mercoledì 24 agosto 2016

Biutiful


Se c'è una cosa che ho imparato nella mia breve vita di spettatore, è che il successo è in parte deleterio. Se riesci a far parlare molto di te e a diventare un fenomeno mediatico, avrai sicuramente degli estimatori ma, al contempo, delle persone che ti daranno contro per un motivo o per l'altro. La prova che non si può piacere a tutti, perché a demolire le persone ci vuole un attimo. E' quello che sta succedendo nell'ultimo periodo a "don't call my name" Alejandro Gonzàlez Iñàrritu, uno che si è fatto conoscere al grande pubblico con quel filmone (se non si fosse capito, a questo giro faccio parte della metà a cui è piaciuto un fracco) che risponde al titolo di Birdman, mentre prima era conosciuto da una speciale nicchia per il suo stile sporco, grezzo, realistico e mortifero. Dal canto mio faccio anche parte di quelli che definiscono Revenant un film "nì", però è innegabile che la visuale cinematografica del messicano si sia palesemente infighettita e sia lontana anni luce da quello che era prima. Il che è un male? Personalmente credo di no. Continuamo a dire da sempre che Tim Burton fa sempre lo stesso film ma, quando un regista importante volge la sua visione, gli diamo subito del venduto. Certo, il mondo del cinema ha dei meccanismi complessi e rimanere perfettamente integri a se stessi è impossibile quando si raggiungono certe produzioni (vero Kim Jee-woon?), ma se la cosa porta con sé dei risultati artistici, preferisco vederla come una ricerca ulteriore della propria espressività. Quindi, dato che mi mancava ancora all'appello, ho deciso di vedere "l'ultimo film da non venduto" del buon Iñàrritu.

Uxbal vive nel quartiere più degradati di Barcellona, è leggermente sensitivo quindi si guadagna da vivere comunicando coi parenti defunti dei concittadini disperati, oltre che trovando lavoro agli immigrati clandestini. In tutto questo si occupa anche dei due figli, dato che la moglie Marambra è affetta da un disturbo bipolare che la rende inaffidabile e imprevedibile. Il mondo però gli cade ulteriormente addosso quando gli diagnosticano un cancro, e quindi...

Iñàrritu per la prima volta realizza un film senza l'aiuto dello sceneggiatore Guillermo Arriaga (ma prodotto, fra gli altri, da Guillermo del Toro e Alfonso Cuaron), quindi qui si ritrova a fare l'autore unico, ideando di suo pungo il soggetto, i dialoghi e ogni singolo svolgimento della trama, oltre che ad occuparsi della regia. Insomma, un film suo tout court, quello che dovrebbe essere il manifesto del suo modo di fare cinema, un Iñàrritu 2.0 e, va detto, lo stile è davvero molto diverso rispetto a quello delle ultime due note pellicole - non che questa sia passata inosservata all'epoca, era solo per un pubblico più, passatemi il termine, selettivo. La telecamera a mano è usata in maniera massiccia, enfatizzata anche nelle scene più statiche, la colonna sonora è minimale e la fotografia è attua a sottolineare l'ambiente sporco e degradato di una Barcellona a dir poco irriconoscibile. E' anche uno dei pochi film del messicano che non fa un uso abbondante di flashback e flash-foreward, volgendo tutto il discorso su una narrazione lineare e facile da seguire. Si vede fin da subito che si tratta di un film crudo, realistico, una roba decisamente poco adatta a chi è molto sensibile o impressionabile, perché magari non ci saranno scene di violenza estrema ma si tratta di una fotografia lucida di una certa realtà che non fa rimanere del tutto indifferenti, se avete un cuore. Al tutto si aggiunge una spruzzata di paranormale, con quelle due scene in cui Uxbal parla del padre defunto e si mette a parlare coi morti, segno che questo film parla unicamente di una cosa: la morte. Ma la morte è un discorso al quale si collegano molti altri perché, inutile dirlo, se non ci fosse la morte non ci sarebbe manco la vita, quindi Iñàrritu utilizza la nera mietitrice per fare un discorso che unisca tutte le persone, partendo dai livelli più bassi della società per cercare di creare la sua bellezza. Biutiful, appunto, perché bello in inglese "si scrive così come si dice". Pochi diamanti, ma tanto letame dal quale Uxbal cerca di far nascere più fiori che può col poco tempo che gli viene concesso, partendo dalla propria famiglia e cercando di far pace con la realtà che lo circonda e, soprattutto, col proprio passato, con quel padre che non ha mai conosciuto e che si appresa a incontrare nella scena d'apertura e di chiusura, che da sole valgono la visione dell'intero film. Avviene tutto con naturalezza, senza forzature, con un Javier Bardem che offre una delle sue migliori interpretazioni di sempre, ma nonostante tutto non è un film esente da difetti. Innanzitutto dura molto, quasi due ore e mezza, che per un film drammatico dalla trama così lineare mi sembra quasi troppo (anche se ci vengono risparmiate le lungaggini de La vita di Adele, che forse era ancora più statico) e contribuisce a creare dei momenti morti che potevano benissimo essere tagliati, come la storia d'amore gay fra i due boss cinesi e altre sottotrame che coinvolgono i personaggi secondari; senza contare che la questione spirituale non è chiara in maniera subitanea e sembra essere dimenticata in più punti. Anzi, credo proprio che se si fosse tolto quel presupposto, che nulla dà e nulla toglie al film, l'incipit e l'epilogo sarebbero stati ancora più potenti, quell'incontro ultraterreno sarebbe divenuto un simbolo emblematico per tutta l'umanità, l'ultimo divenire che precede la pace dei sensi e quella ritrovata con se stessi e la propria esistenza. Ma gli dà maggiore peso il fatto che questa storia sia ambientata in quel contesto, con quell'umanità, dove morti lo sono un po' tutti. La bellezza della vita forse è per davvero un errore, come la scritta che titola questo film, forse dobbiamo solo imparare ad apprezzare quel poco che ci è dato e a costruircela da soli, la nostra felicità. E lo sottolinea questa verosimiglianza esasperata, questa durezza e questo sguazzare nell'umana sofferenza senza però spettacolarizzarla o renderla epica. Non c'è nulla di epico in Biutiful. Per certi versi mi ha ricordato Amour, pur coi suoi innegabili difetti, perché nonostante tutto riesce a rappresentare l'amore (in questo caso per la vita, per i propri affetti) nella sua forma meno retorica o populista. Magari Uxbal ha sguazzato nella merda per molto tempo, ma questo non gli ha impedito di nutrire uno smisurato amore per le persone giuste. E di trovarlo rinnovato nell'impensabile. Già questo credo basti a rendere una vita bellissima. Molto biutiful.

Non so se Iñàrritu si sia venduto alle logiche e abbia ceduto alle inaspettate virtù dell'ignoranza. So solo che rimane un autore interessante, a dispetto dello stile che usa. Tanto basta.


Voto: ★ ½

2 commenti:

  1. Confesso che non mi ha fatto impazzire, direi che "Amour" mi è piaciuto un pelo di più di questo, giusto perchè lo hai citato. Cheers!

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    1. "Amour" è proprio un altro pianeta, c'è poco da fare! però ne sposa la filosofia priva di retorica, al di là del risultato.
      Più che altro è un film che andrebbe un poco sforbiciato, ma il finale è proprio d'alta scuola.

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