martedì 19 luglio 2016

The invitation


Che il mondo del cinema sia un ambiente molto impietoso è risaputo, perché arrivare a dirigere la prima pellicola spesso non è un fine, ma un inizio. Il che dovrebbe esserlo a prescindere in ogni disciplina, perché il senso di praticare un'arte è quella di migliorarsi continuamente esercitandola e solcando lidi prima sconosciutima in questo caso assume un senso particolare perché ci sono delle leggi di mercato piuttosto impietose che castrano la vera creatività e impediscono ai registi di fare quello che vorrebbero realmente, spesso interferendo pure sulle tecniche di riprese - motivo per cui Edgar Wright aveva abbandonato le riprese del film di Ant-man dopo anni di sviluppo. Non c'è da stupirsi quindi se si è sviluppata la categoria dei 'mestieranti', ovvero quelli che fanno film su commissione in barba a quelle che possono essere le varie esigenze artistiche, o che da un giorno all'altro chi prima aveva fatto solo scemenze ci riservi una sorpresa inaspettata. E' quello che è successo a me con questo film, pellicola della quale in realtà mi era venuta a interessare perché diversi ne parlavano nell'etere da un po', che ha finito per intrigarmi molto e, in ultima analisi, lasciandomi parecchie sorprese quando sono andato a informarmi sui realizzatori.

Will non ha mai superato la perdita dell'amato figlioletto, cosa che lo ha portato a separarsi dalla moglie Eden. Un giorno però è proprio lei, insieme al nuovo compagno, a invitarlo a una strana festa in quella che era la loro vecchia casa. Una festa che non è proprio quello che sembra...

Karyn Kusama era un nome che non mi diceva nulla, anche se (purtroppo per me) ho visto quasi tutti i suoi film. Film che,.. beh, diciamo che Aeon Flux e Jennifer's body non sono state proprio delle visioni folgoranti, tanto che se avessi saputo fin da prima che l'occhio che stava dietro a quei capolavori del trash era lo stesso di questa chiacchierata (e da noi ancora inedita) pellicola, mi ci sarei approcciato con molta meno curiosità. O peggio, non avrei manco iniziato a guardarla. E avrei fatto un grande errore, perché The invitation non fa gridare al miracolo, non stravolge nessuna regola narrativa e ha un colpo di scena un poco telefonato, però si tratta di una visione onesta, ben scritta e diretta in maniera precisa e puntigliosa. E anche con un'insolita dose di cattiveria, come ci fa intendere lo stupendo prologo, che ci regala una scena disturbante in grado di lasciare un vago senso di disagio che non ci lascerà fino all'esplodere del contenuto delirio finale - nessuno spoiler, è telefonata e narrativamente ovvia come cosa. La Kusama riunisce così il duo di sceneggiatori della supereroina interpretata dalla Theron (del film non ricordo quasi nulla e non ho intenzione di rivederlo volontariamente per recensirlo, ma vi consiglio di reperirvi la serie animata), Phil Hay e Matt Manfredi, per realizzare un'opera che parla del dolore e del modo di affrontarlo, così come delle derive insane e delle scelte che la sofferenza può far prendere. Lo fa concedendosi i suoi tempi e suggerendo diverse cose, usando gran parte del minutaggio iniziale per presentarci il protagonista attraverso i dialoghi scambiati con i vari comprimari e creando l'atmosfera generale in grado di far arrivare fino alla fine con una discreta ansia. Lo script si dimostra quindi consapevole e ben sfaccettato, suggerisce senza esplicitare nulla, creando un canovaccio narrativo decisamente in grado di coinvolgere pur battendo su strade ovvie e già solcate da molti in precedenza, dimostrando che fra semplicità e banalità c'è una bella differenza. La Kusama accompagna tutto con uno stile rigoroso e asciutto, si concede pochissima colonna sonora e gioca sull'intervallarsi delle note e degli effetti sonori, lasciando tutta la potenza alle immagini e alla fotografia, senza cadere nel patinato ma creando un'atmosfera di classe che si sposa perfettamente con l'intelligenza di scrittura. Anzi, sono proprio le immagini a raccontare gran parte delle cose, cosa che più cinematografica di così non si può, e sempre loro insieme alle variazioni cromatiche della fotografia ci accompagnano nel delirio di Will. Tutto ovviamente scema un poco quando il mistero viene risolto, cosa che si conclude forse un po' troppo frettolosamente e con delle soluzioni narrative non sempre efficacissime, senza contate che non tutti i comprimari si attaccano al tema principale (anzi, poco prima dell'esplosione del climax si ripete un aneddoto precedentemente citato ma che nel contesto non ha senso) lasciando quindi i personaggi che chiudono la storia senza un senso vero e proprio, senza contare che il tema principe non trova soluzione alcuna. Ma Kusama & Co. concludono tutto regalandoci un'immagine finale che è un vero e proprio pugno nello stomaco, ciliegina sulla torta per un film che non chiede nulla ma che è in grado di regalare una sana tensione come non mi capitava di vederne da un bel po'. Nulla di eccessivamente raffinato o autoriale, ma qualcosa che sono contento di aver visto. Certo però, a pensare a quello che aveva fatto prima questa regista...

Comunque, menzione speciale all'attore protagonista, candidato ufficialmente come sosia secco di Tom Hardy. Fortuna che all'inizio investe un coyote e non uno scoiattolo.


Voto: 

10 commenti:

  1. Nella mia lista di cose da vedere, dovrò darmi una mossa ;-) Cheers

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    1. Tranquillo, non si ha mai finito di vedere cose. Pure io devo muovere le chiappette.

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  2. Pensa che a me era piaciuto molto anche Jennifer's Body. Comunque questo è tutto su un altro livello, pare quasi diretto dalla Coppola. Non innovativo ma comunque bellissimo :)

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    1. Solitamente JR piace per le quote rosa, sei la prima fimmina che lo apprezza ^^'ricordo poi che lo avevi recensito (convincendomi a guardarlo) proprio tu :)

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  3. Quello che mi è piaciuto di più? gli ultimi 15 minuti e il finale incredibile perché prima stavo quasi seriamente per addormentarmi e stufarmi, e quindi discretamente salvabile alla fine ;)

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    1. E dire che a me non ha stufato manco l'inizio. Anzi, molto funzionale.

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  4. A me, veramente, è piaciuto più l'inizio lento di quella fine frettolosa.
    Con attori di spessore, comunque, poteva essere meglio ancora.
    Loro, troppo belli, con facce troppo televisive, fanno il minimo indispensabile, ma è abbastanza. Il falso-sosia di Hardy, lì, lo ricordo in The OC. Era il cattivissimo fratello di Ryan (pezzi di infanzia, sigh!)

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    1. Pure io ho preferito l'inizio, in realtà. L'immagine finale però è shockante.
      Sai che OC non lo ho mai visto? Giusto due episodi ma non fa per me.

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