mercoledì 6 aprile 2016

Hans


Se mi parlate della gioventù americana, non so perché, mi immagino questi ragazzetti obesi che, armati di popcorn sottobraccio, corrono al cinema a vedere un film dell'amata madrepatria; se mi parlate dei mocciosi giapponesi (no, non i jappofili, ma i giapponesi veri e propri) mi viene da pensare a questo bamboccio giallognolo in bermuda e con gli occhialoni che, nel ritornare a casa, si ferma in un tabacchino a comprare un manga. Se penso alla gioventù italiana, invece, posso ben vedere tutti i giorni dei ragazzi, anche miei coetanei, che vanno a vedere film americani e si spippettano sui manga. Purtroppo è implicito nel nostro DNA, è dai tempi di Alberto Sordi che siamo esterofili in una maniera assurda, tanto che nel corso degli anni si è arrivati a un rigetto naturale di tutto quello che è italiano. Specie nel cinema - il fumetto si difende anche abbastanza bene, la letteratura mantiene un certo snobismo. Certo, il cinema italiano non ha fatto molto per far parlare di sé ed è comprovato che chi va a vedere i cinepanettoni (che per me non sono peggio di uno Scary Movie o di un American pie qualsiasi) solitamente non vede più di tre o quattro pellicole all'anno. Ultimamente sembra esserci una certa scossa nel panorama nazionale, però a dire il vero una certa varietà c'è stata.Il cinema di genere è quasi morto ma ci sono sempre stati due o tre titoli che hanno saputo difendersi o tentare di elevarsi dalla media mediocrità, spesso non con gli esiti desiderati, ma sono tentativi che si apprezzano sempre.

Hans Schabe è un giovane uomo la cui mente sta cominciando a giocare dei brutti scherzi. Non riuscendo più a capire cosa è vero e cosa è immaginario, finirà inghiottito in uno strano vortice...

Per parlare di un film come Hans bisogna in qualche modo parlare anche del suo regista-sceneggiatore-produttore-fotografo-montatore Louis Nero, nome d'arte del torinese Luigi Bianconi, un po' la pecora nera del cinema italiano - tanto pecora nera che dal 2004 è un membro permanente della giuria dei David di Donatello. Questo Robert Rodriguez degli intellettuali nostrani è amato e al contempo detestato aspramente dalla nicchia cinefila dello stivale, che si divide fra coloro che lo considerano un puro genio che non è mai sceso a compromessi, un cineasta coraggioso animato da una sincera passione, e coloro che, molto banalmente, lo definiscono semplicemente uno furbo che sa vendersi bene e che ha avuto una rinomata botta di culo. Io lui lo conoscevo solo per questa sua fama, ma non avevo mai visto un suo film. Ho dovuto aspettare di vedere questo Hans per iniziare a farmi un'idea e, come al solito, sto nell'ideale mezzo - forse perché il vero furbo della situazione sono io. Si tratta di un cinema che molto deve all'espressionismo, virato a una luce più moderna e, diciamolo senza vergognarci, casereccia. Manca il budget, gli attori il più delle volte sono quello che sono e i mezzi abbastanza limitati creano diversi problemi nella regia e nel montaggio, pur sapendo far ottenere al nostro delle soluzioni visive interessanti, ma spesso un suono in presa diretta che lascia a desiderare e una fotografia che ha fatto dell'arte dell'arrangiarsi una vera e propria necessità creano delle situazioni su cui anche l'occhio più inesperto non riesce a sorvolare. Ironicamente, tutto questo accade in un film che punta soprattutto sull'aspetto visivo, sul distorcimento della realtà e su una serie di sequenze oniriche messe una di fianco all'altra, accompagnando il protagonista verso il baratro di follia che lo attende. Nero/Bianconi è sempre sul filo del rasoio fra l'esercizio di stile e il puro onanismo, ma riesce comunque a regalare delle immagini molto evocative che, nonostante l'estrema limitatezza di mezzi, sanno davvero tenere incollati allo schermo, accompagnandoci in un viaggio che forse da soli non avremmo mai fatto ma che, mano a mano che la visione prosegue, non fa rimpiangere la partenza. La scena nello studio dove Hans lavora, quella nella discarica... tutti momenti che con i mezzi adeguati sarebbero potuti diventare magnifici - improvvisamente, i dolly de La grande bellezza mi sono passati in secondo piano - ma che, resi così, in quella maniera spoglia e insufficiente, sono riusciti a essere ugualmente molto belli ed evocativi. E il tutto va benissimo, del resto il cinema deve raccontare con le immagini e qui lo fa benissimo, anzi, non è un caso che i momenti meno riusciti siano proprio quelli dove i personaggi parlano. Forse questo Nero sarà anche uno molto furbo che ha avuto la proverbiale botta di fortuna, come dicono certi, ma riuscire a lasciare queste sensazioni con così poco materiale a disposizione non è da tutti, quindi è facile intuire che sotto ci sia anche molto potenziale e, soprattutto, una capacità non indifferente nel farlo fluire liberamente, fregandosene di quello che è il moderno mercato e facendo delle opere personalissime che non guardano alle necessità di nessuno, se non alle proprie. Che non sia per tutti, soprattutto per un 'giovane' come me abituato al doppiaggio, ai grandi budget e a certe regie molto patinate (dannati coreani), è innegabile, ma sono comunque degli sforzi che in un panorama come quello italiano, si fanno sempre apprezzare con estremo gaudio. Anche se come questo Hans, folli in maniera assurda ma, proprio per questo, così affascinanti e visionari.

Si dice che il cinema italiano oggi stia avendo una seconda giovinezza. Per me l'ha sempre avuta, siamo noi che siamo troppi pigri per cercare.


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