venerdì 13 febbraio 2015

Babel


Forse non potrò vantarmi di avere i genitori migliori del mondo, ma se non altro posso ben dire che hanno saputo insegnarmi i veri valori. Che non riconosco in quelli della famiglia o della patria, quelli sono valori costruiti che, sinceramente, non sento miei. Una famiglia è composta da tutte le persone che hanno modo di avere a che fare della tua vita, siano essi amici o parenti, mentre la patria è lo stesso mondo, non è definibile o quantificabile in un determinato territorio. Semplicemente, hanno saputo insegnarmi ad ascoltare e a non anteporre giudizio, a rispettare chi la pensa diversamente da me e a non farmi guidare dal pregiudizio verso le altre culture. Certo, mi hanno permesso di vestirmi come un metallaro deficiente e di aprire questo blog dove rendermi ancora più ridicolo recensendo film che non capisco, però di quelle semplici, basilari lezioni sarò sempre loro grato. Specie in un mondo come quello di adesso, dove si deve professare di amare il diverso ma estraniamo continuamente coloro che fuoriescono dai nostri canoni comportamentali, dove si dice di volere fare il bene degli altri ma i nostri stessi politici, con la leggerezza di un tweet o di uno status su Facebook, operano delle vere e proprie campagna d'odio verso il prossimo. Sono esempi giganteschi che però, come tutte le cose più grandi, hanno origine da un qualcosa di più piccolo è quotidiano. Così piccolo che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno...

Una coppia americana, sconvolta dal dolore per la morte di uno dei loro figli, cerca di riavviare un rapporto ormai logorato con un viaggio in Marocco; un pastore affida ai figli un fucile per tenere lontani gli sciacalli dal gregge, ma questi lo usano con eccessiva leggerezza, fino a creare danni enormi; una governante messicana, i cui obblighi la impediscono di andare la proprio paese d'origine per il matrimonio del figlio, decide di portare con sé i figli dei suoi padroni; una ragazza giapponese sordomuta, oltre al recente suicidio della madre, deve affrontare una difficoltà a integrarsi per via del proprio stato e la lontananza del padre. Tutte queste storie si uniranno, anche se con esiti differenti.

Quando all'epoca uscì questo film, ammetto, lo mancai. Non conoscevo ancora molto bene un regista come Iñàrritu - Birdman era ancora lontano e avevo visto solo lo struggente 21 grammi - e ammetto che di vedermi una pellicola simile non mi interessava molto. La recuperai solo quando un amico cinefilo mi prestò il dvd. Non sapevo cosa aspettarmi e credo che questo sia stato il fattore fondamentale che me lo ha fatto piacere così tanto. I vari trailer che avevo visto all'epoca continuavano a citare l'episodio biblico della torre di Babele, quindi mi aspettavo che trattasse dell'incomunicabilità fra le diverse culture, complice anche la diversa estrazione geografica e sociale dei vari protagonisti. E qui sta il primo vero colpo di genio. Un colpo delicato e sopraffino, al quale contribuisce anche la sceneggiatura di Guillermo Arriaga, storico collaboratore di Iñàrritu, che mostra come i veri colpi di genio alle volte non stanno in una trama complicata o altro. Certo, non voglio smontare ora film come Inception o Revolver, che proprio sul confondere lo spettatore fanno il loro punto di forza. La genialità, che può risiedere anche in film come quelli, però ha varie sfumature. C'è quindi quella che ti costringe a contorcerti le meningi nelle maniere più disparate così come quella che si posa su correnti più calme e tranquille, ma prendendo delle cose che dovrebbero essere ovvie e rivelandotele con una nuova luce. Babel fa proprio questo. Mostra un qualcosa che dovrebbe essere ovvio e risaputo, ma che in questa nuova veste appare come nuovo. Quello che Iñàrritu vuole ritrarre con la sua impietosa macchina da presa non è tanto l'impossibilitò di comunicare fra coloro che hanno un lingua e (di conseguenza) una cultura diversa, ma ribalta questo processo, mostrando come l'essere umano non riesca a stilare una vera e propria relazione con i suoi 'simili'. E simili appare una parola quantomai indicata perché, lontana da intenti antropologici, mostra come alla fine, quella del non sapersi mai rapportare benissimo con il prossimo, sia un qualcosa di tipico di ogni cultura e di ogni uomo che la forma. Ed è proprio perché verte sui degli aspetti così microscopici dell'esistenza, ampliati a dismisura grazie alle potenzialità del racconto, che finisce per colpire così tanto. Così come colpisce il fatto che per il segmento dell'episodio giapponese sia stata scelta una ragazza sordomuta, quasi che quel suo non sentire faccia parte di una parentesi molto più grande. Tutte queste cose alla fine sfuggono alle nostre orecchie oppure ci sforziamo di non volerle sentire? Perché è semplice crogiolarsi nella rabbia e non fare nulla per agire, molto più di prendere le proprie vite in mano e di fare qualcosa - quando possibile, ovviamente - per risolvere tutto. Ma ci si prova a farlo, spesso sbagliando o andando in direzioni sbagliate, scontrandosi col mondo e facendosi male. E non tutte le storie finiscono bene, vuoi per una serie di fattori avversi al nostro destino oppure perché, molto semplicemente, ce la siamo andata a cercare. Ma farsi male, specie quel tipo di male, fa sempre parte dell'esistenza, di tutte quelle cose che bisogna fare per forza per poter dire di aver vissuto - anche questo discorso va collocato nel segmento di film giusto, non è unificabile per nulla, proprio perché diversi e sfaccettati sono gli esempi presi in analisi dalle pellicola stessa. Ed è proprio questo suo saper parlare di divisioni 'interne' a rendere questo film grande ed a fargli esplorare lidi che altrimenti gli sarebbero stati preclusi, gli stessi che vengono chiusi, con il termine della storia che più mi ha coinvolto, con la più semplice delle congiunzioni: un abbraccio. Un gesto che, per l'appunto, non ha bisogno di parole, ma fa capire tutto quello che una sequenza di lettere appesantirebbe e basta. E lì non c'è Torre di Babele che tenga.

Dopo il suo ultimo lavoro, Iñàrritu è un regista tutto da (ri)scoprire. E nel quale devo cercare di addentrarmi con maggiore impegno.


Voto: 

6 commenti:

  1. Per me un film enormemente sopravvalutato.
    A parte qualche lampo in Birdman, per me il miglior Inarritu resta quello di Amores Perros.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ricordavo che da qualche parte avevi scritto che no ti era piaciuto :/ "Amore perros" ancora mi manca, ma a questo giro devo vederlo per forza.

      Elimina
  2. A me è piaciuto tanto che l'ho portato addirittura ad un'esame all'università...beh, era anche l'unico che cozzava con geografia culturale xD

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il film giusto nel momento giusto, insomma XD

      Elimina
  3. L'ho visto secoli fa con degli amici e ricordo che ero troppo distratta, dovrei rivederlo. Ma concordo sull'approfondire Inarritu, è una cosa in cui mi sto mettendo anche io. Se vuole il cielo finalmente stasera vedo Birdman!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Finalmente! Sono sicuro che la tua recensione sarà sicuramente all'altezza :)

      Elimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U