martedì 13 gennaio 2015

Il gladiatore


Ridley Scott non è propriamente il mio regista preferito. Per quanto mi concerne, lo ritengo un grande, anzi, grandissimo tecnico, uno che solo a riprendere la propria nonna che beve un té caldo è in grado di regalare al mondo una piccola sequenza di grande cinema. Il problema però è che raramente legge le sceneggiature che gli propongono, il che ha creato una grande discontinuità di generi e tematiche nella sua produzione (non che questo sia un male, anzi!) e un risultato delle stesse opere piuttosto altalenante. A lui però sarò sempre grato perché in due occasioni ha saputo influire sulla mia vita di cinefilo. L'episodio più sentito riguarda quando, a sedici anni, vidi per la prima volta il suo Blade runner, un film che da solo vale un'intera carriera, scoprendo così che il cinema, anche quello più di genere come la fantascienza, poteva riservare delle tematiche profonde e di grande interesse. Il fatto più intimo però va a riconoscersi quando, in seconda media, vidi per la prima volta Il gladiatore, rimanendone conquistato e affascinato dalla bellezza di certi passaggi, iniziando così a interessarmi per la prima volta di regia e fotografia e mietendo il germe della passione che pochi anni dopo sarebbe esplosa completamente. Proprio per questo motivo mi è difficile essere particolarmente obiettivo su questo film, che è sicuramente ricolmo di difetti, ma che ricordo sempre con un certo affetto.

Il generale Massimo Decimo Meridio è pronto a fare ritorno alla propria ispanica terra, ma il suo re, Marco Aurelio, ha scelto lui come proprio successore, al posto del figlio Commodo, affidandogli il compito di far ritornare Roma una repubblica. Commodo ovviamente non prende molto bene la cosa, così, dopo aver ucciso il padre, dà alle proprie guardie il compito di uccidere Massimo. Il tentativo fallisce e Massimo, a furia di cose, trova una seconda vita come gladiatore. E sarà in quella nuova vita che si ritroverà faccia a faccia col proprio nemico: il nuovo imperatore di Roma.

Ci sono sempre diversi modi per guardare un'opera. Chi è appassionato di storia o fa lo storico di mestiere, si troverà sicuramente a storcere il naso di fronte a molte scelte narrative dettate da questo film. Che non è storicamente accurato, di questo se ne accorge anche una persona molto ignorante come il sottoscritto, basta vedere i fatti principali e fare un salto su Wikipedia. E non è neppure un film scritto magnificamente, perché nonostante alcuni dialoghi siano veramente belli - quello fra Massimo e Marco Aurelio nella tenda di quest'ultimo mi fa trasalire ogni volta - certi fatti fanno porgere alcune domande agli spettatori più attenti. Eppure, manco questo serve a smorzare la potenza di un film sicuramente imperfetto, ma dalla grande carica umana. Un film che nonostante tutto ha l'intelligenza di prendersi per quello che è, una storia d'intrattenimento semplice e di grande spettacolarità, permeato di una certa serietà, ma una serietà che non va a pesare su delle tematiche che, seppure presenti, sono volutamente trattati in maniera labile. La vendetta non è decostruita come nei film coreani, il senso del potere non è analizzato nelle sue varie sfaccettature. Tutto è molto chiaro e quasi manicheo, eppure quella che si evince a visione ultimata è una potenza del tutto umana e coinvolgente. Una di quelle che solo le vecchie storie hanno, e che in minima parte sono portate alla memoria da questa. Non ci sono discorsi molto filosofici da fare in merito e credo che per certi versi sarebbero del tutto fuorvianti, però voglio sottolineare come Scott, regista qui più che mai ispirato, riesca a rendere interessante una storia che altrimenti avrebbe potuto odorare di vecchio anche lontano un chilometro. Perché non è tanto quello che si racconta a rendere un prodotto interessante, ma come lo si fa, regola che non mi stancherò mai di ripetere. Pensate anche a un film come The dark knight rises senza quella mirabolante regia... sarebbe stato ancora così salvabile? Non credo. E questo film, senza quelle scene di battaglia così maestose e quel senso di ineluttabilità onnipresente, avrebbe riscosso il medesimo successo? Ancora no. La storia verte proprio su quell'estremizzazione dei caratteri di ogni suo piccolo aspetto, da un protagonista tenuto in vita solo dal suo desiderio di vendicarsi e da delle sequenze di battaglia che mettono davvero a dura prova i nervi. Ed è in questa formula perfetta, nel connubio artistico definitivo fra la regia di Scott e il montaggio del nostrano Pietro Scalia, che avviene la magica scintilla. Il film è imperfetto, così come solo un prodotto dedito esclusivamente all'intrattenimento (cosa che per me non rende un film indegno di essere visto) sa essere, ma mantiene la carica umana di cui ho già accennato. Perché è proprio nel saper innalzare una storia altrimenti ignorabile con momenti che sanno coinvolgere ogni tipo di spettatore, anche coloro che altrimenti non avrebbero mai visto un film simile ma una tamarrata a là 300, che si avverte quella speciale spinta. Spinta a cui hanno fatto ricorso due attoroni come Russel Crowe (premiato con l'Oscar per questo film), carismatico come pochi, e Joaquin Phoenix, che prima di innamorarsi dei sistemi operativi (vedasi Her) riusciva a regalarsi un personaggio sadico ma ugualmente non gratuito in maniera cattiva. Massimo e Commodo, per certi versi, sono il rovescio della stessa medaglia: il protagonista è un uomo che vive per amore dei propri ideali e risponde alla vita solo per essi, mentre l'antagonista è innamorato unicamente del potere, frutto delle aspettative che ha avuto per tutta la propria esistenza. Ma ad offuscare tutto c'è la musica di Hans Zimmer, forse la migliore di tutta la sua carriera, che rende ancora più possenti delle scene che già da sole peccavano di magniloquenza.

