martedì 20 settembre 2016

Le particelle elementari


Per quanto ci ostiniamo a negare la cosa, anche il mondo culturale è fatto di "personaggi", ovvero personalità intellettuali così particolare che riescono a far parlare di sé anche al di là di ciò che riescono a produrre artisticamente. O, nel migliore dei casi, a fondere in maniera pressoché inquietante le due cose. Uno degli ultimi casi che ho scoperto è sicuramente Michel Houellebecq, del quale ho letto il fortemente discusso Le particelle elementari proprio mentre andavo al Salone del Libro di Torino 2016, tanto che le ricerche sul suo conto e sulle sue affermazioni stanno superando quelle relative alle sue opere - che comunque, trascinano con la loro uscita sempre una grande dose di scandalo. Quando avevo portato a termine il suo primo bestseller non sapevo cosa pensare, aveva al suo interno un sacco di cose che mi avevano emozionato e altre che in egual misura avevano finito con l'infastidirmi, e ancora oggi non so propriamente come definirlo. Lo promuovo a priori, proprio perché ha saputo confondermi così tanto, ma purtroppo non sono ancora riuscito a parlarne con qualcuno che lo ha letto. Alla faccia del bestseller tradotto in trentacinque paesi!

Michael è un importante studioso di genetica, stufo della vita che deve condurre nel suo istituto di ricerca e sessuofobo, mentre Bruno è un insegnante stanco, annoiato e sessuomane che vede la sua vita andare a pezzi. Sono fratellastri, nati dalla stessa madre (che li fece incontrare da adolescenti) ma totalmente diversi, così come diverse sono le disgrazie che li attendono...

Non sono uno di quelli che dice che "il libro è sempre meglio", anzi!, in alcuni casi ho visto film migliori di molti libri. Mystic river, ad esempio, che tra l'altro è tratto dal romanzo di Dennis Lehane, uno dei miei scrittori preferiti; oppure Barry Lyndon, dato che il romanzo di William M. Tackeray non mi aveva entusiasmato molto all'epoca in cui lo lessi. D'altro canto però sono certo che, per le opere che contano veramente, ogni media debba usare il linguaggio reso possibile solo attraverso le proprie leggi principali. Watchmen è il primo esempio che mi viene in mente, per quanto il film di Zack Snyder (con tutte le pernacchie che si porta dietro il suo nome) mi sia piaciuto, perché era proprio il suo essere fumetto e l'essere fatto con quello specifico linguaggio che ne rivoluzionava i canoni ad averlo reso il capolavoro che è. Les particules élémentaires è un romanzo che affoga proprio nella sua natura letteraria, perché lo stile di Houellebecq è vagamente schizoide: pochi dialoghi, lunghe narrazioni dove raffinato e grezzo di confondono, creando un dualismo attraverso quella che è la dualità dei due protagonisti, opposti ma complementari di quella che è stata la storia francese e come viene intesa la sessualità nel mondo contemporaneo. Era un libro che anche attraverso quel modo di essere scritto diventava perfettamente riconoscibile, che poteva (giustamente) non piacere, ma che finisce col farsi ricordare. Il film che ne ha tratto Oskar Roehler (da libro francese, trasposizione tedesca) si attiene alla trama, ne accorcia - abbastanza colpevolmente, per me - dei tratti sul passato dei due protagonisti ma, colpa principale, si affida troppo sulla storia di partenza anziché sulla natura del proprio media. Chiariamolo subito, non si tratta di un brutto film, ma credo che una qualsiasi trasposizione di quel romanzo sia stato un compito davvero ingrato perché si tratta davvero di un peso massimo, e il vedere questo film dopo aver letto il libro non può non ricondurre alle pagine del contestato autore francese. Anche perché qui di cinematografico ci sono solo i minimi termini, tutto appare abbastanza mitigato e anche le parti che dovrebbero schockare (la scena del gatto, ad esempio) appaiono abbastanza fredde, senza trasmettere quella sensazione di sporco che magari vorrebbe. Oltre che, tecnicamente parlando, la regia di Roehler appare davvero televisiva in diversi passaggi, cosa che a tratti mi ha infastidito più del resto, specie in una storia così particolare che avrebbe meritato un trattamento molto più incisivo soprattutto a livello di atmosfera, che si limita a un accendersi dei colori a dispetto della fotografia molto nebulosa quando avvengono i flashback. Regge quasi tutto la squadra di attori, ognuno di loro molto bravo e con le facce giuste per trasmettere il tipo di disagio che li attanaglia, ma ciò basta solo fino a un certo punto. Ciò che mi ha lasciato il libro è stato, con quella sua deriva quasi fantascientifica verso la fine, un totale senso di disfatta verso l'umanità, che ne appare sconfitta a dispetto di una artificiale e senza emozioni, perché sono state proprio le emozioni (o il loro essere distorte da un'educazione pessima) che hanno messo nei guai i protagonisti. Qui invece ho visto un'umanità alla continua ricerca dell'eccesso, del piacere, quando però si tratta solo di un qualcosa di apparente, per dimenticare altro che in realtà condiziona molto più nel profondo. E nella sua semplicità mi è piaciuta quella scena finale sulla spiaggia, anche se il sopravvivere di un certo personaggio dà un senso molto diverso, più speranzoso (senza contare che gli aspetti razzisti sono solo accennati), luogo di apparente felicità dove si muovono quelle particelle elementari. Perché di fronte al gioco del caso, noi esseri umani siamo davvero una cosa microscopica.

Penso sia da vedere senza aver letto il romanzo, magari così si riesce anche a passare sopra ad alcuni difetti tecnici. O sennò può servire per conoscere una personalità come quella di Houellebecq.


Voto: ★ ½

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