domenica 1 marzo 2015

La guerra dei mondi [2005]


Un tempo, all'incirca durante le medie e il primo anno delle superiori, Steven Spielberg era il mio regista preferito. Adesso, invece? Sicuramente uno che alla settima arte ha saputo dare molto, soprattutto nel filone maistream, ma che negli ultimi tempi si è davvero rammollito. Ma rammollito tanto. E questo suo inflaccidirsi è iniziato esattamente dieci anni fa con questo War of the worlds, ennesima trasposizione cinematografica del romanzo di H.G. Wells (datato 1897 e dal quale Orson Welles creò quel sublime casotto radiofonico) dopo la versione classica in bianco e nero del 1953 realizzata da Byron Haskin, che io avevo atteso con ansia perché ancora memore del godibilissimo Minority report. Ricordo che già allora mi deluse e che non lo rividi mai più, anche se certe sequenze mi sono rimaste impresse. Oggi, una delle domeniche più improduttive della mia vita recente, ho avuto modo di rivederlo su RaiMovie e così ho approfittato per un rewatch che male non fa, magari proprio per poterci scrivere una recensione e poter motivare maggiormente perché come film non sia così riuscito. Perché magari, con dieci anni sulla groppa in più - Maronn' come passa il tempo - posso scorgere cose che prima non avevo visto e, spero, altri elementi che magari mi facciano valutare diversamente la pellicola.

Ray Ferrier è un operatore portuale, divorziato e con un difficile rapporto coi figli. Questi ultimi gli vengono affidati in custodia dalla moglie per il fine settimana e, a complicare una convivenza già burrascosa, interverranno dei feroci alieni che vogliono invadere la Terra...

Di una cosa sono assolutamente certo: Spielberg è un grande narratore. Uno di quelli che è diventato un big per dei motivi ben meritati e non per partitocrazie o favori politici, uno che in quello che fa ci mette passione, facendo vedere la cosa a ogni fotogramma - a prescindere dal risultato finale. Ne ho avuto un'eventuale conferma, casomai vi fossero ancora dei dubbi, nel rivedermi questo film. Delle sequenze splendidamente dirette che ti fanno sentire ansia e spavento persino se vedi il tutto sul piccolo schermo della tua tv, con le interruzioni pubblicitarie e il logo del canale in alto a destra. E sempre il rivedermi questo film mi ha riportato alla memoria due fatti della mia vita: il primo è stato quando, alle festa di compleanno di una mia amica, avevo creato un effetto matrioska con delle confezioni, portando un pacco regalo gigantesco che però conteneva una sorpresina piccina picciò, mentre l'altra è quando a una partita di calcio con degli amici ho fatto palo nonostante ci fosse stata la porta vuota. Il primo fatto mi è tornato alla memoria perché, per certi versi, questo film ne è la perfetta rappresentazione, poiché ha una confezione sontuosa (il senhor Spielbergo si affianca di tutti i suoi fidati collaboratori, da John Williams alle musiche, fino a Janusz Kaminski per la fotografia e Michael Kahn per il montaggio) che però è destinata a contenere il nulla. E dire che parte bene, stravolgendo il romanzo originario di Wells e facendone una storia magari dalle proporzioni molto più piccole ma, nonostante ciò, più umana. Perché fondamentalmente questo non è un film che parla di un'invasione aliena, è un film che vuole parlare di un padre che riesce a riallacciare il rapporto perduto coi figli. Gli alieni sono solo un contorno, un abbellimento, Spielberg avrebbe potuto raccontare di un padre che cerca di tenere unita la famiglia durante un maremoto e il fine sarebbe stato il medesimo. E la parte iniziale, infatti, con quelle sequenze distruttive e delle chicche di regia da manuale è oro che cola. Un qualcosa di frenetico e cinematograficamente bello, con magari qualche ingenuità, ma comunque estremamente funzionale al genere. E ripeto, anche se visto dal 'piccolo' di uno schermo televisivo e con mio padre nell'altra stanza che cantava cori di montagna, mi ha saputo trasmettere tutto quello che voleva. Ci sono poi anche delle scene molto potenti che ricordavo bene, come quella dell'aggressione della famigliola (in)felice alla macchina, con il dettaglio dell'uomo che spacca il vetro davanti fino a farsi sanguinate le mani per elemosinare un passaggio, e la memorabile sequenza al cardiopalma con Tim Robbins (Signore mio che attore sottovalutato!) nella cantina, forse il punto più nero del film e quello che gli fa raggiungere il vertice. Poi cosa succede? Succede che Spielberg è un americano e deve ricordarcelo, infarcendoci quella retorica che ama tanto e un certo americanismo che magari in un film della Marvel posso ignorare, ma in un film come questo non mi fa proprio chiudere un occhio. E dopo la sequenza con Tim Robbins infatti tutto decolla, tutto va a catafascio e ci regala una delle fini più pietose che io ricordi - se paragonata all'ottimo lavoro iniziale. E veniamo all'aneddoto del palo con la porta vuota, perché è quello che Spileberg fa, spostando l'attenzione dalla familgia di Tom Cruise (che poraccio, ce la mette proprio tutta) su un concetto della forza dell'umanità, fallendo clamorosamente. Perché più grande è il bersaglio, maggiore è la possibilità di sbagliare mira, ironicamente, e l'immergersi in questo mare di invincibilità credo sia la cosa più sbagliata in assoluto. perché abbiamo già la palle piene nel rendere conto a noi stessi delle cose, figuriamoci se poi ci facciamo portavoce dell'umanità stessa. E se poi lo si fa con una retorica e irritante voce fuori campo, allora siamo fuori alla frutta. E non ci sono alieni che tengano.

Le carte in regola per essere qualcosa di grandissimo c'erano tutte, invece è un film dal budget stratosferico che impallidisce davanti alla banalità dei suoi concetti.


Voto: 

4 commenti:

  1. orribile, e la maledetta bambina l'avrei polverizzata dopo due minuti.

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    1. Dai, per me sei troppo eccessiva. E la bambina... neanche tanto peggio di altre bambine portate sul grande schermo.

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  2. Spielberg e già mi blocco. Non ce la fo. È più forte di me.

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    1. Ecco cosa avevo dimenticato... dovevo citarti! XD

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U