giovedì 25 febbraio 2016

Mon roi - il mio re


Credo che, mano a mano che cresci, diventa sempre più difficile mantenere un giusto controllo sulle proprie passioni. Coi vent'anni comincia quel graduale deterioramento cerebrale che non ti permette più di avere mille interessi come da adolescente. C'è il lavoro, ci sono gli impegni, la vita sociale, i vari imprevisti e, alla fine, se in un periodo leggevi e guardavi film a raffica, adesso queste cose le fai molto più moderatamente - pensate che è da molto che non leggo più un fumetto che sia uno, per mancanza di tempo e scrematura obbligatoria. E anche effettuare quelle poche cose diventa arduo perché, brutto dirlo, tra cellulari, chiamate e casini vari diventa difficile rimanere concentrati a lungo. Avrò mandato quella mail? Domani inizierò a quell'ora? Ma se la Crusca ha accettato petaloso, accetterà anche jeanjacquoso? E' per questo che alle volte ringrazio l'esistenza del cineforum della mia città, un posto dove tutto viene lasciato all'esterno e dove, benedetta sia la mancanza di campo, non puoi fare altro che tenere gli occhi sullo schermo, ben più di come puoi fare guardando un film a casa. E dato che con la mia città non ho un bellissimo rapporto - seriamente, quando alla fine de Il nastro bianco la voce narrante del protagonista dice di non aver fatto più ritorno al proprio paese natale, un poco mi ci rispecchio sempre - questa è sicuramente una nota positiva. Perché il cineforum alle volte sembra proprio essere l'unico metodo per poter vedere dei film che altrimenti mi sognerei solo dopo tre litri di camomilla, viste le logiche distributive. Non sapevo poi perché questo mi interessasse, a parte per il fatto che è francese, però era un'attrazione che avveniva così automaticamente che non ho saputo trattenermi non appena vista la locandina.

Marie-Antoinette, avvocatessa quarantenne e madre single, si rompe un ginocchio sciando. Durante il lungo periodo nella clinica di riabilitazione dove la metteranno avrà modo di pensare al suo tormentato rapporto con Georgio, il padre di suo figlio, e di tutti i turbolenti cambiamenti avvenuti durante la loro relazione.

I Rammstein in una canzone affermavano che "il sesso è una battaglia, l'amore è una guerra". Non so perché ma, di tutte le frasi dette sull'amore, questa è una di quelle più sintetiche e terra-terra che ho sentito ma, al contempo, una delle più efficaci e realistiche, per quella che può essere la mia esperienza sul campo. Un'altra frase, decisamente più poetica, ironicamente l'aveva detta Stephen King: "l'amore ha i denti, i denti mordono e i morsi lasciano sempre dei segni". E penso proprio che sia così. Amare ha un qualcosa legato al dolore perché, quando ami veramente una persona, lasci qualcosa di te, motivo per cui a molti amare veramente mette davvero paura e spesso si finisce per accontentarsi. Ti separi dalla tua stessa essenza e, alla fine, sei comunque destinato a perdere qualcosa, bene o male che la storia vada a finire. Credo anche che quando racconti una storia, qualunque sia il media che usi, involontariamente vai sempre a parlare dell'amore, senza contare che l'atto stesso del raccontare è una forma d'amore verso la forma artistica che stai servendo. Quindi, anche nel raccontare, lasci sempre qualcosa di te nella storia, finisci per separarti da un qualcosa di tuo, una tua esperienza che ti ha formato, e che va a rimpolpare il racconto che devi narrare. Non so quanto di suo la regista e sceneggiatrice Maïwenn (all'anagrafe, Maïwenn Le Besco, figlia dell'attrice Catherine Belkhodja e sorella di quattro attori) ha messo in questo film, e a essere del tutto onesti mi interessa anche poco. Mi interessa maggiormente analizzare la struttura, piena di diverse pecche, ma resa interessante dalla correlazione fra la rottura del ginocchio della protagonista e la progressiva rottura del suo rapporto con l'amato/odiato Georgio. E' una storia anche abbastanza ordinaria, non fosse che come esempio scelgono sempre tizi pieni di soldi - direttore di ristoranti lui, avvocatessa lei, mai che si scelga un camionista e una sarta, per dire - e che possono permettersi certi regimi di vita, ma quello che conta non sono tanto le evoluzioni narrative quanto quelle sentimentali, dei gesti e delle sensazioni. Ironicamente questa evoluzione si riscontra anche in quello che ho scritto nel primo paragrafo, nella difficoltà che si instaura fra due perone mano a mano che si approfondisce la conoscenza. "Quando diventi grande diventa tutto più complicato" dice la donna al figlio in una scena, ed è vero. Come nella canzone dei crucconi del metal, tutto inizia con una battaglia, la passione che si scatena dal primo incontro, fino a evolversi in una guerra. Una guerra che non esplode mai, sempre trattenuta, merito e al contempo demerito del film, perché pur non facendo sensazionalismi gratuiti non riesce a rendere appieno col solo ausilio delle immagini quello che è lo stato dei due personaggi. E' un film di attori, più che di regia, e la coppia sullo schermo se la cava alla grande (non a caso lei è stata premiata a Cannes per la sua performance), ma è proprio la scrittura - insieme ad alcuni dialoghi davvero poco credibili - che latita parecchio. Non ho mai avvertito un vero e proprio coinvolgimento e, quando avveniva, c'è stato solo a sprazzi, per quanto il discorso abbia una sua precisa linearità che si avverte col finale, anche se di molte scene che inficiano parecchio sul ritmo generale se ne poteva far benissimo a meno. E' un percorso abbastanza tortuoso con diverse magagne, come tutti i percorsi che si devono fare in due. La scena prima dei titoli di coda mi ha lasciato questo: un non-finale, perché le vere storie d'amore per certi versi non finiscono mai. Resta sempre il ricordo di quello che abbiamo attraversato con una certa persona, oltre alla sensazione di quella parte di noi che abbiamo lasciato in essa. Maïwenn magari non ci avrà mostrato l'amore nella sua essenza più pura, cosa in cui gente sicuramente molto più capace di lei ha tentato con esiti spesso riduttivi, ma ha avuto il coraggio di mostrarci, pur coi suoi limiti, la sua evoluzione terrena. Anche questo, nel suo piccolo, non è proprio una cosa da poco.

Comunque, cineforum o meno, vedere questo film vicino a due cinquantenni che continuavano a fare commenti estasiati su quanto è figo Cassel è stato abbastanza disturbante.


Voto: 

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