mercoledì 11 maggio 2016

Listen up Philip


Cosa vuol dire essere degli appassionati (nel nostro caso, di cinema)? Vuol dire spararsi dei pipponi allucinanti, i famigerati film cecoslovacchi sottotitolati in tedesco? Vuol dire guardare solo le cose che vanno di moda o solo i film che non hanno effetti speciali, a patto che il film in questione non sia Melancholia? Io credo che l'essere appassionati di qualunque cosa voglia dire apprezzare il media nella sua totalità, perché la qualità è onnipresente in tutto. Anche nel mero divertimento. Non ho mai nascosto di apprezzate anche il cinema più disimpegnato, così come non mi sono mai vergognato di ammettere la mia passione per i cinefumetti o nel dire che per me anche Spider-man 2, a suo modo, sa essere profondo. Sul mio strano rapporto con Snyder, invece, stendo un velo pietoso. Essere appassionati per me è non avere pregiudizi su nulla e riconoscere le cose a trecentosessanta gradi, ma vuol dire anche essere disposti a cercare qualcosa di inedito per ampliare i propri orizzonti. E' per questo che ogni tanto vedo cosa ha da offrire il mondo di internet, quali pellicole da noi ancora inedite ci sono che possono stuzzicarmi la curiosità. A questo giro è toccato a Listen up Philip, che sembrava essere la tipica commedia agrodolce da Sundance - o che cerca di emulare Woody Allen - di cui ogni tanto necessito, quelle in grado di farmi riflettere però con una certa malizia pessimistica di sottofondo.

Philip sta per dare alle stampe il suo secondo romanzo, cosa che si rivela fatale per le sue fobie e il suo smisurato ego. La sua vita sociale e sentimentale ne risente pesantemente, ma la vera svolta avverrà quando incontrerà Ike Zimmerman, romanziere ritiratosi dalle scene da parecchio tempo...

E' giusto classificare Listen up Philip come una commedia? A parte che ho sempre pensato che le classificazioni sono inutili, perché le cose belle lo sono a prescindere dal genere di appartenenza, diciamo che in un paio di punti ci sono delle battute niente male che fanno sorridere, ma non si ghigna mai in maniera esagerata. Pur essendo stata prodotta in America, siamo dalle parti dello humour inglese, quello che non ti fa sbellicare ma sorridere sotto i baffi - se siete glabri, allora siete nei guai - e che con questo tono apparentemente leggero vuole mettere in scena situazioni molto più tragiche e complesse di come appaiono a prima vista. Il film quindi è un misto, dato che molte sequenze sono smaccatamente tristi e non fanno nulla per nascondere la loro natura deprimente, ma il più delle volte cerca di mantenersi di questa linea di confine non ben definita che gli impone diversi limiti ma anche altrettanti pregi. Tutte cose fornite dalla strana zoologia di personaggi che si aggirano fra gli intrecci della trama, tutte delle persone odiosissime e che alla fine lasciano, più che con un senso di antipatia, con un senso di pena. L'opera di Alex Ross Perry, regista dalle sue parti abbastanza osannato ma da noi sconosciuto su tutta la linea (basti pensare che questo film ha fatto gridare al miracolo alcuni critici ma da noi, a distanza di due anni dalla sua distribuzione in madrepatria, non è ancora arrivato) cerca di esplorare la loro psiche in una maniera mai troppo morbosa od opprimente, cercando di traslare la narrativa letteraria alla quale si rifà con un abbondante uso di voice-over e macchina da presa a mano estremamente tremolante. E' una storia sulla capacità narrativa in contrasto con l'incapacità di comunicare col mondo esterno, patologia che caratterizza il Philip del titolo, un uomo apparentemente realizzato ma che dietro il suo fallace successo nasconde una rabbia mai del tutto espressa se non attraverso un ego a dir poco mostruoso. Per lui comunicare è difficile, riesce a farlo solo coi suoi lettori attraverso la scrittura, e questo lo si vede in una vita sociale che va a scombinarsi. Molto bella per questo anche il rapporto che si viene a creare con Ike Zimmerman, figura di riferimento per Philip e che, come farà presagire il finale, altro non è che una visione di lui da vecchio se continuerà per quella strada, dando alla pellicola una circolarità di infinita tristezza e rassegnazione. Tutte cose che rendono il film interessante e mai scontato ma che, al contempo, lo fiaccano abbastanza. Il voice-over funziona, dà un ritmo che in altre mani sarebbe potuto apparire veramente didascalico (senza contare che il cinema deve raccontare perlopiù con le immagini, non con le parole), ma non sempre la telecamera dà i risultati sperati, dato che in alcuni punti il buon Perry canna delle tempistiche fondamentali e crea un paio di attimi abbastanza confusionari. Si dilunga notevolmente nella parte centrale e, se per certi versi in quel caso far vedere Philip solo come un personaggio menzionato dai comprimari si rivela una scelta azzeccata, in altri crea delle lungaggini non sempre necessarie, specie nello spezzone sulla sua ex - ma lì la fa da padrona la mia amata Elizabeth Mossquindi a me che sono 'sentimentalmente coinvolto' la cosa ha pesato fino a una certa. Si arriva alla fine però senza essere fiaccati da questi cambi di soggettiva o da quell'umorismo sempre sottinteso e mai esplicito, anche se il ritratto che ne viene fuori è abbastanza desolante. Nessun personaggio è positivo, come ho già scritto, ma non perché siano di natura malvagi. Da come ho interpretato io il film, nessuna persona è realmente cattiva, ma è solo il frutto delle proprie fobie e del proprio disagio. E quando questi disagi si fanno troppi, allora si rischia di diventare proprio come Philip. Uno che forse non ha ascoltato troppo non solo gli altri, ma soprattutto se stesso.

Non condivido il parere entusiastico di molti, ma ho trovato il film ugualmente bello e meritevole. Con quella malinconia di base che forse, credo, sia un collante della vita di ognuno.


Voto: 

Nessun commento:

Posta un commento

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U