lunedì 23 marzo 2015

Ray Donovan - stagione 2


Ammetto che quella degli attori è una mia grande pecca. Senza fare troppi giri di parole, diciamo che quella attoriale è la componente della settima arte che mi interessa meno. Con questo non voglio mancare di rispetto a tutti quelli che si fanno il proverbiale mazzo per poter impadronirsi dei segreti della recitazione e svolgere al meglio il loro lavoro (o a coloro che cercano di far diventare la recitazione un lavoro), questo è unicamente un limite mio. Vuoi perché ho fatto degli studi particolari in merito o, ammettiamolo, per un discreto e legittimo disinteresse, ho sempre messo la recitazione in secondo piano. Pur rispettandola, sia chiaro. Entrare nel mondo delle serie tv quindi per me è stato più che salutare perché, per via del fatto che molte da noi sono ancora inedite, sono costrette a vedermele sottotitolate. E se il doppiaggio in certi casi ci salva da delle performance davvero oscene (Megan Fox è resa sopportabile proprio dai doppiatori, sappiatelo) per altri versi ci limita. E nel vedere una serie come Ray Donovan vieni a scoprire che Liev Schreiber, che prima conoscevi come il fratello scemo dell'artigliato canadese nel film Wolverine, è in realtò un attore della madonna. Un attore che sa tenere sulle proprie spalle una serie non semplice come questa, personificando un personaggio pazzesco e destinato a entrare nell'immaginario comune. O se non altro, nel mio.

Tutto sembrava essersi risolto. ma per Ray e amici di merenda la tranquillità dura poco. L'FBI si è messa sulle tracce di Mickey e vuole tenerlo sotto controllo per mettere a tacere come è riuscito a salvarsi le penne. A lungo andare si riesce a trovare un accordo, ma in mezzo ci si metteranno mille e più rompiscatole, fra giornaliste ficcanaso e rapper violenti, a rompere le proverbiali uova nel paniere.

Si può ben dire che questa è una serie che lavora sulla creazione di scene iconiche, momenti che da soli sono la descrizione perfetta di quel personaggio. Mi riferisco a un paio di scene della prima stagione. La prima è al termine di uno dei primi episodi, dove vediamo Mickey entrare in un locale gay e mettersi a ballare con noncuranza in mezzo a tutti, il ritratto perfetto di un uomo al limite che si gode la libertà sempre con quella voglia - e irresponsabilità - di gareggiare in extremis con tutto e con tutti; la seconda vede invece Bunchy andarsene in giro con la bicicletta assurda che ha comprato, una scena così triste che mi ha perseguitato per un paio di giorni, ammetto. Creare scene simili, che son anche una telecamera fissa, come nel secondo caso, riescono a imprimersi così tanto, non è semplice, perché vanno raccordate con tutto il contesto. La prima stagione ce l'aveva fatto anche se pagava lo scotto di essere per l'appunto l'inizio di qualcosa, una serie che doveva mettere in scena tutti i personaggi e spiegare tutti le loro turbe. In questa seconda stagione invece tutto sembra sistemato, sappiamo bene chi sono Tizio e Caio e quindi la storia può decollare fin da subito. E ammetto che all'inizio l'ha fatto in una maniera che mi ha fatto storcere il naso, con quella dichiarazione di Ray che sembrava un po' come "Ma che minchia sta facendo?" Poi però per fortuna già il primo episodio, con una scena d'apertura che ci regala un Mick strafatto come poche altre volte, ingrana bene a quarta e parte in una maniera tutta sua, con un umorismo che, se possibile, è ancora più beffardo di quanto avevamo già visto. Il tema principale, o uno dei temi ricorrenti, rimane sempre legato a quello della famiglia (e qui riporto nuovamente la mia idea secondo cui il tutto andava intitolato come The Donovans) ma è visto attraverso una nuova chiave. Se nella prima ci mostravano un decostruzionismo della famiglia di successo americana, facendoci vedere come gli scheletri nell'armadio venivano sempre più fuori, adesso l'autrice Ann Biderman (che dovrei conoscerla per sapere se è possible che sia più uomo di me, perché da quello che scrive mi sembra proprio di sì) cerca di mostrarci come sopravvivere a quegli stessi scheletri, mentre il senso di responsabilità si fa sempre più pressante. Perché ammettere di avere un problema è solo un piccolo, iniziale passo, la sfida maggiore è sopravvivere a quello che senti di essere diventato. E cos'è Ray, alla fine? Forse lui non l'ha mai saputo veramente. Nessuno lo sa ed è il non saperlo che ci porta a fare le più grandi cazzate. Tutti pensano di sapere quello che vogliono e, come succede a tutti gli altri comprimari, è proprio questo che li porta nei guai, ad arrovellarsi in dilemmi che ovviamente li portano lontani da quello che è il loro obiettivo finale. Per certi versi questa è una serie che più della famiglia, se vogliamo dirla tutta, parla del potere della scelta, le stesse scelte che Ray deve fare in più punti per portare avanti la propria indagine e le stesse scelte che dovranno fare i vari protagonisti per portare avanti le loro vite. A questo poi si aggiungono diversi elementi che complica forse in maniera eccessiva una storia che sarebbe potuto essere molto più lineare di cosi, aggiungendoci dei personaggi che compaiono verso metà e finiscono per avere un peso fin troppo di spicco nella faccenda, ma tutto alla fine ha una risoluzione. C'è una sorta di happy end ma, ironicamente, non pesa per nulla, non svaluta tutto il bene che era stato fatto in precedenza con melensaggini e smarmellamenti dolciastri vari. Forse perché sono proprio le scelte che ci rendono quello che sono, le stesse scelte che in passato hanno scatenato quegli eventi che hanno permesso dimetterci nella situazione in cui siamo adesso. Ma fare delle scelte porta fatica, ogni scelta ha un peso e non tutti possono sopportarlo. Verso la fine avremo quindi personaggi che proprio in nome della loro scelta finiscono per sentirsi più liberi o schiavi dello stesso. E i finali felici non sono mai tutti uguali, per quanto dir si voglia. Possono esserci quelli assoluti o semplicemente quelli che più si meritano. 

Per me, una seconda stagione esplosiva e che mi fa attendere in maniera più che smaniosa per la terza. Perché questa disastrata famiglia ha un poco da insegnare a tutte.


Voto: 

6 commenti:

  1. Già mi attirava molto, dopo la tua recensione mi attira ancora di più! Appena finita la terza stagione di House of Cards mi dedicherò a questo recupero :)

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    1. Ecco, "House of card" è un'altra serie che mi ispira da matti ma che non sono ancora riuscito a vedere. Prima o poi dovrò spararmi pure quella!

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  2. Non la guardo e non riesco a guardarla, già due stagioni da recuperare per me che ne seguo troppe, son troppe. Magari questa estate faccio qualche taglio e me la recupero...

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    1. Parli con uno che è una vera talpa nel seguire le serie tv, se ne seguo due nello steso tempo vado in confusione XD solo che solitamente fra una stagione e l'altra faccio passare un po' di tempo, invece stavolta me le sono viste di fila. Evento!

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  3. Ray Donovan è un film in parti..ha scene che, condivido pienamente, sono un'immersione cerebrale, combinate perfettamente nel contesto, ferme, che ti porti dietro per giorni..
    Ann Biderman è bravissima ! (non seguo serie TV e non vedo la TV ma questa, scoperta per caso, mi ha ipnotizzato ed ho visto solo la prima serie)

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    1. E aspetta di andare avanti. Questa è sorprendente ;)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U