giovedì 1 gennaio 2015

Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell'Anello


Certo che il tempo è strano. Mentre sto scrivendo è il primo gennaio del 2015 e l'anno appena passato si è concluso con la visione del terribile La battaglia delle cinque armate, ultimo capitolo della trilogia de Lo Hobbit. Una conclusione tragica di una trilogia già nata sotto una cattiva stella e che ha rovinato il ricordo di un qualcosa di bellissimo che ha accompagnato molti della mia generazione durante l'infanzia. Ricordo infatti che il 2002 era appena iniziato e mio padre mi aveva portato al cinema a vedere questo film di cui si sentiva parlare tanto. Ricordo che mi disse che, dato che durava tre ore, sperava non fosse una palla, mentre io non sapevo neppure cosa aspettarmi. Poi il film iniziò e, a fine visione, ne rimasi folgorato. per la mia mente di undicenne quella era la cosa più bella che avessi mai visto. Non c'era stato null'altro che aveva saputo scuotermi in quella maniera prima di allora (per la cronaca, un anno dopo arrivò La città incantata) e il mondo della Terra di Mezzo divenne per me un'ossessione. Decisi che dovevo assolutamente leggere il libro da cui era tratto, poi scoprii che c'era anche la storia che narrava di come Bilbo avesse trovato l'Anello e, quando venne l'adolescenza, provai anche a leggere tutti i restanti libri del professore con la pipa. E' stata una fase molto lunga che credo di aver passato, ma che però ha saputo condizionarmi pesantemente, aumentando pure quella che all'epoca era la mia passione per la musica metal e i poemi epici. Adesso è un felicissimo ricordo, una meraviglia che raramente potrò incontrare ancora, ma anche in questo sta la sua magia.

Nella millenaria Terra di Mezzo, Sauron, un potente Signore Oscuro, forgiò degli anelli magici in grado di dargli il potere su tutte le razze. Dopo una sanguinosa battaglia, però, Isildur riuscì a sconfiggerlo, divenendo padrone del suo manufatto. Ma l'Anello aveva una volontà propria e, per secoli e secoli, vagò per tutti i meandri del mondo, fino a che non venne trovato da Bilbo Baggins, un Hobbit. Cinquant'anni dopo, sotto la guida dello stregone Gndalf, toccherà a suo nipote Frodo accollarsi quel fardello, poiché forze oscure si stanno muovendo e l'Anello va distrutto.

