venerdì 6 febbraio 2015

Still Alice


Non ho mai avuto un attore o un'attrice che mi abbia mai condizionato nella scelta di un film. Mi tocca ammettere che in campo attoriale sono particolarmente ignorante - o almeno, più che nel resto. Solitamente mi informo su sceneggiatori e registi, complici anche gli studi che ho fatto, ma gli attori certe volte, mi tocca ammetterlo a malincuore, li lascio un poco nel loro brodo. E' una cosa che però faccio con un certo tipo di cinema e con certi attori, perché so riconoscere quali sono le performance e i ruoli che valgono, quindi quando la situazione merita cerco di vedermi i film in lingua originale per rendere giustizia al loro lavoro, da me così spesso snobbato. Ci sono state però le volte di Under the skin e A dame to kill for, dove la presenza di due particolari attrici mi ha spinto nella visione, ma lì era unicamente per una questione ormonale. Ma il miracolo avviene però con Julianne Moore, che al semplice ma sconsiderato arrapamento che mi sanno infliggere le rosse, sa unire anche una bravura senza eguali. E anche il coraggio di ruoli che ne possono minare l'immagine di bellissima alla quale molte si sarebbero dedicate - state pensando tutti alla scena sul cesso di Maps to the stars, vero? - cosa che fa aumentare ancora di più la stima nei suoi confronti. Quindi forse la sua presenza non mi farà venire voglia di vedere un film che prima non mi interessava, ma il vederlo, sapendo che mi delizierà sia con quella sua bellezza che circumnaviga l'età senza però stravolgerla, riesce magari a farmi diventare più accondiscendente.

Alice Howland è un'affermata e bella linguista cinquantenne, felicemente sposata col chimico John, da cui ha avuto tre figli. La sua sembra una vita perfetta, fino a che non le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer. E nonostante sia sempre stata un pilastro sul lavoro e in famiglia, comincia a diventare sempre più fragile...

Quello della malattia credo sia uno dei temi più difficili in assoluto da trattare. Ultimamente ci hanno provato il melensissimo The theory of everything e l'odioso The fault in our stars, creandone una spettacolarizzazione che non sono riuscito a sopportare. La trovo una cosa odiosa perché il dolore, così come la malattia, è una cosa privata, da trattare con una certa delicatezza e, soprattutto, sul quale è facile incespicare creando un discorso consolatorio che ne banalizza il significato stesso. Molti hanno detto che Alabama Monroe specula sul dolore, ma non è così: quel film raccontava del disfarsi di un rapporto dopo un immenso dolore, parlava della più totale delle sconfitte da parte di un marito (e da una coppia prima) che non ha saputo prevenire nulla, ma che quel dolore in qualche modo lo salutava, gli dava un addio, come ad accompagnarlo verso un viaggio più grande. Una differenza sottilissima ma essenziale per far capire quali, a mio modesto parere, sono i modi in cui certe cose vanno trattate - e approfitto per affermare che il miglior esempio a tema, insieme ad alcune puntate di Scrubs, è stato il magnifico Amour di Haneke. Still Alice per fortuna non cade nella facile trappola del proseguimento strappalacrime, ma anzi, riesce a conferire al tutto una dignità e una compattezza davvero ammirevole. Non c'è quindi non da stupirsi nell'apprendere che i registi Westmoreland e Glatzer, coppia gay nella vita, devono quotidianamente convivere con la malattia stessa, poiché Glatzer è affetto da SLA (ha seguito il corso delle riprese da casa via tablet), particolare che ha conferito una certa staticità di regia, ma soprattutto una delicatezza di fondo davvero non indifferente. Non c'è sensazionalismo, non si cerca lo spettacolo fine a sé stesso e anche i discorsi moralisti sono ridotti all'osso. Un lavoro compatto e sobrio che si porta a casa il risultato, decisamente meglio di quanto hanno fatto i primi due titoli citati all'inizio di questo paragrafo. Però c'è un grosso ma nel mezzo, perché per quanto intenti e fini siano decisamente ammirevoli, la stessa cosa non si può dire per la scrittura, che a tratti mi è sembrata davvero macchinosa e portata in scena in maniera fin troppo spoglia. Non c'è nulla di male in tutto questo e, pur trattando sempre del tema della memoria, sappiamo già che non andremo a vedere un film a là Memento, però che si puntasse in maniera meno consona su quelli che erano i vari stadi degenerativi di Alice un poco me lo aspettavo. E non solo per mere scelte estetiche, ma anche per una certa coerenza narrativa. Invece tutto prosegue in maniera molto didascalica, pecca principale del film, e lascia in sospeso una sequenza che disturba particolarmente ma al contempo intriga molto - chi ha già visto capirà. Ma va detto che il film inizia col parlare della malattia e del valore della memoria, ma termina col trattare di ben altro argomento: l'amore. Cosa resta quando perdiamo tutto? Quello. Tutto si dissolve, tutto si sgretola, ma l'amore, in questo caso quello fra una madre e la figlia, la figlia che nessuno avrebbe mai sospettato si immolasse in una simile impresa, quello resiste. Tutto quindi si dissolve, si dissolvono anche le nostre convinzioni e conoscenze, ogni cosa finisce per stupirci, sia da malati che da sani. Perché alle volte il più grande degli amori viene proprio da coloro che manco lo immaginavamo. E quel finale, nella sua schietta semplicità, si lascerà scivolare addosso a noi più di tanti virtuosismi visti di recente. Così come ci rimarrà ben impressa la performance di un'attrice straordinaria come la Moore - che lo si voglia ammettere o meno, il film è costruito proprio s di lei - alle prese con una parte ostica e difficilissima, che nonostante l'età che avanza mantiene comunque una sua dignità che la fa apparire bellissima ance quando, verso la fine, si dimostrerà dimessa come non mai. E questa è una caratteristica delle grandi donne, sono convinto, quella di mantenere una bellezza che si evolve con gli anni e non maschera l'inevitabile progredire del tempo.

