lunedì 16 novembre 2015

Take shelter


A venticinque anni ho scoperto di non essere in grado di odiare nessuno. Che quel termine, odio, era usato a sproposito, perché più che altro quello che tendo a provare per la gente è una strana forma di compassione - proprio perché quel termine, odio, a mio parere contiene dentro di sé una vaga e profonda forma di rispetto. E anche perché la vita, quella poca che a venticinque anni posso dire di aver fatto, mi ha portato a scoprire che dietro le azioni apparentemente folli o malvagie di qualcuno ci sono motivi che a me non è dato sapere e che, finché non ho un quadro chiaro della situazione, non posso anteporre giudizio. E' anche il motivo che mi ha portato a odiare un termine come 'americanata', da tutti ritenuto innocuo, ma che negli ultimi tempi mi sembra contenere un razzismo molto ipocrita, proprio perché accettato dalla comunità e quindi lasciato passare come nulla. Ma anche in quel termine, americanata, è contenuto un modo di vivere e un passato non indifferente. Io non penso che tutti gli americani siano dei beoti panzoni che bevono Coca Cola mentre guardano il baseball alla tv, però posso capire che la loto storia, come paese, li ha portati a crescere in un certo modo e a farsi certe idee e, soprattutto, delle paure. Ogni paese ha la sua, ma bisogna sempre scavare a fondo per capire il perché, fermarsi al solo giudizio è limitante.

Curtis LaForche è un buon padre di famiglia che conduce una vita come tante. La sua quotidiana e tranquilla routine però viene infranta quando inizia ad avere incubi e strane visioni, che sembrano preannunciare una tempesta imminente e pericolosissima...

Take shelter (ho impiegato eoni a trovarlo perché lo confondevo sempre con Helter skelter - proprio io che odio i Beatles) è, ironicamente, una totale americanata. Ma non nel senso che è zeppa di tamarreide, esplosioni e patriottismo, ma proprio perché si fa portavoce, attraverso la metafora del protagonista, di uno stato d'animo che ha accompagnato quello strambo paese per diverso tempo. Io ci ho soggiornato per tre settimane quando avevo diciannove anni, e sono state, sia nel bene che nel male, le tre settimane più curiose e assurde della mia vita, la prova di uno stato che ha un sacco di posti pieni di luci ma anche diverse ombre che, se guardate con un occhio disabituato, ti sembrano impossibili in un luogo che si proclama il più democratico del globo. Ora però pensiamo al tempo, non quello atmosferico, anche se è in tema col film, ma a quello cronologico, e vediamo come si ripete. L'America, così come ogni altro paese, ha sempre avuto le sue paure, solo che le ha allargate. Se inizialmente potevano essere interne, come le gang dei gangster e dei nuovi migranti, col tempo ha allungato l'occhio, fino a raggiungere Cuba, la Russia e, negli ultimi tempi, l'estremo oriente. Nella sua storia recente l'America è stata un gozzoviglio di paure e pare mentali, un groviglio di nevrosi. Proprio la stessa America che ha messo le mani in mezzo mondo, creando casini a non finire e gestendo gran parte delle guerre esistenti - cari Rammstein, una canzone come Amerika è stata quantomai necessaria - dopo quel famoso undici settembre ha scoperto di non essere inattaccabile, che pure Lei poteva avere paura e che potevano ferirla da un momento all'altro. A suo modo, questo film parla proprio di questo. Non ci offre un protagonista molto particolare, è un uomo come tanti che ha una famiglia come tanti, ma è particolare la deviazione che inizia ad avere la sua mente. Il regista e sceneggiatore Jeff Nichols, autore di una piccola perla come Mud, non vuole fare dell'assolutismo, non gli interessa, oltre che per questioni di budget, mettere in scena delle sequenze mirabolanti o di particolare effetto, perché avrebbero infranto l'intento poetico - anche se è la stessa cosa che in alcuni punti fa arrancare il ritmo. L'intento del cineasta è quello di accompagnarci nella follia di Curtis attraverso la quotidianità, attraverso il progredire delle sue paranoie e l'avanzare del tempo. Perché tutti i giorni sono diversi e nessuno è uguale all'altro, e Curtis lo impara alle spese della sua provata psiche. Un lavoro che forse a una prima occhiata non sembra dare molto, ma se lo si ascolta in lingua originale, con un attore come Michael Shannon che dà il meglio di sé dai tempi di My son, my son, what have ye done, si colgono tutte quelle sfumature che un doppiaggio troppo impostato purtroppo toglie, così come a una seconda visione i vari avvenimenti assumono una loro luce più fulgida e isolante. Non si può che rimanere colpiti dall'amore di una moglie simile (devota e con le fattezze di Jessica Chastain... la perfezione!), così come dalla sua scelta verso la fine, nel rifugio, dove tutto finalmente la verità verrà rivelata in tutta la sua interezza. Take shelter si gioca tutto in quegli ultimi venti minuti, davvero intensi e carichi di una claustrofobia anche quando si è all'aperto, che ti fanno sembrare l'ansia e la psicosi del protagonista come una cappa che ti avvolge interamente. Una cosa simile solo un gran bel film riesce a farle, e questo lo è appieno. Ma è anche una piccola e profonda riflessione sull'incomunicabilità (colpo di classe la figlia muta), sul non capire le paure degli altri e, soprattutto, le nostre. Perché forse le nostre azioni sono dettate da nevrosi e manie, oppure da premeditazioni o addirittura da anticipazioni. Il tempo, sempre quello cronologico, alla fine verrà a mettere la parola definitiva su tutto.

