domenica 31 luglio 2016

Tom à la ferme


Potrei fare questo bel paragrafetto iniziale decantando le lodi del buon Xavier Dolan, su quanto sia bravo e giovane e bello, su come la sua sia una poetica particolarissima ed esplosiva... ma non lo farò, per il semplice fatto che oramai lo hanno fatto praticamente tutti e mi sembrerebbe unicamente di ripetere un discorso già fatto in precedenza. Anche perché io di questo Dolan, pur seguendolo su Instagram, vado matto fino a una certa, non ho ancora visto tutti i suoi film e parte di questi trovo che siano leggermente dosati da una certa ingenuità giovanile. Ingenuità legittima, dato che ha esordito a diciannove anni, quando io stavo ancora a guardare i cartoni animati (in realtà li guardo tuttora...), e quello a cui stiamo assistendo è un ideale percorso evolutivo. Ma un percorso bellissimo, omogeneo e coerente coi propri intenti autoriali, cosa molto rara in un ragazzo così giovane che, per quanto possa migliorarsi, ormai è innegabile che abbia un talento proprio e unico. E va bene che è un 'figlio di', ma questo non può minimamente inficiare le sue qualità.

Tom si reca nel paesino di campagna per partecipare al funerale dell'amato Guillaume, morto in circostanze misteriose. Arrivato lì scoprirà che nessuno era a conoscenza dell'omosessualità del ragazzo, a parte sue fratello, che con metodi piuttosto violenti gli impone il silenzio sulla questione...

Ironia della sorte, dopo anni di assenza il film arriva in sala doppiato, ma io ho avuto modo di vederlo in questo periodo in lingua originale. E che dire, è stata una visione davvero coinvolgente. Finora, fra quelli che ho visto del giovane canadese - quelli che trovate recensiti, proprio in ordine di visione - è stato quello che ho trovato più coinvolgente. Il che a livello obiettivo non vuol dire che è quello migliore, ma quello che soggettivamente mi ha preso di più. Si riduce tutto a una questione di de gustibus, giusto per dire che nella particolare produzione dell'enfant prodige questa è stata la pellicola che si avvicina di più alle mie corde. Ho trovato questo film quello con l'intreccio più interessante e le tematiche a me più care, anche se ci sono diversi difettucci che non lo fanno esplodere capolavorosamente come avrebbe potuto, pur rendendolo un film di grande livello, diretto e interpretato benissimo e dalle grandi tematiche universali. Da sottolineare l'intreccio più coinvolgente, laddove gli altri sono più statici. Qui non ci si sposta quasi mai da quella maledetta fattoria ma è proprio la trama che evolve maggiormente, laddove negli altri film era stazionaria su una sensazione, qui si dipana a un intreccio degno di questo nome e a un mistero che aleggia onnipresente, anche se non tutte le risposte arrivano come si vorrebbe. Gran parte del merito lo si deve all'idea originale di Michale Marc Bouchard, drammaturgo che ha scritto la pièce teatrale, ma Dolan riesce a rimanere fedele al suo cinema e, a differenza di molte trasposizioni, fa rimanere intatta la natura filmica senza far poggiare tutta la pellicola sui dialoghi ma, soprattutto, sulle immagini. E' un film che parla della verità, quella effettiva e quella personale, in una maniera ambigua fino alla fine e dai risvolti grotteschi. Non è solo un film sull'omosessualità, anzi, quello è forse l'aspetto più superficiale, perché con grande sensibilità non si spettacolarizza quella caratteristica del protagonista (Dolan è dichiaratamente gay) perché, a conti fatti, è una cosa normalissima e da spettacolarizzare non c'è nulla, è molto più contraddittorio tutto il resto che si muove intorno, dettato dall'apparenza e dall'ipocrisia. Per sottolineare tutto quel resto che rimane onnipresente, quasi un personaggio a sé, Dolan cerca di imbattersi timidamente anche nel cinema di genere, attingendo a piene mani nel grottesco e arrivando quasi a sfiorare il thriller in alcuni punti. E proprio la dimensione del mistero però che è carente e la risoluzione circa il passato del fratello di Guillaume (che poi, non sembra Alvaro Soler?) finisce per conferire la delusione più grande. Vince su tutto la magistrale costruzione dei personaggi, coinvolti in un gioco di dominatore e dominati mai del tutto definito e dove in ogni singola scena non si riesce a capire ai del tutto cosa ognuno sa o meno, grazie a dei sapienti stacchi e a una macchina da presa mai piazzata a caso, anche se la confessione disperata della madre mette sotto una nuova a inquietantissima luce Francis (che ripeto, per me è il sosia di Alvaro Soler), uno dei personaggi più inquietanti che mi sia capitato di 'conoscere' in un film ultimamente. Sarà proprio lui che griderà all'orizzonte, disperato, mentre l'inquadratura si fa più stretta proprio mentre questa sua aggressiva omosessualità latente (in maniera diametralmente opposta a quanto succedeva in Mommy) si manifesta, quasi a catalizzare l'attenzione su quel particolare, rivelando tutta la sua fragilità nascosta sotto i modi rudi e i muscoli, mentre non tutte le risposte vengono fornite e nuovi dubbi si insediano sottopelle. E alla fine abbiamo quello che, fino ad ora, vi è sembrato uno dei film più imperfetti del giovane regista canadese ma, al contempo, uno di quelli più sinceri.

Un ennesimo passo verso la maturità artistica, cosa che ci fa chiedere cosa sarà in grado di fare quando avrà la piena padronanza della sua poetica.


Voto: ★ ½

4 commenti:

  1. Ti dirò, a me non è sembrato affatto "imperfetto" anzi... trovo sia il film più "solido" di Dolan, quello stilisticamente più valido, magari emotivamente meno coinvolgente ("Mommy" e "Laurence Anyways" da questo punto di vista erano molto più toccanti) ma cinematograficamente più riuscito. Un ottimo cinema di genere, che riesce e contenere e valorizzare gli aspetti più intimi e personali inseriti dal regista.

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    1. A me è sembrato che non sappia sfruttare del tutto le sue potenzialità, emotive e di genere, però come intreccio è quello più completo - e fin qui siamo tutti d'accordo ^^'

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  2. Il mio primo Dolan, e non mi era piaciuto troppo.
    Dovrei rivederlo, alla luce di questa stima ritrovata dopo Mommy.
    Dei suoi, mi mancano l'esordio (che ho da parte) e Laurence Anyways (mortacci suoi, non riesco a sincronizzare i sottotitoli!). :-D

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    1. L'esordio fa colpo se pensi che lo ha fatto a 19 anni, come film invece per me colpisce solo fino a una certa. Laurence sono curioso, a questo punto.
      E ti dirò, per certi versi questo lo ho preferito a "Mommy", anche se quest'ultimo è obiettivamente superiore per una serie di motivi.

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