martedì 14 giugno 2016

Mistress America


Ho scoperto che nei miei ultimi due innamoramenti cinefili si nascondono anche delle scrittrici. Se proprio devo stilare una lista delle interpreti che ultimamente mi hanno conquistato maggiormente, al primo posto metterei di certo Zoe Kazan, che guarda caso è la penna che si nasconde dietro quel gioiellino che è Ruby Sparks, cosa che da sola basterebbe a farla diventare bellissima. L'altra è Greta Gerwig, che non ho visto in molti film (oddio, se è per questo manco la Kazan, a dire il vero), ma è una tizia non bellissima che però nasconde uno strano fascino, un po' come la ragazza fuori come un balcone ma di cui tutti ci siamo innamorati almeno una volta nella vita. La Gerwig, stando a quel poco gossip su cui mi informo, è la compagna del regista Noah Baumbach, col quale è esplosa grazie al piccolo cult moderno Frances Ha. Sarà per sensibilità diversa, ma per me lei vola mooooolto meno alto della Kazan, in quanto a penna, però ha una natura mattatrice che fa venire voglia di non perdersi manco un film che fa. Forse è per questo che finora ne ho visti solo un paio (oltre all'altro di Baumbauch, in The house of Devil e To Rome with love), però sapere che era uscita con questa pellicola mi ha fatto smuovere.

Tracy ha appena iniziato a frequentare il collage, ma non riesce a inserirsi. Viene addirittura esclusa brutalmente da un club di letteratura a cui teneva molto. Su consiglio della madre, va a conoscere quella che sarà la sua futura sorellastra (i rispettivi genitori si sono conosciuti su internet), Brooke, una trentenne molto strampalata che la coinvolgerà nei suoi folli progetti...

Credo di avere dei seri problemi col cinema di Noah Baunbach. Lo noto per via del parere generalmente entusiasta che tutti i colleghi blogger (ma anche la critica in generale, spulciando varie recensioni su internet) hanno verso i suoi lavori, mentre a me le sue pellicole continuano a rimanermi indifferenti. E lo so che non bisogna essere troppo soggiogati dall'opinione altrui, ma quando questa viene da persone che stimi e che segui con un certo accanimento perché adori quello che scrivono e come esternano i loro pensieri, allora ti viene da fare due più due. Che nella mia testa fa ancora cinque, quindi forse non c'è da stupirsi che non riesco ad apprezzare opere che, nella loro semplicità. rimangono comunque troppo sottilmente complesse per una mente primitiva come la mia. Però anche stavolta ho finito la visione con un semplice "E quindi?", alla pari di quando ho terminato le (dis)avventure (non più) giovanili della Halloway. E sempre di disavventure e di crescita parla questo Mistress America, perché quello del crescere sembra un tema che sta molto a cuore sia alla Gerwig che, inevitabilmente, a Baumbach, il quale ha improntato gran parte della carriera su tutto ciò. Quest'ultimo film si rivela anche il più debitore nel confronti di Woody Allen, sicuramente ispiratore del regista, per via del dichiarato amore verso New York, città che viene idolatrata in quasi ogni angolatura e ripresa. Di Allen invece mancano l'arguzia e il cinismo che però, ironicamente, finiscono per essere le cose meno importanti. Quella è una caratteristica di Woody, Baumbach ha le sue. Caratteristiche che su di me non sembrano attecchire. Nulla da dire sul lato tecnico, lì tutto gli riesce molto bene, tanto che a questo giro mi sono fatto subito catturare dall'ambientazione quasi fiabesca della vicenda e dall'essere estraniata della protagonista. Ma andando avanti ci sono tante cose che alla fine finiscono per rimanermi estranee non tanto per quello che viene messo in scena, quanto per la scrittura complessiva del tutto. Ci sono sempre un sacco di situazioni che non riesco a sentire mie (e qui forse i limiti, oltre che degli autori, sono soprattutto miei) e che non riescono a farmi andare al di là di quello che meramente viene messo sullo schermo. Di Frances non riuscivo a far passare come credibile quel suo sentirsi irrisolta mentre barboneggiava da un tetto all'altro ma intanto aveva sempre l'ultimo modello di Iphone, qui invece si ha un rapporto molto ambivalente di Brooke. Da una parte si apprezza questo suo deragliare, si apprezza il suo essere borderline e quell'esuberanza che in realtà nasconde tutte le insicurezze di una vita che non riesce a tenere sotto controllo, quel suo diventare adulta ancora incasellato in una mente bambina, ma è proprio il contesto in cui tutto questo accade che fa perdere la credibilità maggiore all'intero progetto. Una trama esile che però arriva a ponderare su conclusioni non tanto semplici, quanto abbastanza insapori. Io sono certo che non serva un tema complesso per rendere una storia memorabile, quanto il saper raccontare tutto in una maniera che ti entri sottopelle, mentre a me coi film di Baumbach viene sempre da chiedermi cosa posso imparare dai suoi personaggi. Che sono sì fallibili, spesso nel torto e non sempre condivisibili, ma anziché portare a un discorso specifico mi fanno domandare cosa diamine posso imparare da loro - senza contare che in più punti Brooke mi sembra una semplice 'stronza viziata'. Tutto questo per un film che, nonostante tutto, ha dentro di sé una scintilla che te lo fa guardare fino alla fine, nella speranza che una certa aspettativa che è in grado di mantenere arrivi a sfociare nella piena soddisfazione. Per me, purtroppo, non è così. A parte per la Gerwig, lei vale tutto in film in senso assoluto.

Da apprezzare soprattutto per le due meraviglie femminili protagoniste. Anche Lola Kirke ha un fascino particolare. Mi viene da chiedere se anche lei diverrà sceneggiatrice...


Voto: ★ ½

2 commenti:

  1. Ma ultimamente cosa stai guardando?? Non conosco nulla!!

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    1. Strano :/ dei film di questo regista ne hanno parlato in diversi

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U