto. Peccato però per quelle tematiche che non vengono mai approfondite, però...

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  2. Meh, non concordo assolutamente. Forse perché da Allen volete a tutti i costi il pessimismo e in questo film viene parzialmente messo in dubbio, ma a me è piaciuto che si parlasse di altro, discutendo comunque sulla stessa roba.

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    1. Ma il pessimismo è il meno. E' proprio la storia, insieme a certe riflessioni non del tutto compiuto, per me, e il modo in cui è raccontata.

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  3. sono d'accordo con tutto quello che hai scritto, un film di quelli che vogliono essere carucci ma che si dimostrano inesorabilmente inconsistenti...

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    1. Forse non così drastico, perché caruccio l'ho trovato sul serio in alcuni punti... ma purtroppo immette tematiche che non sviluppa.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U