lunedì 23 maggio 2016

Racconto di primavera


Cambiano le stagioni, gli umori e i passatempi, ma certe abitudini non cambiano mai. Ovvero quella di non sapere che cavolo fare la sera e che film guardarsi, dato che ultimamente sembra essere finito il periodo in cui in tv davano continuamente qualcosa di interessante. E si ritorna così alle visioni dettate dalla biblioteca, a quel "famose 'na cultura che in realtà sono ignorante come una capra", a quei recuperi dei grandi maestri di cui in realtà non ho mai visto una pellicola. Ma soprattutto, a cercare dei film che possano andare bene anche per mia madre, santa donna che mi sopporta e tutto quanto ma che ha dei gusti cinematografici decisamente lontani dalle mie corde. e seriamente, trent'anni di differenza possono essere traumatici in cose semplici come gusti sui film, specie se abbiamo due percorsi di vita così diversi e diverse necessità mentali. Questo sembrava un compromesso accettabile per entrambi, da una parte mi permette di iniziare con un autore di certo celebrato e conosciuto ma di cui però non avevo visto un film che sia uno, dall'altro quella visione del mondo femminile che può soddisfare e tranquillizzare madre. Poi è un film francese e, non so perché, con le persone a cui propongo film solitamente le pellicole d'oltralpe mettono sempre d'accordo tutti.

Jeanne è un'insegnante di filosofia che, durante una festa, conosce la giovane Natacha, che la invita a dormire a casa di suo padre. Il piano della giovane è quello di lanciare la professorina fra le braccia del genitore, dato che mal sopporta la di lui fidanzata, iniziando così un sottile gioco di dialoghi ed amicizie...

Conte de printemps apre quella raccolta di titoli cinematografici che sarà ricordata come i Racconti delle quattro stagioni, pratica che al regista Eric Rohmer (nome d'arte di Jean Marie Maurice Schérer, morto a inizio 2010) non era del tutto nuova, dato che la maggior parte delle sue opere sono racchiuse in degli ideali cicli narrativi - prima di questo c'erano stati i Sei racconti morali e Commedie e proverbi, in mezzo ai quali aveva lavorato a La marchesa von... e Perceval le gallois. Quello che apre il suo ultimo ciclo narrativo si tratta di un film generazionale, dove viene messa in discussione la vita attraverso gli occhi dei protagonisti, tutti facenti parte di fasce d'età molto diverse. C'è Jeanne, donna giovane ma non troppo (a proposito, l'attrice nella vita di tutti i giorni è veramente un'insegnante di filosofia) che si trova in quel periodo dell'esistenza dove tutto il romanticismo viene visto in maniera molto più smaliziata, non cinica, ma forse più abituato alle delusioni e ad accettare gli inevitabili compromessi dell'esistenza. A lei si contrappone Natacha, poco più che una ragazzina (non so, io mi sono innamorato dell'attrice, anche se il personaggio è insopportabile) che, essendo all'alba della vita, ha inevitabilmente un modo più sentito ed estremo di vedere le cose. E' bello, e anche piuttosto surreale, il rapporto che si crea fra le due, proprio per questo modo di vedere le cose agli opposti che fanno vedere quello che è la naturale evoluzione del pensiero. E' un film che giustamente pone poche risposte e ci affianca diversi interrogativi, mai estremi o totalizzanti, ma inevitabili durante il processo di crescita di ognuno. Rohmer, da quel che ho letto, è molto famoso per la filosofia insita nei suoi film, e difatti anche qui ne approfitta, proprio grazie al lavoro della protagonista, per sviluppare dei dialoghi che su questa filosofia fanno perno, senza però diventare mai troppo pesanti o incomprensibili - non rischia di diventare Innocence, insomma. Si può correre il rischio di girare a vuoto, ma si ovvia la cosa restando sempre piuttosto bassi e toccando situazioni e particolarità che anche le persone più terra terra come il sottoscritto possono comprendere o affrontare. E' un film tutto giocato sui dialoghi e le interazioni dei personaggi, croce e delizia dell'insieme, perché se è proprio questo che da una parte lo rende così delicato e affascinante, dall'altra gli impedisce di avere una trama vera e propria in grado di evolvere (non che ce ne sia un reale bisogno, in realtà) e la regia di certo non molto virtuosa non aiuta al ritmo generale, ergo chi ha la palpebra debole deve ripiegare su altro. Possiamo dire che succede tutto e al contempo non succede nulla, perché si basa proprio sul vivere quotidiano e sulle domande che da esso scaturiscono. Io ho finitola visione abbastanza confuso, rendendomi conto che forse è vero che tutto cambia in base al periodo in cui lo viviamo e che crescendo è innegabile vedere le cose in maniera decisamente più smaliziata; da un'altra parte però non ho potuto che subire la fascinazione del mondo femminile, della vita e degli affetti, raccontata secondo gli occhi di un uomo, una contraddizione in termini ma che proprio per questo mi cattura ogni volta. E mi è piaciuto che nello strano gioco che si instaura fra le due, sia proprio l'uomo il primo a cadere, mentre è alla donna che spetta di mantenere salda la propria difensiva identità. E non è un caso se il film si conclude con una donna che mette in ordina una casa lasciata in disordine da un uomo, come a prendere la propria vita in mano e a dargli un equilibrio. Forse crescere vuol dire proprio quello.

Particolare ma al contempo ordinario. Non so se è il film giusto per iniziare a spulciare la filmografia di un regista simile.


Voto: 

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