Sicuramente ci sarò andato fin troppo leggero con un film che magari avrebbe meritato una maggiore stroncatura, però i ricordi d'infanzia fanno sempre la loro parte.


Voto: 

10 commenti:

  1. Un giocattolone che ai tempi fu enormemente sopravvalutato, ma che rivedo sempre con piacere anche io.

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    1. Dalla mia ho la questione affettiva. Da piccolo lo adoravo alla follia!

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  2. Secondo me c'hai preso, analisi perfetta. O forse sbagliamo entrambi. Storia alquanto zoppicante per un film che vive di regia, della colonna sonora e di buone interpretazioni. Mediocretto.
    Forse un giorno capiremo che cos'è successo a Scotto.

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    1. Ma nemmeno mediocre. Per me, a suo modo, è grande intrattenimento.

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  3. Ridley Scott è pur sempre uno che ha esordito con "I duellanti" e continuato con "Alien" e "Blade Runner" (e solo questi valgono una carriera), ma il suo problema è proprio la discontinuità. Qui e là ti tira fuori un cult (vedasi "Thelma & Louise" e lo stesso "Il gladiatore") o un film bellissimo come "American Gangster" e per il resto solo spazzatura.
    Visto con il senno di poi e uno spirito critico t'accorgi che "Il gladiatore" non è un film pienamente convincente. Vive di interpretazioni e della memorabile colonna sonora, manco della regia che durante i combattimenti, secondo me, è confusionaria (colpa anche del montaggio). Molto sopravvalutato. Non tutti i cult sono bei film.

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    1. Ecco, "I duellanti" mi manca... miserere di me!
      Comunque per me la regia non è confusionaria, più che altro ha un montaggio sfrenato per coprire le sene splatter - arti amputati e simpaticherie varie. Comunque per me non da bocciare.

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  4. Un buon film, in particolare il Commodo di Joaquin Phoenix è uno dei miei cattivi preferiti.

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  5. Anche per me resterà sempre un film-cult aldilà di tutto. Colonna sonora indimenticabile e un Phoenix sopra tutti! *_*

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U