Forse, dato tutto il clamore che ci gravava intorno, ho iniziato la visione con un hype così esagerato che non è stata appagato del tutto, ma comunque un film davvero meritevole!


Voto: ★ ½

14 commenti:

  1. Hai ragione il modo migliore per vederlo è senza sapere nulla della trama, anche secondo me resta un film meritevole ;-) Cheers!

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    1. Decisamente meritevole, soprattutto per la coppia di attori eccelsi!

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  2. Alla buon ora hai visto sto film. Secondo me hai fatto male a vederlo così tardi perché se n'è parlato troppo, io lo vidi su consiglio dopo aver letto mezza recensione e ne rimasi entusiasta.

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    1. Eh, tempus fugit...
      Comunque l'importante è stato vederlo, mettiamola così ;)

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  3. Non condivido tutto quello che hai scritto al 100%, in particolare sul termine "americanata" non sarei stato così drastico, personalmente l'ho sempre utilizzato per definire un genere, in particolare associato al cinema action, quando esplosioni, sparatorie e morti avvengono violando qualsiasi legge della fisica e hanno come unico scopo quello di divertire lo spettatore. Si può decidere anche volontariamente di guardare un'americanata, proprio perché si sa cosa aspettarsi, associare quel termine a tutto il cinema americano, o ancora peggio, a tutta la popolazione è un pregiudizio e come tale va condannato. Il pezzo dei Rammstein è bello critico nei confronti degli Stati Uniti e l'ho sempre apprezzato e condiviso, ma lì già si sta andando a prendere in considerazione le posizioni politiche dello stato a stelle e strisce. Per quanto riguarda il film invece ho apprezzato il tuo discorso sulle paure dell'uomo, inoltre sono rimasto affascinato anche dalla tematica del presagio, se non ricordo male il protagonista guarda l'orizzonte e scorge un'aria di burrasca che gli fa pensare che il peggio stia per arrivare. Shannon è stato sublime in questo film, riesce a far trasparire tutta la follia di un uomo in balia del suo peggiore incubo. Inoltre sì, Jessica è la perfezione. Ah dimenticavo: la fotografia è pazzesca! :)

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    1. Il termine "americanata" è usato in maniera provocatoria. Volevo dire che è così intriso del 'sentirsi perseguitati' tipico dell'America post 11 settembre, sentimento più americano che mai, da un certo punto di vista. Forse ho fatto un'iperbole in cui mi sono perso io stesso XD
      Mah, per me è la Chastain che irradia tutto ;)

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  4. Concordo con Frank: io lo vidi ai tempi delle prime recensioni, e lo trovai pazzesco.
    Parte lentamente, ma conclude con uno degli epiloghi più clamorosi degli ultimi anni.

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    1. Il finale è stato un pugno nello stomaco clamoroso, in effetti

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  5. Bellissimo. Il finale è tale e quale a quello del capolavoro dei Coen A serious man ;)

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    1. Dipende... stessa scena finale ma con dei significati totalmente diversi.
      Grade film anche quello, comunque. Insieme a "L'uomo che non c'era" è il mio preferito dei Coen.

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    2. Il finale mantiene in entrambi i casi un significato catastrofico, ma è il contesto, secondo me, a renderli diversi.
      "L'uomo che non c'era" ha una fotografia che pare Quarto potere, e attendo con a sua il loro ultimo lavoro che c'ha un cast superstellare e un ambientazione che wow.

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    3. Non sono un loro fan sfegatato ma incuriosisce molto anche me :)

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  6. Non ho ancora visto il film. In effetti nel parlarne hai espresso meno entusiasmo rispetto a tantissimi altri. C'è gente in giro che quasi si strappa i capelli per questo Take Shelter.

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    1. Molto probabilmente sono io che non capisco (e quasi sicuramente è così), ma credo che il 'danno' maggiore l'abbia fatto l'hype eccessivo.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U