Per dire, è così brava che fa vivere di luce riflessa persino Kristen Stewart, quindi non c'è da sperare che l'Academy quest'anno la possa premiare come merita.


Voto: 

12 commenti:

  1. I difetti che ho notato sono gli stessi che hai riscontrato tu e purtroppo nemmeno l'innegabile bravura di Julianne Moore è riuscita a farmi apprezzare particolarmente Still Alice. Bello, per carità, ma poco emozionante (per dire, mi sono sentita più coinvolta dal dramma di Robert Duvall in The Judge).

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    1. "The judge" ancora mi manca, però io, per quanto l'abbia promosso, non è che mi sia strappato i capelli. Ha delle belle tematiche che sono belle perché tali, non certo perché valorizzate dal film :)

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  2. sono rimasta alquanto incuriosita dall'argomento...
    la malattia mi affascina, ma mi affascina sopratutto la reazione del genere umano che ha essa...
    però è la prima recensione davvero entusiasta che leggo.

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    1. Oddio... tre stelle sono un po' poche per definirla 'entusiasta' XD

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  3. Purtroppo mi manca ancora, devo comprare del tempo extra per prendere in mano gli ultimi che mi mancano prima della notte del 22.

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    1. Se lo trovi in saldo avvisami. Serve un poco anche a me :-P

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  4. L'ho visto ieri sera, mi è piaciuto e francamente non me l'aspettavo. Avevo una paura fottuta di deprimermi dopo la visione, invece è risultato persino un film curativo.

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  5. Io l'ho trovato molto sentito, pur non essendo un film perfetto.
    E allo stesso tempo, la Moore è stata molto più brava in altri film.
    Ma va bene così, dovesse anche vincere l'Oscar.

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    1. Direi che concordo su quasi tutto. Il 'sentito' lo si poteva far percepire maggiormente, per me.

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  6. Da recuperare, anche se temo di trovarmi davanti un "polpettone per l'oscar".

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    1. Avevo le tue stesse paure ma alla fine mi sono ricreduto. Nulla per cui strapparsi i capelli, ma rimane un film sobrio, valido e con una sua dignità.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U