martedì 6 settembre 2016

The Danish girl


Non ho mai nascosto quali fossero i miei pensieri circa i temi caldi del periodo, spesso collegandoli ai film che recensisco, anche se tendo a lasciare da parte quello che può essere il mio credo politico, perché fra politica e ideali credo ci sia una sottile differenza che permette di mettere da parte la prima, ma non i secondi - la stessa differenza che c'è fra uomini di fede e uomini di religione. E in tutto ciò non ho mai nascosto come la penso circa le unioni civili e i diritti degli omosessuali - per i neofiti, sono favorevole sia ai matrimoni che alle adozioni. Proprio per qesto ero curioso di vedere questo film ma, come molti altri, ho finito per perderlo, eppure per qualche strano motivo un film uscito da noi in Italia a febbraio 2016 viene trasmesso da Canale5 i primi di settembre dello stesso anno, forse la cosa davvero sconvolgente di tutto questo, se pensiamo ai tempi che servivano una volta per far passare un film sulle maggiori reti. Il che mi rallegra, perché dopo un 2015 che è sovrabbondato di proiezioni televisive interessanti, tanto da farmi credere che c'era speranza per la tv generalista, sono seguiti dei mesi di magra dove quella strana scatola non la ho manco accesa se non per guardare MTV quando facevo colazione prima di andare a lavoro. Poi scopri - da Facebook - che fanno questo film e allora quella scarola elettronica ritrova la sua utilità.

E' la storia di Einar Wegener, paesaggista danese poi conosciuto come Lili Elbe, una delle prime persone a essere identificate come transessuale e il primo a effettuare un interventi di vaginoplastica per poter diventare in tutto e per tutto una donna nel 1930.

Lo ammetto, quella transgender è una tematica che un poco mi spaventa. Non tanto per l'individuo in sé (perché dovrebbe?) quanto per tutto il travaglio interiore che una persona che decide di fare un intervento simile deve passare. Che piaccia o meno, abbiamo tutti un particolare e personalissimo rapporto col nostro corpo (parola di vigoressico), accentuato forse anche dal fatto che i mondi della pubblicità, della moda e della comunicazione lo hanno reso uno 'strumento' di comunicazione. Comunica al mondo la serenità che possiamo avere, perché chi arriva a piacersi anche fisicamente trasmette una certa pace interiore, fino a che non si sconfina nel narcisismo, e fa quel piccolo passo in più verso un'apparente stato di quiete - e senza finti buonismi ammettiamo pure che nel rapporto con l'altro sesso l'attrazione fisica è un fattore parecchio importante. Proprio per questo se si decide di arrivare a stravolgere totalmente il proprio organismo artificialmente, il dilemma e il disagio che si deve provare deve essere un qualcosa di insostenibile. La stessa abusatissima frase "Sono una donna imprigionata nel corpo di un uomo" dà parecchio da pensare a quello che si deve provare, un senso di prigionia. Tutte cose che credevo potessero essere espresse dal film, in lavorazione da diversi anni e passato sotto le mani di parecchi registi (prima Tomas Alfredson, che dovette abbandonare per poter girare La talpa, poi il zuccheroso Lasse Hallstrom) fino ad arrivare sotto la direzione di Tom Hooper, ma il filmmaker britannico per me ha fatto un mezzo buco nell'acqua. Per carità, i brutti film sono altri, ma passando oltre il messaggio ideologico che vuole dare e l'utilità ai fini dell'informazione circa una simile figura storica che altrimenti non avrei mai finito col conoscere, non posso dire che mi sia rimasto molto una volta giunti i titoli di coda. Certo, belli i paesaggi, la fotografia è delicata, la Vikander mi da altri motivi per invidiare Fassbender e l'essere così insopportabile 'a pelle' di Amber Heard mi fa parteggiare per Johnny Depp - che già non sopporto da diverso tempo - a priori... ma davvero, mi ha lasciato poco o nulla. Se non la finalità informativa, che poteva essere colmata con qualche rapido giro su Google e Wikipedia, ma io da un film richiedo ben altro. Ammetto che Il discorso del re mi era piaciuto, pur ritenendolo un compitino ben fatto, ma lì almeno si poteva contare su una sceneggiatura che forniva una serie di dialoghi davvero frizzanti che davano vero ritmo alla pellicola e ti permettevano di avere una minima empatia coi personaggi, oltre che a sviluppare in minima parte un certo discorso circa il 'come' e il 'cosa' si dice, ma Lucinda Coxton non è David Seidler e quindi il film procede con una linearità spiazzante alla quale la regia di Hooper non riesce a dare un appeal adeguato. Bravo Eddie Redmayne, che dopo La teoria del tutto sembra essere specializzato in ruolo al limite fisico, ma qua sembra quasi riciclare se stesso, esteriorizzando il dramma del suo personaggio in una serie di smorfie, sospiri da asmatico e occhiate languide. Ciò che però ho trovato davvero fastidioso oltre il sopportabile è proprio il personaggio di Einar/Lili, la cui dualità non è mai approfondita nel dovuto, in quella che può essere la parte più scomoda dell'insieme, un individuo estremamente concentrato su se stesso tanto da mettere in secondo piano la moglie Gerda, che arriva a sacrificare tutto per lui. Ecco, posso dire che Gerda è stato il personaggio che mi è rimasto più impresso, e mi spiace che il finale non citi tutte le sue tribolazioni che seguirono (l'annullamento del matrimonio da parte del re di Danimarca, il successo mai più ritrovato) concentrandosi solo sul cambio di sesso del protagonista, evento peraltro reso in maniera quasi frettolosa - che venne effettuato quando il pittore aveva cinquantanni, quindi nessuno dei due era più giovane e fresco.