Parlare di un film simile è molto rischioso, perché ci sono troppe cose di mezzo - oddio, che orribile gioco di parole citazionista. Innanzitutto è un film che ho adorato in maniera folle, tanto che i miei genitori a un certo punto si sono addirittura preoccupati perché avevo finito per consumare la VHS a forza di rivederlo, poi è tratto da un libro che sono arrivato a leggere per ben tre volte, segnando il mio amore per un genere (il fantasy e la letteratura epico-mitologica) e facendo germogliare in me un'iniziale desiderio di provare a scrivere qualcosa di mio. C'è la possibilità di essere poco obiettivi, eppure manco a sforzarmi riesco a trovare troppi difetti in quest'opera. E ce ne sono, è un fattore inevitabile, ma nonostante tutto posso affermare senza troppi problemi che è stato un film destinato a fare storia per svariati motivi. Innanzitutto si è trattata di un'operazione economica sbalorditiva, senza precedenti nel suo genere per costi e proporzioni, affidata poi a un regista non ancora famosissimo e che si era reso celebre nei gironi specializzato perlopiù per delle commedie-horror molto trash. Non sembrava la persona più adatta per girare una storia così intrisa di epica, poesia e lirismo, eppure per certi versi è stato proprio quella sua particolare provenienza a salvare questo film. Perché è inutile negarlo ma, tolte poche eccezioni, il fantasy su grande schermo il più delle volte risulta quasi deleterio, brutto da vedere o, tolti alcuni casi, estremamente finto. Quella che viene qui raccontata è sì una storia fantasy negli intenti, ma non particolarmente nella forma. Peter Jackson, quando faceva ancora le cose con passione e competenza, aveva realizzato quello che era un moderno poema epico, contaminandolo però con l'horror che lo aveva formato. Mette uno strano e coinvolgente realismo in quelli che sono molti particolari, rappresentando un medioevo non eccessivamente idealizzato e con le dovute tinture sporche, insieme a dei passaggi particolarmente dark che prendono il posto dell'atmosfera fiabesca che altri avrebbero potuto adottare - e che lui stesso adotterà in futuro, con risultati disastrosi. Perché The Lord of the Rings non è un semplice racconto di fantasia. Tolkien aveva lavorato con tale meticolosità nel ricostruire il suo mondo inventato da aver realizzato degli specifici linguaggi e alfabeti per quelle che erano le creature che lo popolavano, attingendo alle sue conoscenze di glottologo, creando una finzione che però diveniva coerente e spesso crudele come la realtà stessa. Quella raccontata in quelle pagine e, per certi versi, anche nel film, è un duro e monumentale percorso di crescita in un mondo che sembra scosso e messo in tumulto da una perdita di ideali, in quegli antichi valori che hanno formato le basi di quella che è la nostra storia. Si perde l'intento ambientalista che stava alla base del primo capitolo, eliminando un personaggio come Tom Bombadil (e ringrazio, perché su grande schermo sarebbe stato davvero un qualcosa di inguardabile) e il passaggio per le Tumulilande, però rimane mantenuta integra la voglia di rappresentare un mondo complesso ma al contempo credibile, semplificando alcuni passaggi che sarebbero stati troppo pesanti in un film solo e dando un ritmo sostenuto per tutta la lunghissima durata della pellicola. Certo, alcune sequenze forse sono fin troppo semplificati o lasciate sul vago, e la regia non riesce a valorizzare particolarmente un paio di micro-momenti, ma quando iniziano a scorrere i titoli di coda si ha come l'impressione di essere stati riempiti e poi svuotati nuovamente. All'epoca, penso che la cosa valga per me come per qualsiasi altro spettatore, è stato qualcosa di mai realizzato prima, un progetto ambizioso realizzato con una passione seconda solo a quella dei grandi maestri, per un film destinato a rimanere impresso nella mente di molti. E Jackson, nonostante degli effetti speciali validissimi allora come oggi. riesce a catturare l'essenza della vera magia: quella che rapisce gli occhi, poi la mente e infine il cuore. E questi tre elementi sono tutte cose che si possono trovare in questo primo, fantomatico tassello.

Tolkieniano una volta, tolkieniano per sempre. Anche se l'età ti porta verso altri generi e le passioni si perdono un po' per strada. Ma la magia, quella vera, rimane, Silenziosa, ma resta.


Voto: 

8 commenti:

  1. Forse il mio preferito della trilogia.
    La parte nelle miniere di Moria è da paura.

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    1. Diciamo che è un inizio e, come tutti gli inizi, viene ricordato con una certa nostalgia. Se poi è un inizio simile, allora la meraviglia è più che giustificata!

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  2. Ricordo di averlo visto (e non a 11 anni) perché mia sorella aveva in ostaggio il videoregistratore. Direi che sono proprio una fan. Non ho manco finito la trilogia... :-p

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    1. Fino all'anno scorso manco la mia ragazza. Poi fortunatamente si è convertita! XD

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  3. Forse il mio preferito ma sono combattuto tra questo e il terzo.
    "Idiota di un Tuc" e "Tu non puoi passare" sono solo poche delle cose grandiose che dice Gandalf (doppiato dal compianto Gianni Musy).

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    1. Gandalf in effetti è uno dei miei personaggi preferiti.

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  4. Che belli i film di Jackson prima che gli prendesse la "sindrome di George Lucas", inoltre questo è il mio preferito della trilogia.
    Vabbè... il romanzo fu gioia per il cuore e per la mente.

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    1. A conti fatti credo sia quello che preferisco pure io, anche se intraprende una dura lotta col terzo

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U