Da una parte sapevo che ci sarebbe stato questo risultato, ma continuavo a sperare che avrebbero cercato di osare. Purtroppo è prevalsa la parte documentaristica su quella artistica...


Voto: ★ ½

10 commenti:

  1. Un bel film, un po' tanto (troppo?) melodrammatico, scritto e pensato per vincere gli Oscar. Mi piacerebbe vedere Eddie Redmayne in qualche ruolo diverso dal solito, anche se qui è bravissimo. Cheers

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    1. E' il "troppo melodrammatico" che mi infastidisce, il più delle volte. Però come ho detto, i film brutti sono altri. Redmayne mi sa che ormai si è ritagliato il ruolo del 'tizio che fa persone problematiche forte'.

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  2. Decisamente ipocrita e molto bellino stilisticamente. Mancava un po' di profondità, il che per un dramma non è un granchè. L'ho trovato un po' troppo melodrammatico e mi ha toccata ma fino ad un certo punto.

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    1. Un tema simile toccherebbe chiunque, mi sa, ma il tema da solo non basta se non sai gestirlo a dovere :/

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  3. Anche a me "Il discorso del re" era piaciuto e quindi mi aspettavo molto di più da "The Danish Girl". Purtroppo mi sono trovata davanti ad un film che affronta si una tematica importante, e che mette in contrasto il dramma vissuto dell'uomo intrappolato nel corpo della donna, e quello della donna innamorata di quest'uomo, ma che purtroppo non è in grado di trasmettere niente. Un film sterile, freddo. Avrà anche una bella fotografia e bei paesaggi, Alicia Vikander è bravissima e l'oscar è strameritato, però non mi ha lasciato niente. Inoltre, Redmayne non mi è piaciuto molto per via delle smorfie che mi hanno ricordato più uno Stephen Hawking effeminato che altro.

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    1. concordo in pieno. anzi, a me Redmayne e la regia (l'uno è una conseguenza dell'altro?) hanno creato questo effetto di sterilità.

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  4. ecco...a me ha toccato molto il cuore e un po' meno il cervello...forse è per questo che l'ho amato tanto.Redmayne delicato
    ed elegante ma ho adorato soprattutto la Vikander (di cui avrò certo sbagliato a scrivere il cognome...), davvero strepitosa

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    1. Redmayne mi aveva stupito ne "La teoria del tutto", forse l'unica cosa salvabile di quell'abominio, ma qui mi ha lasciato molto freddo. Tutt'altro la Vikander, lei dà una marcia in più al tutto.
      Il resto più che altro lo ho trovato formalmente ben fatto...

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  5. Preferisco di gran lunga una colonscopia a questo film XD

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    1. Esagerato XD peccato però, poteva venirne fuori decisamente di meglio.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U